La pena di morte per reati di droga funziona?

Chi pensa che la pena di morte sia un deterrente per i reati di droga viene smentito dai fatti: nei Paesi in cui viene applicata crescono arresti, condanne ed esecuzioni capitali. In occasione della Giornata Mondiale contro la pena capitale - che cade ogni anno il 10 ottobre - Amnesty International, capofila del fronte abolizionista, ha fatto luce su un aspetto meno noto, quello delle esecuzioni legate al possesso o al traffico di sostanze stupefacenti.

REUTERS/Mark Makela

Sono 33 gli Stati che prevedono questo tipo di pena, anche se solo dodici la applicano effettivamente. Nel 2014 ci sono state 414 esecuzioni capitali, di cui 371 in Iran, 41 in Arabia Saudita e due a Singapore (non abbiamo a disposizione i dati relativi alla Cina, Paese che è ancora al primo posto nella poco edificante classifica sul totale delle condanne, ma che sta facendo grandi passi in avanti per limitarle: si è passati da 10.000 all'anno a 4.000 solo nell'ultimo lustro).

Nel 2015 la curva delle esecuzioni per reati di droga tende ulteriormente verso l'alto: a fine settembre si è già arrivati a 615 persone messe a morte: 55 in Arabia Saudita, 14 in Indonesia e 546 in Iran. A Teheran l'avvento della presidenza Rohani ha portato a una maggiore apertura verso l'esterno, culminata con l'accordo sul programma nucleare, ma non ha coinciso affatto con la conquista di spazi di libertà e diritti sul piano interno. Anzi, le esecuzioni legate al traffico e al possesso di sostanze stupefacenti sono aumentate del 40 per cento rispetto al 2014. Cristina Annunziata, presidente di Iran Human Rights Italia, presenta dati tanto interessanti quanto allarmanti: "Più di 2500 persone sono state messe a morte per reati di droga negli ultimi cinque anni. Nel 2014 quasi la metà delle condanne capitali, il 49 per cento, è legata alle sostanze stupefacenti. Si può essere condannati perché si contrabbandano più di cinque chili di oppio o di cannabis, ma anche per il solo acquisto, trasporto ed occultamento di queste quantità di droga". Quanto ad eroina, morfina, cocaina e loro derivati, si rischia la pena capitale al di sopra dei 30 grammi (per contrabbando, traffico, produzione, distribuzione ed esportazione).

Un approccio durissimo che, come racconta Cristina, non ha portato alcun frutto: "La pena di morte non è un deterrente. Gli arresti giornalieri crescono, i casi di donne uccise da un'overdose sono aumentati del 30 per cento, secondo un rapporto della polizia di Teheran. Gli arrestati di solito non sono i grandi trafficanti, ma la popolazione emarginata, come gli afghani residenti in Iran. Alcune persone, come Mahmood Barati, un insegnante di scuola, sono state condannate sulla base di false testimonianze". La Annunziata ricorda che in Iran il 70 per cento delle esecuzioni capitali di donne è legato alla droga (anche se ben difficilmente sono loro le protagoniste dei traffici). 

Anche il rivale regionale di Teheran, l'Arabia Saudita, è un ottimo datore di lavoro per i boia: 130 esecuzioni solo da gennaio ad agosto 2015, una parte delle quali legata ai reati di droga. Riad sta addirittura cercando nuovo personale per questo rituale, che avviene nella piazza pubblica (tramite taglio delle testa). La giustizia è sommaria, gli stranieri spesso non hanno neppure l'avvocato. Le esecuzioni dettate da motivi politici, cresciute anni fa in coincidenza col rientro dall'Afghanistan dei membri di al Qaeda, sono quasi scomparse, ma recentemente ha fatto rumore la condanna a morte di Ali Mohammed Al Nimr, un ragazzo sciita che aveva partecipato, diciassettenne, alle manifestazioni di protesta contro il regime, nell'Est del Paese.

Iran e Arabia, come si è visto, dominano le classifiche delle esecuzioni per reati di droga. Il paradosso è che la comunità internazionale ha sostenuto questi Paesi, soprattutto Teheran, nell'ambito di una campagna contro il traffico di stupefacenti. La maggior parte dei finanziamenti europei per la lotta al narcotraffico, infatti, è supervisionato dall'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), che coopera con le autorità iraniane. In linea di principio, l'UNODC è contraria alla pena di morte per reati di droga, ma di fatto, sostiene Iran Human Rights Italia, i suoi programmi finiscono per incoraggiare le esecuzioni capitali. 

L'Italia ha finanziato 5 programmi dell'UNODC dal 1998 al 2014, per un totale di 2.312.077 dollari. Nello stesso periodo in Iran sono state eseguite 3353 condanne a morte per reati di droga. Alcuni Paesi, come la Danimarca e l'Irlanda, hanno sospeso il loro finanziamento ai progetti UNODC a Teheran, perché non vogliono contribuire ad alimentare questa catena. "Il finanziamento a questi programmi", sostiene la Annunziata, "dovrebbe essere condizionato alla rinuncia, da parte dell'Iran, a ricorrere alla pena di morte". 

@vannuccidavide

 

 

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