La guerra in Libia e il disinteresse dell'occidente

L'Occidente sta dimostrando un moderato disinteresse nei confronti del caos che regna in Libia. L'Italia, ex potenza coloniale, vede la sua classe politica avvitata in un dibattito provinciale sulla spartizione dei migranti, mentre alle sue porte rischia di scatenarsi il caos. L'Europa, in primis la “locomotiva” tedesca, ha lo sguardo rivolto a est, verso l'Ucraina, e non ha dimostrato finora di considerare la questione libica come una priorità. Gli Stati Uniti, fin dai tempi della rivoluzione contro Gheddafi, hanno cercato di mantenere una posizione defilata. Questa disattenzione rischia di causare danni enormi, non solo alla Libia stessa né ai soli Paesi mediterranei, ma all'intero continente europeo.

Benghazi, Libya - A member of the Libyan pro-government forces stands in front of the ruins of a shopping mall in Benghazi, Libya, May 21, 2015. Libya, which has descended into near anarchy since NATO warplanes helped rebels overthrow former dictator Muammar Gaddafi in a 2011 civil war, is now the third big stronghold for Sunni Islamist group Islamic State, also known as ISIS or ISIL, which declared a Caliphate to rule over all Muslims from territory it holds in Syria and Iraq. REUTERS/Stringer

È notizia di pochi giorni fa la conquista da parte dell'Isis di alcune posizioni strategiche (in particolare una centrale elettrica) nei pressi di Sirte, città strategicamente vicina ai pozzi petroliferi e contesa da febbraio tra gli uomini in nero del Califfato e le milizie – fedeli al governo islamista di Tripoli – di Misurata. «Lo Stato Islamico sta approfittando della situazione di grave disgregazione del Paese», spiega Leandro Di Natala, ricercatore dell'European Strategic Intelligence and Security center. «Per ora incontra comunque maggiori difficoltà qui che non nello scenario siro-iracheno, perché in Libia non c'è lo scontro settario tra sunniti e sciiti di cui approfittare, e perché non avendo – ribadisco, per ora – accesso a particolari risorse economiche, quali ad esempio i pozzi di petrolio, non può distribuire servizi sociali (e mazzette) alle tribù e alla popolazione per comprarne l'appoggio». Inoltre, ma in questo la situazione non è dissimile a quella in Siria, è in corso una faida tra gruppi affiliati al Califfato e gruppi legati ad Al Qaeda. Pochi giorni fa a Derna, base dell'Isis in Libia, uomini del Califfo hanno assassinato il leader delle brigate Majlis al Shura, il gruppo qaedista con cui condividono il controllo della città, e ne sono seguiti violenti scontri con decine di morti.

Queste difficoltà se da un lato hanno rallentato l'avanzata dello Stato Islamico, dall'altro non gli hanno impedito di approfittare dell'anarchia in cui si dibatte il Paese, diviso tra il governo islamista di Tripoli (vicino alla Fratellanza Musulmana e appoggiato da Turchia e Qatar) e quello di Tobruk (riconosciuto internazionalmente e fortemente sostenuto dall'Egitto del generale Al Sisi), attraversato da scontri tribali e da una criminalità diffusa e pesantemente armata. «La saldatura tra gruppi terroristici e criminali comuni è molto pericolosa», prosegue Di Natala. «Lo Stato Islamico probabilmente già può contare, come fonte di finanziamento, sull'immigrazione clandestina, chiedendo tangenti e parte dei profitti alle organizzazioni criminali che sfruttano il traffico di esseri umani. Se i governi di Tobruk e Tripoli non troveranno un accordo in tempi rapidi la situazione potrebbe ulteriormente degenerare: la Libia potrebbe diventare un “santuario” per i terroristi, un luogo dove finanziarsi – a quel punto sì grazie al petrolio oltre che all'immigrazione –, addestrare terroristi e pianificare attacchi contro Tunisia, Egitto e anche Europa. Non si pensi però che i terroristi arrivino col barcone – ipotesi teoricamente possibile ma decisamente improbabile per i rischi della traversta e i controlli successivi -, molto più realisticamente prendono un biglietto aereo o si attivano dopo essere già in Italia ed essersi radicalizzati su internet».

Ma Tobruk e Tripoli sembrano molto lontani da un accordo. Ancora di recente, nell'ambito dei colloqui di pace svoltisi in Marocco, alcuni rappresentanti del governo internazionalmente riconosciuto hanno bocciato i termini dell'accordo proposti dal rappresentante dell'Onu, Bernardino Leon. Tobruk lamenta di essere stato penalizzato – nell'ultima bozza di accordo proposta – rispetto a Tripoli negli equilibri dei futuri organi che dovranno governare il Paese, e il generale Haftar – capo delle forze armate del governo legittimo e alleato di ferro dell'Egitto – non accetta di vedersi privato del suo ruolo che invece passerebbe a un soggetto eletto. La posizione definitiva espressa dal governo di Tobruk è comunque di aspettare la fine dei colloqui, nel frattempo trasferiti a Berlino, per prendere una posizione ufficiale.

La sensazione – secondo diversi analisti – è che intorno al caso libico si siano create, semplificando, due fazioni. La prima è quella formata principalmente dai Paesi occidentali e specialmente europei. Questi vogliono la pace per riportare sotto controllo – anche con una missione Ue a cui serve però avallo Onu, che non arriverà senza accordo tra Tripoli e Tobruk – l'immigrazione, impedire l'avanzata e il radicamento dello Stato Islamico, e reinserire nel mercato il petrolio dei pozzi libici. La seconda invece soffia sul fuoco di uno scontro tra i due governi del Paese. In questa fazione ha un ruolo predominante il Cairo – probabilmente spalleggiato dall'Arabia Saudita – che può contare sull'appoggio interno del generale Haftar. Il presidente egiziano Al Sisi ha infatti sia mire espansionistiche in Libia, sia una lotta in corso contro la Fratellanza Musulmana. La tentazione di approfittare del momento di debolezza di Erdogan – il presidente turco, grande sponsor della Fratellanza in Libia e altrove, in difficoltà sul fronte interno dopo le ultime elezioni in cui ha perso la maggioranza assoluta – potrebbe esserci. Da quel che sta emergendo dai colloqui di pace in corso sembra che la seconda fazione sia molto più determinata della prima.

«L'Occidente evidentemente non sta facendo abbastanza. Lo strumento per portare le parti ad un accordo», conclude Di Natala, «è abbastanza evidente: garantire ad entrambi i contendenti un ingente profitto economico dalla vendita del petrolio. Le esportazioni di barili sono crollate mentre le morti violente sono impennate. La fazione che vuole la pace ha abbondanza di argomenti da spendere e tuttavia sembra che prevalga il disinteresse. In questo modo si avvantaggiano i criminali e i terroristi». Il sospetto che circola nell'ambiente diplomatico è che il fronte che non vuole la pace sia molto più esteso di quanto non sembri: alcuni Stati occidentali non vogliono saperne di farsi carico della questione immigrazione intervendo in Libia, anche ci fosse un governo di unità nazionale. Altri hanno poi tali e tanto ingenti affari con i Sauditi – sponsor dell'Egitto – che potrebbero preferire sabotare le trattative piuttosto che veder sfumare miliardi di euro. Altri ancora accarezzano l'ipotesi di sostenere gli sforzi egiziani e di Haftar di annichilire il governo di Tripoli e i gruppi che lo appoggiano per avere in futuro come interlocutore una stabile, pur antidemocratica, dittatura militare. Senza un sussulto di impegno da parte delle potenze a cui la pace conviene, le speranze di pace sono insomma al lumicino.

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