eastwest challenge banner leaderboard

La dimenticata guerra dello Yemen è cruciale per il Medio Oriente

Con la precisione di un congegno a orologeria, lo Yemen si prepara alla guerra e gli attori interni, regionali e internazionali non staranno a guardare. Ed è già pronta la chiave di volta di una crisi locale che rischia di far precipitare il Paese nelle memorie della guerra civile del 1994, quando il Nord si armò contro il Sud. Ma le attuali modalità si presentano più insidiose e potrebbero lasciare il destro a un conflitto ancora più lungo, spinto verso il settarismo e con troppe ingerenze esterne.

TAIZ, Yemen Anti-Houthi protesters demonstrate in Yemen's southwestern city of Taiz March 23, 2015. Soldiers loyal to Yemeni president Abd-Rabbu Mansour Hadi fought off dozens of Shi'ite Houthi militiamen heading for the Sunni leader's seat of power in the southern city of Aden, militia sources and a local official told Reuters. Iran-backed Houthis, who took over the southern city of Taiz on Sunday, agreed to share power with Hadi after they seized the capital in September. That split the army, parliament was dissolved in February and violence is intensifying as the northern-based Houthis head south. REUTERS/Anees Mahyoub

 Il consiglio di sicurezza dell’Onu, riunitosi prima a porte aperte, poi a porte chiuse, ha affrontato la crisi regionale con una proposta pacificatrice, portata avanti dall’inviato di UN in Yemen, Jamal Benomar, che invita per l’ennesima volta al dialogo come unica via alla risoluzione dei contrasti e paventa uno scenario “iracheno-siriano” se le parti in lotta non deporrano Ie armi.

Ma leader di Ansarullah, il partito del gruppo Houti – una compagine minoritaria etnico-politica che si ispira alla teocrazia iraniana e alle milizie sciite di Hezbollah – ha dichiarato guerra senza quartiere ad Al Qaeda ovunque essa si trovi e al Sud del Paese, dove ha ingaggiato una battaglia contro le forze governative e, in sostegno con le milizie separatiste del Sud, ad al-Mukalla. Nessuna menzione del brand del terrore Isis che, con la nuova sigla “Sanaa province”, ha rivendicato la responsabilità del duplice attacco alle moschee al-Badr e al-Hashoosh a Sanaa, con effetti devastanti: 150 morti e 350 feriti, una mattanza che mai un attentato suicida è riuscito a fare in numeri così elevati nel Paese. Le due moschee sono sotto il controllo della security degli Houti ma sono luoghi di preghiera comune per sunniti e sciiti: l’attacco, dunque, ha una valenza politica che apparentemente targhettizza gli Houti ma mira a colpire e destabilizzare tutta la società locale e a diffondere sentimenti di paura, insicurezza, alta preoccupazione.

“Sanaa Province” promette fuochi d’artificio, definendo l’episodio come “la punta di un iceberg che sta arrivando” in uno statement su Twitter, riferito dal sito americano di intelligence Site, diretto da Laura Katz. C’è scetticismo – almeno formalmente – da parte dei funzionari statunitensi che continuano a considerare la sigla regionale di Al Qaeda (Aqap) e il suo braccio più noto e intransigente, Ansar al Sharia, come il nemico numero uno per il contrasto al terrorismo internazionale. Ma I funzionari hanno già evacuato il personale americano ancora presente, tra cui cento soldati delle forze speciali dalla base aerea di Annad.

Aqap, accusata anche dall’Iran di essere la responsabile dell’attacco, a causa del suo passato di certificato terrore, si è tuttavia affrettata a tirarsene fuori, dichiarando che lo sheik Ajman Addawahir, nuovo leader indiscusso, avrebbe proibito ai miliziani di realizzare azioni in mercati, moschee o luoghi sovraffollati dove “i colpevoli si mischiano con gli innocenti” e “i cattivi musulmani con i buoni”.

Chiunque abbia scatenato questa inumanità senza ragione, uccidendo - tra gli altri - 13 bambini e ferendone 19, ha come certa intenzione quella di rendere il Paese debole, instabile, ingovernabile e di avvantaggiarsene per mettere le mani su tutta la sua estensione, ma soprattutto sul Marib, la regione a Nord Est di Sanaa con notevoli giacimenti di petrolio che restano inutilizzati e con riserve di gas che potrebbero sopperire al fabbisogno energetico di Sanaa, oggi totalmente dipendente dalle importazioni di greggio dall’Arabia Saudita. Proprio qui, consierato che gli scontri tra esercito regolare, tribù locali e ribelli Houti prosegue da tempo, si registra un incremento delle azioni militari a cui si aggiungono nuove offensive: come quella che, nella provincia di Houta, a 30 chilometri da Aden, nel Sud del Paese, ha avuto per protagonisti dei membri di Aqap che hanno ucciso 20 soldati e sono entrati in città, occupandola con due brigate.

