La guerra degli Usa all’Isis in Siria è rallentata dalla Turchia. Sarà accelerata dalla Russia?

Secondo i piani diffusi dagli Stati Uniti, la caduta di Raqqa in Siria e Mosul in Iraq – le due capitali dello Stato Islamico – sono un passaggio fondamentale per lo sradicamento dell’organizzazione terroristica. A questo fine sono stati inviati centinaia di uomini delle forze speciali americane, per addestrare e aiutare sul campo l’esercito iracheno, i peshmerga (curdi iracheni) e le Syrian Democratic Forces (una coalizione di ribelli siriani, dominata dal Ypg curdo). Le operazioni tuttavia procedono a rilento. In Iraq pesa il caos politico, la spaccatura all’interno delle comunità sia sunnita che sciita (con i curdi che sempre più speditamente vanno verso la dichiarazione di indipendenza anche formale), la disorganizzazione dell’esercito e la conseguente presenza di milizie sciite (spesso finanziate dall’Iran) che spaventa la minoranza sunnita del Paese, e le diffidenze verso i Peshmerga.

Nord della Siria: in rosso il regime di Assad, in verde i ribelli, in grigio lo Stato Islamico e in giallo i curdi

In Siria – dove, per stessa ammissione del colonnello Steve Warren (comandante della coalizione a guida Usa che combatte contro l’Isis), gli Usa hanno un piano meno sviluppato su Raqqa e non possono contare sulla cooperazione di un esercito regolare come in Iraq – la situazione è peggiore per l’Isis a causa della presenza russa. Gli americani sono infatti resi, almeno per il momento, quasi impotenti dall’ostacolo rappresentato dalla Turchia. Ankara non vuole che l’Ypg curdo – legato al Pkk, considerato dalla Turchia un’organizzazione terroristica – guadagni altro territorio in Siria, specialmente al suo confine, anche se i curdi siriani sono la forza di fanteria che meglio ha fatto contro gli uomini del Califfo e sono già tatticamente posizionati sia per tagliare i rifornimenti allo Stato Islamico sigillando il confine con la Turchia sia per portare un eventuale attacco contro Raqqa (vedi cartina).
Per ora la Casa Bianca sostiene quindi il tentativo dell’alleato turco di armare, addestrare e aiutare i ribelli siriani che stazionano nell’area di Azaz (v. cartina). «Negli ultimi mesi Washington ha fatto di tutto per accontentare la Turchia», spiega Amberin Zaman, esperta di Turchia del Washington Post. «Gli Stati Uniti hanno intensificato il supporto aereo per i ribelli siriani filo-turchi, inclusa l’organizzazione jihadista Ahrar al-Sham (non inserita tra le fazioni escluse dalla tregua Onu ndr.). Questi gruppi ribelli stanno combattendo per espellere l’Isis - finora senza successo - dalle aree confinanti della Turchia, con l'obiettivo di impedire all’Ypg di farlo e rivendicare così questi territori». Questa accondiscendenza verso Ankara sta di fatto rallentando le operazioni e, secondo esperti militari, non è a tempo indeterminato. Obama è intenzionato a “premiare” i recenti sforzi della Turchia, che fino a pochi mesi fa aveva tenuto una linea ambigua nei confronti dell’Isis, contro l’organizzazione terroristica (che ha colpito anche diverse città turche). Ma ha già preparato un “piano B”. Se il tentativo dei ribelli filo-turchi si rivelasse inconcludente gli Usa potrebbero decidere di scontentare Erdogan e lasciare che siano i curdi del Ypg, avanzando su e oltre Manbij (v. cartina), a sigillare il confine. Non solo. Se le forze del regime siriano di Assad, sostenute dalla Russia, dovessero accelerare le operazioni per riconquistare Raqqa, gli americani potrebbero di nuovo sfruttare l’Ypg e i suoi alleati arabi – già posizionati a nord della città – per intervenire nella partita.
E che la Russia stia preparando qualche manovra è confermato da diversi elementi. Lo scorso 9 aprile i comandi militari delle forze russe e siriane hanno annunciato l’imminente avvio di una campagna per liberare Aleppo “dalle fazioni che non sono incluse o che hanno violato il cessate il fuoco”. Da allora gli scontri e i bombardamenti sulla città si sono intensificati. A fronte delle proteste dell’opposizione siriana e dell’Occidente, Mosca ha sostenuto di aver colpito gruppi jihadisti collegati a Jabhat al Nousra (il ramo siriano di Al Qaeda, che oscilla tra la fedeltà alla casa madre – che le ha dato il via libera per la costituzione di un suo Califfato – e le lusinghe del Qatar di renderla una “forza presentabile”). La situazione frammentaria e caotica sul terreno rende difficile tracciare linee di demarcazione chiare. È sicuramente vero che la controffensiva più violenta subita dalle forze lealiste nel quadrante di Aleppo è stata portata negli ultimi giorni dai jihadisti di Jabhat al-Nusra, Ahrarash-Shame delTurkistanIslamic Party – uniti in un’unica massa d’urto - nella città di Khan Touman. Il regime, complice la situazione di parziale difficoltà, e i ribelli “moderati” hanno quindi siglato dei brevi cessate il fuoco relativi ad Aleppo. Se la tendenza a ricercare intese di carattere locale dovesse tuttavia consolidarsi sui vari fronti aperti nel Paese, la tregua formalmente in vigore dal 27 febbraio sarebbe di fatto morta e le conseguenze della frammentazione sarebbero potenzialmente disastrose per i ribelli e promettenti per Mosca e Damasco.
La Russia sta poi proseguendo i bombardamenti nella regione di Idlib – la più vasta ancora in controllo di una moltitudine di fazioni ribelli – e vicino Palmira, dove i jihadisti dell’Isis continuano una costante azione di logoramento. E proprio nella città che fu capitale del regno della Regina Zenobia pare – secondo quanto riportato dai ribelli siriani – che Mosca stia costruendo la sua seconda nuova base militare in Siria, dopo quella vicino Latakia (che già si era aggiunta alla base navale di Tartus). Per ora si tratta di voci non confermate, che potrebbero rientrare nel gioco della propaganda sui destini del meraviglioso sito archeologico (l’orchestra di San Pietroburgo ha di recente suonato nel Teatro di Palmira, prima usato dall’Isis per le esecuzioni capitali). Tuttavia se ne venisse dimostrata la fondatezza si tratterebbe di un chiaro segnale che il Cremlino sta progettando il supporto alle prossime offensive lealiste su DeirezZur e Raqqa (oltre a una presenza ancora più stabile in Medio Oriente). E un Assad vincitore nella guerra contro il Califfato – almeno in Siria - sarebbe ancora più difficile da rimuovere dal potere.
Putin, con il suo interventismo in Siria, sta guadagnando centralità in tutte le dinamiche Medio Oriente. Se da un lato non ha comunque interesse a indispettire eccessivamente le monarchie del Golfo, nemiche di Assad e dell’Iran ma con cui Mosca non disdegna di fare affari nell’ambito degli armamenti e non solo, dall’altro pare intenzionato a prendersi tutto lo spazio possibile fintanto che gli Stati Uniti insistono su una linea di politica estera mediorientale non interventista. Una linea che, oltretutto, potrebbe cambiare tra poco più di un anno, quando verrà eletto il nuovo inquilino della Casa Bianca.

@TommasoCanetta

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