Il protezionismo di Trump mette in difficoltà il suo governo. E trova un’opposizione crescente tra i congressisti Repubblicani, preoccupati per il prezzo che pagheranno i loro elettori. Soprattutto, contro le tariffe scendono in campo i fratelli Koch, i più grandi finanziatori delle cause conservatrici

L'etichetta di una maglia prodotta in Cina. REUTERS/Kevin Lamarque
L'etichetta di una maglia prodotta in Cina. REUTERS/Kevin Lamarque

Il commercio internazionale è un oggetto delicato e complicato da manovrare: divide gli schieramenti politici e, a seconda di come lo guardi, ciascuna scelta ha implicazioni negative e positive per un Paese. Difficile però trovare un angolo favorevole o ricadute positive da qualsiasi punto di osservazione si voglia guardare alle scelte fatte da Donald Trump al vertice canadese del G7, dove il presidente Usa ha minacciato guerre commerciali se Europa, Canada, Giappone (e naturalmente Cina) non abbatteranno ogni barriera e dazio che limita le importazioni di merci made in Usa. Non è un caso quindi se la linea Trump trova oggi oppositori a casa anche tra gli attori politici ed economici più vicini a lui o al suo mondo. 


LEGGI ANCHE : La débacle del G7 seppellisce anche il flirt strategico Macron-Trump


L'atteggiamento di Trump al G7 è simile a quello tenuto con i membri della sua amministrazione. Un lungo e circostanziato articolo del Financial Times racconta di come il segretario al Tesoro, l'ex banchiere Mnuchin, si trovi in una situazione difficile e imbarazzante. Grande alleato del presidente, Mnuchin è però contrario all'idea di ridimensionare il commercio internazionale, e gli capitato in più di un'occasione di venire smentito dalla Casa Bianca. .

Trump non ha un'idea precisa di come, cosa o quanto si possa intervenire per ridimensionare il colossale deficit commerciale americano, ma ha una certezza: in campagna elettorale è andato in giro per le aree ex industriali della Rust belt a promettere il ritorno dell'acciaio, del carbone e delle fabbriche. E ora che è presidente ha intenzione di mantenere le promesse. A prescindere da cosa questo comporti per le compagnie, l'economia, il mercato del lavoro, la società statunitense.

Capita allora che dopo che Mnuchin ha passato settimane a negoziare con i cinesi per ottenere concessioni sulle esportazioni Usa verso il colosso asiatico, Trump decida che l'accordo raggiunto non sia buono abbastanza. E così, senza avvisare il suo Segretario al Tesoro, lo comunichi al mondo via twitter, lasciando a Mnuchin il compito imbarazzante di dover spiegare alla controparte cinese una svolta che non condivide e per la quale fatica a trovare argomenti razionali. Poche settimane fa, dopo aver capito di aver perso la battaglia sul commercio, si era dimesso il consigliere economico di Trump, Gary Cohn.

Gli stessi guai sono capitati al segretario al Commercio Ross, pure molto vicino alle posizioni del presidente: Trump ha deciso che questa è una faccenda che gestisce lui, nonostante non sappia come si fa, cosa si possa davvero ottenere e fino a che punto è lecito spingersi per non combinare disastri. Domenica scorsa, intanto, i colloqui tra Ross e il vicepremier cinese Liu He sulla stessa materia si sono conclusi con un nulla di fatto. Un segnale che sommato alla catastrofica conclusione del G7 non lascia presagire nulla di buono.

Ma davvero gli Stati Uniti sono tanto penalizzati? E cosa succederà se e quando le tariffe di Trump entreranno in vigore?

Il deficit commerciale Usa è innegabilmente alto (come si vede dal grafico qui sotto), ma attenzione, Trump tende a fare riferimento solo ai beni materiali e non ai servizi, settore nel quale gli Usa esportano più di quanto non importino - il che non rende comunque la bilancia commerciale attiva. In generale, le tariffe commerciali che gli Usa e il Canada impongono ai beni americani non sono molto più alte da quelle imposte dagli Usa ai partners: 3% quelle Ue, 3,1% quelle canadesi, 2,4% quelle statunitensi, non abbastanza da giustificare tanta enfasi da parte del presidente Trump.