Proprio l’Arabia Saudita è un player di volta per il conflitto che si prepara. Per anni, Riyad si è concentrata sulla prevenzione di qualsiasi alterazione dei rapporti di potere negli altipiani del Nord dello Yemen, favorendo la confederazione tribale Hashid, che comprende I Sanhan, il clan dell'ex presidente Saleh, e la potente famiglia al-Ahmar. Così come la tribù degli Hashid ha goduto di posizioni chiave, militari e non, nell’apparato dello Stato, oggi la presenza degli Houti a Sanaa, nonché la perdita di influenza della famiglia al-Ahmar, e i legami ormai danneggiati con il partito Islah che assomma in sé una vasta gamma di sunniti, in parte Fratelli musulmani, in parte salafiti, in parte moderati, determina la poca influenza dell'Arabia Saudita nella capitale dello Yemen.

Preoccupata per la sicurezza lungo il confine, soprattutto dopo i sanguinosi scontri tra i miliziani sciiti e qaedisti, l’Arabia Saudita ha come unica opzione un dialogo – già impossibile – con gli Houti e, prioritaria, la salvaguardia della sicurezza nazionale del Regno. Diventati la forza territoriale più salda dello Yemen, gli Houti hanno preso Sanaa a settembre e ampliato il loro controllo nei governatorati di Dhamar, Bayda, Ibb, e Hodeyda, intensificando i loro scontri con i miliziani affiliati ad al-Qaeda. Lo scorso ottobre, nel quartiere Radaa di Bayda, 160 chilometri a Sud-Est di Sanaa, gli Houti si sono scontrati violentemente con Ansar al-Sharia, il braccio locale di al-Qaeda nella Penisola Arabica, e con le tribù sunnite che si erano già alleate con Ansar al-Sharia contro le milizie sciite.

L’ulteriore intensificazione degli scontri Houti-al-Qaeda permetterà ad Aqap da una parte e agli Houti dall’altra, di riformulare il conflitto come una apparente lotta settaria sunnita-sciita, aumentando il fascino della radicalizzazione tra sunniti yemeniti e sauditi. Questo potrebbe innescare la violenza settaria in Yemen e destabilizzare le province del Sud del regno di Riyad. Basti registrare che, negli ultimi due giorni, si sono verificati episodi significativi nell’escalation settaria: oltre all’impiego di bambini nel conflitto – sia da parte qaedista che da parte Houti – due giovanissimi cittadini di Sanaa, I fratelli Abdusalam e Abdul Salam Suliman Alhadaby, 23 2 25 anni ciascuno, noti per avere memorizzato il Corano compleatamente, sono stati rapiti dentro le loro abitazioni da un commando armato. Non si sa perché o a quale scopo. Ma la famiglia, sunnita sostiene che i rapitori siano miliziani houti che ne sospettano affiliazioni qaediste.

La leadership di Aqap include già diversi sauditi che sono fuggiti in Yemen dopo che le forze di sicurezza saudite avevano in gran parte smantellato il ramo di al-Qaeda nel Regno con una campagna antiterrorismo massiccia tra il 2003 e il 2007. Gli scontri tra Aqap e gli Houti, insieme con la paralisi dello stato yemenita, potrebbero trasformare facilmente il Paese in una calamita per i combattenti jihadisti stranieri che lasciano fronti iracheni e siriani. Questi combattenti possono rifornire Aqap con un afflusso di militanti esperti che hanno anche un'antipatia profonda e duplice, sia verso la comunità di Riyad che verso gli sciiti.

Intanto, mentre Riyad si concentra sul rafforzamento delle frontiere e sulla costruzione di un muro che la separi fisicamente dallo Yemen, il suo concorrente regionale, il Qatar, è già in contatto con gli Houti. Nel corso di un incontro a Washington con il ministro degli Esteri qatariota, Khalid al-Attiyah, il segretario di Stato Usa John Kerry si è detto grato per i "molti modi in cui il Qatar, l'emiro, e il dottor Attiyah si sono resi disponibili ad assisterci”. E ha elogiato il Qatar per avere apertamente favorito la politica statunitense rispetto agli sviluppi della crisi yemenita.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA