eastwest challenge banner leaderboard

La Libia e il suo futuro dopo un accordo forse troppo affrettato

Giovedì scorso, a Skhirat, in Marocco, alcuni rappresentanti dei due fronti che si contrappongono in Libia hanno firmato l'accordo per un governo di unità nazionale, guidato da un Consiglio presidenziale di nove membri. A breve il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tradurrà l'intesa in una risoluzione, facendo del nuovo esecutivo l'unica autorità legittimamente riconosciuta in Libia.

REUTERS/Esam Omran Al-Fetori

Alcuni analisti credono, però, che i tempi di questo accordo siano stati eccessivamente affrettati. Tra di loro c'è Claudia Gazzini, del prestigioso think tank International Crisis Group: "La crisi libica era arrivata a un punto molto basso per cui, davanti alla minaccia crescente dei gruppi estremisti, si è firmata un'intesa che, al momento, ha un sostegno limitato nel Paese. Inizialmente si era stabilito che i due Parlamenti avrebbero ratificato l'accordo. Poi, quando ci si è accorti che questo non sarebbe avvenuto, si è deciso di andare avanti comunque". La legittimità del nuovo esecutivo, dice Gazzini, può essere messa in discussione, in Libia: "Adesso i due Parlamenti possono non riconoscere l'accordo e la successiva risoluzione del Consiglio di Sicurezza. In questo caso, l'intesa nel Paese resterebbe lettera morta. C'è anche la possibilità che i rappresentanti dei gruppi contrari al testo firmato giovedì presentino un ricorso alla Corte Suprema libica, la quale potrebbe emettere un pronunciamento contrario a Skhirat. Inoltre, alcuni pensatori hanno fatto circolare delle fatwe secondo cui il governo è illegittimo perché il capo di un Paese islamico non può essere nominato da un occidentale, un non musulmano (il premier, Fayez Serraj, è stato scelto dall'ex inviato ONU, il discusso diplomatico spagnolo Bernardino Leon (ndr)".

Insomma, ci sono tante ragioni per essere preoccupati: "E' mancato il lavoro a monte. Quando le Nazioni Unite hanno avviato il loro processo per costruire un'intesa tra le parti in Libia, l'idea era che al filone politico si dovesse accompagnare un negoziato su un tema altrettanto importante, quello della sicurezza. Il security track, invece, non si è mai visto. Ci si è concentrati su Tripoli, ma anche in questo caso i piani che sono stati elaborati non potevano stare in piedi. Adesso, con l'arrivo del generale Serra, la situazione è un po' cambiata, c'è un approccio più realistico. Ma tre-quattro settimane non sono sufficienti a garantire l'ordine, ne' si sa ancora quale sarà questa forza di sicurezza che si occuperà la capitale. Il rischio è che Tripoli si trasformi in un campo di battaglia tra chi è favorevole all'intesa di Skhirat e chi è contrario".

 

Il numero di milizie schierate a favore non è ancora chiaro (uno dei nuovi vicepremier, Ahmed Maiteg, ha parlato di 52 brigate nella Libia occidentale). Ma il punto è un altro: se non ci saranno le condizioni legali, se non ci sarà l'appoggio del Congresso di Tripoli, chi è contrario all'accordo si sentirà più forte: "La capitale è divisa, ma neppure nell'Est c'è un forte consenso", prosegue l'analista. "Anzi, le stesse forze che a Bengasi appoggiano la guerriglia contro gli islamisti sono scettiche, a causa della diffidenza verso Misurata e il suo protagonismo. C'è sempre stata tensione tra le tribù dell'Est e quelle di Misurata. Alcuni sostengono che i deputati di Tobruk che hanno firmato il testo sono una settantina, altri dicono più di ottanta. Però tra questi ci sono anche coloro che, sinora, hanno boicottato la stessa House of Representatives. Quanto ai parlamentari di Tripoli, sono una probabilmente una cinquantina, molto meno della metà dell'assemblea, quindi. Quello che colpisce è soprattutto il fatto che non ci siano cifre ufficiali, che ci sia poca volontà di affrontare la questione dei numeri, come se fosse irrilevante. Perché, in ogni caso, si deve andare avanti". Gazzini si focalizza sui prossimi passi da fare: "Bisogna anzitutto accelerare gli accordi per la sicurezza di Tripoli, rivolgendosi a quelle milizie che sono contrarie all'intesa. Bisogna portarle dentro a questo processo, promuovendo la loro partecipazione alle forze di sicurezza. E invece siamo ancora in una fase a monte". Non sarà un passo semplice. "I capi delle milizie che sostengono il governo sono disposti a lasciare spazio ad altri gruppi armati?", si chiede l'analista dell'ICG. "La sicurezza, al momento, è affidata ad alcune brigate di Misurata, di Zintan, e ad ufficiali e reclute dell'esercito. Saranno d'accordo a far entrare nel piano le fazioni più agguerrite della coalizione Alba libica? (quella che è legata al Congresso di Tripoli, ndr). La stessa Misurata è divisa. Una fazione è per il si' al nuovo governo, un'altra no. Sostanzialmente si sta tentando una prova di forza per spaventare chi è contrario all'intesa. Mandare soldati, soprattutto da Misurata, per convincere chi è ostile. Si tratta di un gioco particolarmente rischioso".