Eppure l'export Usa continua ad aumentare (nonostante un calo generale degli scambi commerciali mondiali successivo alla recessione) e rappresenta il 10,3% del Pil nel 2017, interessando direttamente l'8,4 % dell'occupazione. Al Brookings Institute hanno studiato i potenziali effetti occupazionali delle tariffe annunciate da Pechino in reazione a quella americane.

Come dicono gli autori dello studio: "I cinesi hanno fatto bene i loro compiti", nel senso che le tariffe sono pensate per colpire un po' ovunque, in ambiti avanzati e metropolitani e in ambiti rurali, ma, soprattutto in contee che hanno votato per il presidente in carica. Aumentando i dazi sui prodotti manifatturieri e agricoli, insomma, Trump potrebbe riuscire a creare o salvaguardare qualche posto di lavoro in un settore X e perderne in un settore Y, favorendo e colpendo la sua base, quella operaia bianca di alcune contee che ha voltato le spalle a Hillary Clinton nel 2016, allo stesso momento.

Per queste ragioni, lo scontro alla Casa Bianca e dentro l'amministrazione è uno scontro che si riflette nel partito repubblicano. L'ala ultraconservatrice e quella mainstream del partito sono infatti unite - con la Camera di commercio e le associazioni industriali - nel voler evitare tariffe e guerre commerciali. In fondo, le regole che ordinano il mondo in materia di commercio sono in buona parte di ispirazione statunitense.

Lo scontro ha un'ispirazione ideologica: fiducia nel commercio e nell'apertura totale delle frontiere e abolizione dei dazi (liberismo puro), contro isolazionismo e proibizionismo. Potremmo rivederci uno scontro tra il mondo di Clinton (Bill), che durante gli anni della sua presidenza ha lavorato in quella direzione, e Trump, eletto anche grazie alla promessa di un ritorno della grandeur americana che passerebbe da una chiusura delle frontiere. Potrebbe essere così se non fosse che a guidare la crociata anti-tariffe sono i multimiliardari fratelli Koch,  probabilmente i più munifici e influenti finanziatori delle cause conservatrici negli Stati Uniti.  

L'impero economico Koch è il secondo più grande business privato degli States e si espande in vari settori. Il petrolio è tra questi, un mercato in cui gli Usa esportano più di quanto non importino (alcune delle aree metropolitane che esportano di più negli ultimi anni sono quelle dell'estremo Sud repubblicano del Golfo del Messico).

Colpiti nel credo ideologico e negli interessi, i fratelli Koch hanno annunciato che investiranno milioni di dollari per fare lobby e promuovere un messaggio sfavorevole alle tariffe e lo faranno attraverso le organizzazioni da loro finanziate - la più importante è Americans for Prosperity, Super Pac che spende milioni a ogni ciclo elettorale per far eleggere candidati conservatori. Per adesso il messaggio sarà amichevole, hanno annunciato i responsabili della campagna, ma si spiegherà che le tariffe colpiscono "lavoratori e consumatori e che ci sono modi migliori per difendere i loro interessi negoziando".

Anche in Congresso c'è maretta: il repubblicano Tom Corker ha presentato un progetto di legge per limitare i poteri presidenziali in materia di imposizione di tariffe e l'idea guadagna consensi bipartisan. Naturalmente oltre all'ideologia c'entra la geografia: chi viene eletto in distretti elettorali potenzialmente danneggiati da guerre commerciali è per porre un freno al presidente (e viceversa).

C'è però un punto di vista centrale di questa vicenda che Trump probabilmente non coglie: quello degli americani in quanto consumatori. Proprio nelle contee dove Trump ha vinto, oltre che nelle aree depresse dove vivono le minoranze, le diseguaglianze sono aumentate e i redditi sono stagnanti da anni. In queste aree e in tutti gli Usa i consumatori possono comprare quel che gli serve grazie a una gamma di prodotti in commercio a basso prezzo. Quel basso prezzo porta la targhetta made in China e sostituendo quelle merci con merci americane il costo al compratore aumenterebbe di molto. Rendendo più difficile la vita ai consumatori-elettori americani.

@minomazz

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE