La lotta del Marocco al terrorismo fra ISIS e sicurezza interna

La collaborazione tra Rabat e Parigi in seguito agli attentati del 13 novembre scorso nella capitale francese ha portato alla ribalta sulla scena internazionale l'impegno del Marocco sul fronte della lotta al terrorismo. Lotta questa mai trascurata sul piano interno, con il regno alawita costantemente impegnato a contrastare il fondamentalismo islamico e le sue espressioni più violente sin dagli attentati di Casablanca nel 2003. La problematica terrorista va letta attraverso una duplice lente nel caso del Marocco: il Paese maghrebino, infatti, non solo si trova a dover debellare cellule pronte ad agire sul proprio territorio, ma costituisce anche un esportatore di foreign fighters intenzionati a rinfoltire le fila del Daesh.

Marocco, fondamentalismo, terrorismo: una triade non del tutto inedita

Sebbene singoli cittadini abbiano fatto parte di gruppi islamisti violenti da almeno una trentina d'anni e in contesti disparati quali l'Afghanistan, la Bosnia, la Cecenia o l'Iraq, l'approdo del jihadismo in territorio marocchino è un fenomeno tutto sommato recente. Il suo attechimento non deve tuttavia sorprendere, soprattutto alla luce della strumentalizzazione del wahhabismo operata dal fu Hassan II. La diffusione di questa versione fondamentalista dell'Islam, nata nel XVIII secolo in Arabia Saudita, è stata infatti incentivata dal padre dell'attuale monarca Mohamed VI al fine di contrastare la sinistrorsa opposizione a un regime  pressoché assolutistico. Mutatis mutandis, possiamo operare un parallelo con l' Afghanistan dei mujahidin  appoggiati dal Pentagono in chiave antisovietica e poi rivoltatisi contro i propri demiurghi a stelle e strisce, e leggere così la propaganda wahhabita promossa dal Palazzo come il germe di una gramigna le cui primizie sono stati gli attentati di Casablanca del 16 maggio 2003, con la capitale economica del Paese colpita da una serie di attentati suicidi aventi come obiettivi edifici occidentali ed ebraici: 45 i morti, inclusi 12 attentatori.

Una lotta multivettoriale a radicalizzazione e terrorismo

Alla luce della propaganda di cui sopra e del sostegno marocchino alla guerra contro l'"Impero del Male" intrapresa da Washington, lo stupore di Rabat di fronte ai fatti di Casablanca è apparso invero più formale che sostanziale, ed è stato presto soppiantato da un approccio multivettoriale alla lotta al terrorismo. I tre focus principali su cui quest'ultima verte sono l'opera di intelligence , il controllo della sfera religiosa, una politica sociale inclusiva nei confronti delle classi sociali più disagiate.
Il lavoro dei servizi segreti si è finora rivelato abbastanza efficace, almeno dando ascolto ai media marocchini, i quali annunciano con cadenzaquasi giornaliera l'arresto di cellule dormienti in odore di salafismo e pronte a inviare i propri adepti a combattere per il cosiddetto Stato Islamico in Libia e nel Mashreq. Fruttuosa è anche la collaborazione con l'estero, come quella con Madrid, le cui enclaves di Ceuta e Melilla costituiscono un ganglio sensibile non solo per l'immigrazione, ma anche per traffici di stupefacenti e di combattenti.
Se l'individuazione e il successivo annientamento di cellule terroristiche costituisce l'ultima ratio e l'amara constatazione di una radicalizzazione avanzata, il Marocco punta molto sulla prevenzione del fondamentalismo. Sul piano religioso,il re ricopre anche il ruolo di "Amir Al-Mu'umin", Comandante dei Credenti, e tale titolo ha permesso al re di mettere in atto un capillare sistema di controllo sulle 30000 moschee del Paese. L'imposizione delle linee guida per il discorso tenuto dall'imam ogni venerdì e il monopolio statale della formazione delle guide spirituali (ora anche donne) sono solo alcuni dei provvedimenti atti a diffondere una versione moderata dell'islam, avversa a qualsivoglia forma di violenza.
Il medesimo scopo preventivo si prefiggono i vari progetti di ambito socio-economico avviati nel quadro dell'Iniziativa Nazionale per lo Sviluppo Umano. Tra questi rientra il piano "Villes sans Bidonvilles", il quale offre, tramite l'edilizia popolare, un'alternativa concreta alla vita in baraccopoli come quelle di Sidi Moumen, da cui provenivano gli attentatori di Casablanca. Corsi di alfabetizzazione per adulti e microcredito mirano egualmente a gettare un barlume di speranza su contesti finora negletti.

Daesh e attentati di Parigi: nuove carte in gioco, altrettanti interrogativi

Se fino alla nascita del cosiddetto Stato Islamico la lotta al terrorismo in Marocco era in ampia misura interna, la comparsa di un'entità terrorista pseudo-statuale e la sua espansione sino alla vicina Libia (http://www.eastwest.eu/it/opinioni/open-doors/isis-viaggio-dentro-i-migranti-di-guerra-diretti-in-libia)  hanno posto Rabat di fronte a sfide inedite che potrebbero costituire una minaccia concreta per la sicurezza del Regno. Il fenomeno dei già citati foreign fighters, i combattenti stranieri partiti per unirsi all'ISIS, ha raggiunto proporzioni preoccupanti per il Marocco: secondo il ministro degli Interni Hassad, 1350 Marocchini figurerebbero tra le fila dell'ISIS in Medio Oriente, 286 vi sarebbero morti e 156 sarebbero tornati in patria. La questione cardinale è duplice: come arrestare il reclutamento e l'esodo verso le braccia del "califfato", e come impedire che i combattenti di ritorno dal fronte orientale portino il terrore nel Regno?
Ferali potrebbero anche essere le conseguenze del sostegno immediato offerto da Mohamed VI a Hollande nella ricerca dei responsabili degli attentati di Parigi: quanto il volersi mostrare un alleato leale e soprattutto utile nei confronti dell'Eliseo può nuocere al Marocco in termini di incrementata radicalizzazione antioccidentale al suo interno?
Certo è che di ragioni che spingano alla militanza ce ne sono parecchie, con le riforme post-2011 e i proclami di lotta alla corruzione e di creazione di posti di lavoro che paiono carta straccia a fronte di disugluaglianza sociale, povertà e disoccupazione crescenti. Per chi non ha nulla da perdere, un biglietto di sola andata per Damasco è preferibile a una vita di miserie.

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