C'è anche la possibilità che, dopo i due governi e i due parlamenti, ci siano anche due accordi, soprattutto dopo che, una decina di giorni fa, i presidenti delle due assemblee, entrambi contrari all'intesa, si sono incontrati a Malta per avviare un dialogo intra-libico, senza l'ONU: "Il rischio c'è. E' difficile quantificare il sostegno che hanno questi due leader, ma sicuramente un certo consenso ce l'hanno. Ad esempio, ci sono forze impegnate contro gli islamisti, ad Est, che per andare avanti con le loro operazioni militari chiedono il placet del Parlamento di Tobruk". Quanto all'incontro tra l'inviato ONU Martin Kobler e il generale Khalifa Haftar, il leader militare di Tobruk, il cui ruolo è stato uno dei principali ostacoli all'intesa, l'analista, pur non riuscendo a leggere sino in fondo il significato del meeting, dice che "può essere un tentativo delle Nazioni Unite di dargli un podio pubblico, di riconoscere la sua azione, in modo da consentirne un'uscita di scena dignitosa. Haftar ha un proprio seguito, che ovviamente rifiuta l'accordo di governo, ma non ha una forza tale per fare saltare l'intesa. Il problema, come ho detto, è che anche ad Est ci sono forze che, pur non essendo schierate con Haftar, sono comunque contrarie". Riguardo ai "padrini" regionali dei due fronti (Emirati ed Egitto per Tobruk, Qatar e Turchia per Tripoli), Gazzini sostiene che "sono disposti a dare una chance al nuovo governo, a vedere se, nei prossimi due-tre mesi, riuscirà a funzionare. Se non dovesse accadere, però, sono pronti a riprendere quello che hanno fatto sinora. Molti, in questi Paesi, sono consapevoli dei rischi e delle difficoltà di implementare l'accordo. Al tempo stesso, sentono la pressione dell'Occidente, degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, dell'Italia, della Francia, per cui hanno firmato a Roma il documento di sostegno al governo unitario. Ma l'Egitto, ad esempio, può credere che la soluzione migliore sia quella di avere un governo militare. Se il nuovo governo dovesse fallire, è pronto a dire: vedete che noi eravamo nel giusto?".

Domanda imprescindibile, quella sull'espansione dello Stato Islamico in Libia. Gazzini fa il punto  della situazione: "Ultimamente ci si è concentrati molto sull'espansione dell'Isis a Sirte. E in effetti li' la situazione è preoccupante, gli affiliati dello Stato Islamico controllano la città. Hanno eliminato gli altri gruppi, hanno imposto i loro canoni di governo e i loro codici di comportamento. Ma Sirte non significa la Libia. Bisogna vedere le cose da una prospettiva più ampia. A Derna, dove era riuscito in qualche modo a conquistare la città, l'Isis è stato cacciato dagli islamisti locali. A Bengasi, invece, c'è una collaborazione di fatto con quelle stesse brigate islamiste che l'hanno combattuto a Derna, perché i due fronti condividono un nemico, il generale Haftar. Quindi c'è una sorta di patto di non belligeranza. La morale qual è? La morale è che laddove non c'è un esercito che attacca si possono creare le condizioni per cui sono gli stessi islamisti a prendere le armi contro l'Isis. Quindi la soluzione migliore è quella di evitare il più possibile situazioni come quella di Bengasi. Tornando alla questione dell'accordo di Skhirat, quindi, e alla sua legittimità sul campo, c'è il rischio che le forze contrarie al nuovo governo si uniscano e comincino a considerare lo Stato Islamico un male minore rispetto ad un esecutivo "imposto" dall'Occidente".

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA