La droga, l’Argentina, Papa Francesco e il Messico che si arrabbia

«La droga avanza e non si ferma» ha affermato preoccupato Papa Francesco. «Rispetto all’Argentina posso dire solo questo: 25 anni fa il paese era un luogo di passaggio della droga, oggi si consuma. E non ne ho la certezza, però credo anche che si produca». La frase del Papa, pronunciata in un’intervista alla rivista della baraccopoli La Carcova, arriva pochi giorni dopo che una sua lettera privata a un amico e fervente attivista argentino aveva scatenato la polemica e quasi sfiorato l’incidente diplomatico tra la Santa Sede e il Messico.

Rosario, ArgentinaSixteen-year-old Pablo smokes a cigarette laced with "paco", a cheap drug made from cocaine paste mixed with other toxic substances in a slum of Rosario, 310 km (193 miles) north of Buenos Aires March 3, 2008. Abuse of this cheap, highly-addictive drug is growing fast across poor neighbourhoods in Argentina, and turning thousands of young people into addicts. REUTERS/Francisco Guillen

Nel testo, l’ex arcivescovo di Buenos Aires si complimenta con il lavoro di Gustavo Vera - a capo di una ONG che difende le vittime di schiavitù e tratta di esseri umani - ed esprime la sua preoccupazione per l’espansione del narcotraffico in Argentina. Bisogna «evitare la messicanizzazione» del paese, si legge nella lettera pubblicata sul sito della ONG come le altre lettere del Papa dirette all’organizzazione. «Ho parlato con alcuni vescovi messicani e la situazione è terrificante», conclude il Santo Padre. E se in Messico la reazione è stata forte, al punto che è stato necessario l’intervento della Segreteria di Stato Vaticana che con una nota all’ambasciatore messicano presso la Santa Sede ha chiarito che con l’espressione “evitare la messicanizzazione” il Papa non «non intendeva assolutamente ferire i sentimenti del popolo messicano, che ama molto, né misconoscere l’impegno del governo messicano nel combattere il narcotraffico», in Argentina la cosa non sembra avere scosso più di tanto gli animi. In difesa di Papa Francesco sono arrivate le parole del capo del gabinetto della presidenza argentina, Aníbal Fernández, che si è detto certo che il Santo Padre «non voleva offendere». Ha parlato anche il governatore della regione del Chaco ed ex capo di gabinetto Jorge Capitanich, che ha liquidato la questione come «poco rilevante». E forse è questa la cosa preoccupante. Mentre il popolo messicano paga ogni giorno  con il sangue dei suoi figli l’infausto destino di confinare con il primo consumatore di droghe al mondo, gli Usa (nonché tra i più generosi fornitori d’armi dei narcos), l’Argentina si sente ancora sicura, accoccolata nel sud del mondo.

Era solo questione di tempo però prima che i narcos cominciassero a usare i suoi porti come punto di smistamento per gli invii di droga in Europa (si parla di relazioni con la camorra) e per ricevere enormi quantità di efedrina e pseudoefedrina, componenti presenti in molti farmaci contro l’influenza e, soprattutto, alcaloidi fondamentali per l’elaborazione della metanfetamina, una delle droghe sintetiche più letali e redditizie dell’ultimo decennio. Il Messico ha chiuso le frontiere alla loro importazione nel 2008, nel pieno della guerra al narcotraffico dichiarata nel 2006 dall’ex presidente Felipe Calderon, dopo l’arresto di Zhenly Ye Gon, un cittadino cinese arrivato nel paese 12 anni prima, che aveva creato un’industria farmaceutica (Unided Pharm Chem) grazie alla quale gestiva grandi carichi di efedrina provenienti dall’Asia. Quando la polizia fece irruzione nella sua lussuosa villa nei dintorni di Città del Messico, trovò una quantità di denaro tale che fu necessaria una settimana per contarlo.
La chiusura alle importazioni di efedrina e pseudoefedrina obbligò i narcos a cercare un nuovo itinerario per far entrare le sostanze proibite, così si diressero verso quel paese lontano che dieci anni prima era già stato visitato dall’allora capo dei capi: Amado Carrillo Fuentes. Negli anni ’90 Fuentes era il capo del cartello di Juarez, il più potente al tempo tra i quattro che dominavano il mercato: Golfo, Sinaloa, Tijuana e, appunto, Juárez. Era conosciuto da tutti come “il signore dei cieli”, per la sua flotta di Boeing 747 che usava per spostare la droga e con la quale riuscì a far entrare negli Stati Uniti una quantità di cocaina quattro volte superiore a qualsiasi altro narcos della storia, compreso il colombiano Pablo Escobar.

Nel suo viaggio d’esplorazione in Argentina, Carrillo Fuentes - che stava cercando un luogo dove rifugiarsi - comprò numerose proprietà, fondò imprese e, alla fine, riciclò tra i 20 e i 25 milioni di dollari. Il signore dei cieli morì poco dopo, in una clinica di Città del Messico durante un’operazione di chirurgia plastica per modificare i lineamenti del suo viso. Ma il suo viaggiò lascio le porte aperte ai suoi successori, e dieci anni dopo, nel 2008, la polizia argentina fece irruzione in un laboratorio di metanfetamina, il primo trovato in Argentina e allestito in una casa di un quartiere residenziale nei dintorni di Buenos Aires. Da paese di passaggio, l’Argentina era diventato un paese di consumo, in parte favorito dalle misure economiche adottate negli anni ’90 dall’ex presidente Carlos Menem che equiparò 1 peso a 1 dollaro (senza alcuna teoria economica a sostegno della misura), rendendo quindi tutti i beni più accessibili, compresa la droga. Poi arrivò la crisi del 2001 dando un ulteriore colpo, mettendo in ginocchio la popolazione e aiutando la diffusione di droghe più a basso costo, come il Paco - la pasta base che rimane dopo la lavorazione della cocaina - diffusa soprattutto nelle classi sociali più basse. Da paese di passaggio e consumo, l’Argentina divenne alla fine un paese produttore.

La scoperta del laboratorio nel 2008 scosse il paese, lasciandolo però ancora in parte sopito fino a quando il triplice omicidio di tre ragazzi nella città di Rosario, uno dei più importanti centri urbani e industriali argentini dopo Buenos Aires, pose la parola fine all’illusione di essere al sicuro e fece capire che non solo i narcos erano presenti ma che erano argentini, non più messicani. I tre giovani, di 17, 19 e 20 anni, vennero uccisi per errore: erano attivisti in uno dei tanti quartieri poveri che circondano la città ma vennero scambiati per nemici in uno scontro tra bande e crivellati di colpi all’alba del primo gennaio 2012.

La città in cui nacque Ernesto “Che” Guevara, in cui giocò Maradona, dove sono nati Lionel Messi e Mauro Icardi, si è trasformata in un campo di battaglia tra cartelli della droga che curano interessi nel mattone e nella finanza, e persino nel mondo del calcio. Rosario è una provincia ricca e allo stesso tempo circondata dalla povertà delle più di 100 baraccopoli che la circondano, luoghi perfetti per trovare soldati minorenni da utilizzare come manodopera a basso costo e consumatori incalliti. Tutte le strade nazionali, e alcune internazionali come quelle che collegano il centro industriale con Bolivia e Paraguay, arrivano a Rosario, che può inoltre contare su 21 porti privati e 4 pubblici situati sulle sponde dell’enorme fiume Paranà.

Gli esperti affermano che è stato proprio quel triplice omicidio commesso per errore il primo gennaio 2012 a segnare il giorno in cui la realtà del narcotraffico esplose a Rosario e venne alla luce, rivelando quello che molti preferivano ignorare e che invece quasi nessuno ignorava davvero: sul territorio regnava il narcotraffico, e la polizia provinciale era il suo socio più fedele. E sebbene attraverso alcune leggi il ruolo della polizia non sia più centrale come prima, la città continua a perdere i suoi figli e ad avere un tasso di omicidi come quello di Buenos Aires. Con la piccola differenza che quest’ultima è tre volte più grande di quella che, già nel 1930, era stata soprannominata la Chicago argentina.

@GiuliaDeLuca82
 

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