La perversa dinamica economica del Venezuela – Una spiegazione

Una domanda sintetizza la situazione del Venezuela oggi: È possibile che il paese che detiene le maggiori riserve petrolifere al mondo subisca anche la peggior caduta in assoluto del Prodotto interno lordo, peggio di quelle del Sudan e della Guinea Equatoriale? Sì, la ricchezza del Venezuela si contrarrà quest'anno dell'8% secondo il Fondo monetario internazionale.

Per chi preferisce altre fonti, la Commissione economica per l'America Latina dell'Onu (Cepal) stima la contrazione in 6,9% e Latinfocus in 7,2%. L'inflazione sta per diventare iperinflazione (quando supera l'1% al giorno) – l'Fmi prevede che quest'anno supererà il 700%, un altro record mondiale.
"Il Venezuela si trova davanti tre sfide: politica, economica e socioeconomica, quest'ultima conseguenza delle prime due", riassume Leonardo Vera, economista, intervenendo alla tavola rotonda sugli scenari economici del Paese organizzata da Prodavinci, uno spazio per la riflessione a Caracas diretto da Angel Alayón.
I sostenitori del chavismo al governo potrebbero obiettare che le politiche del tenente colonello Hugo Chávez a favore dei settori più svantaggiati hanno fatto uscire dalla povertà un 16-17% della popolazione di un paese estremamente disuguale come tutti i paesi latinoamericani, feudo lungo tutta la sua storia di una élite economica che era anche classe dirigente.
Ora però di quei progressi sociali, che fossero assistenzialistici o meno, non è rimasto niente. La scarsità dei beni di consumo, dovuta alla mancanza di riserve in valuta estera, è da tempi di guerra. La dieta media è di sopravvivenza e carente di proteine, secondo l'Encovi, il Sondaggio sulle condizioni di vita. Un 12% della popolazione mangia solo due pasti al giorno rispetto all'11 dell'anno precedente.
"Le stime sulla povertà sono cambiate in maniera accelerata negli ultimi due anni e mezzo. Nel 2013 in povertà viveva il 30% circa della popolazione, ora i venezuelani in povertà sono più del 60%", dice Vera.
Più drastica è la conclusione dei sociologi dell'Osservatorio venezolano della violenza: un ben 76% di venezuelani avrebbe un reddito da povero. Gli ospedali non hanno da dare da mangiare né antibiotici per i ricoverati. Molte persone non hanno luce né acqua.
Questa realtà richiama la politica economica dei governi Chávez tra il 1999 e il 2013. In vari anni di quel periodo il prezzo del greggio venezuelano viaggiava tra i 110 e i 120 dollari al barile. Per finanziare i programmi sociali, le misiones, e per sussidiare la benzina e i beni di consumo non occorreva molta contabilità e la spesa dello Stato è stata lasciata lievitare con il progredire dei prezzi del petrolio.
La benzina sussidiata che Chávez avrebbe "preferito regalare", pesava già nel 2008 sullo Stato per 26 miliardi di dollari l'anno, secondo i calcoli dell'economista Asdrúbal Oliveros, socio direttore di Ecoanalítica.
Che quelle politiche fossero insostenibili e che "la situazione fiscale sarebbe potuta diventare così critica da costringere il governo a svalutare e aumentare le tasse o il prezzo della benzina", lo diceva già nel 2008 anche l'economista Emeterio Gómez.
Permettendo che la dipendenza dell'economia dal petrolio arrivasse al 96%, Chávez mantenne invece quella direzione, come poi anche Maduro, il tutto a spese del settore produttivo e delle infrastrutture del petrolio, nel frattempo in ginocchio.
La frase "Seminare petrolio" esprime dal 1936 i rischi di un'economia mono-produttrice: con il 20% delle riserve mondiali nel sottosuolo, in superficie la produzione ammonta a solo il 3% di quella mondiale. Chávez aveva annunciato che nel 2015 il Paese avrebbe prodotto 5 milioni di barili al giorno. Ne sta producendo meno di 2,7.
Le cause stanno nel circolo vizioso della mancanza di investimenti. Con impianti obsoleti si produce e si esporta di meno e quindi ci sono meno dollari per comprare i pezzi di ricambio e i servizi per mantenere funzionanti gli impianti, molti ormai quasi chiusi.
"Il caso della generazione di elettricità è un esempio puntuale", spiega Igor Hernández, economista coordinatore del Centro internazionale energia e ambiente. "Se manca l'energia idroelettrica [come in questo momento a causa della siccità], la si deve produrre a partire dal diesel o dal gas. Per i gas non ci sono le infrastrutture e pertanto si utilizza del diesel decurtando le esportazioni verso la Cina. La liquidità che viene a mancare annulla il margine operativo per pagare i fornitori. Tra questi, anche quelli da cui il Venezuela importa greggio [leggero necessario come diluente] perché non c'è più la produzione locale".
Ci sono voci che il governo abbia dovuto vendere una partecipazione della produzione della società petrolifera di Stato Petroleos de Venezuela (Pdvsa) alla più grande compagnia russa, Rosneft, riducendo ulteriormente gli attivi del petrolio da cui si genera la valuta estera.
Il problema è che Pdvsa è il bancomat dello Stato, anche per il pagamento del debito estero.
A febbraio, il presidente Maduro ha fatto "venire un quasi infarto" a chi segue l'economia, annunciando che "il Venezuela a gennaio aveva venduto petrolio per [solo] 77 milioni de dollari". Un semplice calcolo diceva che moltiplicando 77 per 12 mesi si copriva solo una goccia del budget dello Stato. "Era legittimo pensare che il presidente avesse confuso le vendite giornaliere con quelle mensili", commenta Olivero. "Quando a metà aprile il Venezuela ha pagato più di 200 milioni di dollari di servizio del debito si è avuta la prova che Pdvsa sta trattenendo una parte consistente dei dollari chi incassa per pagare il debito".
"La scelta aggressiva di pagare religiosamente il debito estero implica che il rischio di default è basso", secondo l'economista. "Il governo non sarà mai inadempiente sugli interessi dei bonos! Ma questo vuol dire che dovrà tagliare le importazioni di un altro 40% oltre al 20 tagliato l'anno scorso. Ma così crea un campo minato. Una situazione esplosiva. L'accelerazione brutale dell'inflazione borderline con un ciclo iperinflazionario non è stata accompagnata da un aumento indicizzato dei salari e ciò spiega come sia raddoppiata la povertà".
Tutto ciò urla la necessità di un cambiamento, sono d'accordo gli esperti. E per la prima volta anche membri del partito di governo chiedono le dimissioni dell'attuale leadership e riforme politiche ed economiche come l'unificazione del tasso di cambio e un sostegno al reddito familiare invece del sistema dei prezzi controllati.
I livelli di povertà passati in due anni e mezzo dal 30 a più del 60% – "una catastrofe socioeconomica e sociale" dice Vera – sono anche in contrasto con i dati del resto dell'America Latina e dei Caraibi dove la media nel 2014-2015 era del 28%, secondo l'Onu.
Le politiche economiche chaviste sono state contestate dei venezuelani nelle elezioni di dicembre con la vittoria dell'opposizione, ma il governo continua a tappare i buchi aprendone degli altri e prendendo misure in ritardo di anni, come l'aumento del prezzo della benzina a febbraio del 6086%. La valutazione è che più in là si protrarrà la transizione più il Paese arriverà deteriorato, anche perché la stagflazione [recessione con alta inflazione] è ormai cronica.
"Tra le riforme, dobbiamo fermare l'atomizzazione della gestione pubblica che fa sì che i dollari generati si perdano un colabrodo e in chissà quali tasche", dice Herrera. Il Venezuela registra la corruzione più alta dell'America Latina.
È urgente anche cambiare sistema triplo di cambio valutario e abbassare quello al mercato nero che induce gli agenti ad aumentare i prezzi. "Il governo sa benissimo che potrebbe sconfiggere il mercato nero", dice Olivero, ma è una scelta di destinazione dei dollari. Il processo per ottenere valuta per importare merci è estremamente complesso. "Alla fine, tutto si riduce a mantenere il controllo sul proprio piccolo territorio tra Banca centrale, governo e i vari centri del potere. Questa è la causa dei fallimenti di tutti gli esercizi cambiari negli ultimi anni".
Sul fronte politico, il 2 maggio sono state consegnate le firme necessarie per un referendum che costringa alle dimissioni Maduro, ma è molto complesso e lungo. L'idea è che il governo voglia arrivare a gennaio 2017 per evitare elezioni e guidare il processo di transizione.
C'è qualche segnale ora che il governo ha cominciato a prendere atto di non poter andare oltre con le casse dell'erario vuote. Il dilemma è se il Venezuela sarà costretto ad attingere a fonti di finanziamento internazionali.
Curiosamente, il 12 aprile ha avuto luogo un incontro informale tra Maduro e Barack Obama definito "persino cordiale" dal primo che avrebbe detto che i venezuelani "non sono nemici degli Stati Uniti". L'atteggiamento è in totale contrasto con la classica retorica che vuole che la crisi venezuelana sia solo colpa degli Stati Uniti.
Molti hanno scommesso che la fonte sarebbe stata la Cina, ma ciò non si è concretizzato. Difatti, invece, il Venezuela non sta esportando in Cina nemmeno la quantità di barili necessaria per il servizio del debito con il paese asiatico.
Inoltre, valutano gli economisti, è difficile che la Cina possa assolvere da sola il finanziamento del debito, che è gigantesco: il gruppo di Herrera lo valuta addirittura in 30 miliardi di dollari.
"La mia percezione è che il governo abbia scelto di lavorare su vari fronti tra cui una rinegoziazione del debito di Pdvsa, e un riprofilamento dell'enorme cifra totale. Ma già subito servirebbero 10-15 miliardi di dollari per rendere meno cruenta pressione sull'economia interna", dice Herrera, perché il prezzo del petrolio non risalirà nel breve-medio termine ai livelli precedenti.
"Il punto è che il margine d'illiquidità è così delicato e la cassa che genera il petrolio così debole che qualsiasi sbaglio organizzativo nella finanza potrebbe creare una situazione di moratoria o un ritardo o solo un rumore non voluto nel pagamento degli interessi".
La domanda è se il paese avrà la capacità di sopportare gli aggiustamenti dopo un altro brutale taglio alle importazioni.
Il governo intanto avrebbe rinnovato il contratto di consulenza con Cuba per preparare la popolazione a sopportare "alla cubana" un periodo di grandissima scarsità e penurie.
Secondo Herrera è improbabile un ricorso all'Fmi, di per sé fattibile, con l'attuale leadership, perché per solo un governo convinto può rendere un tale piano solido è credibile.
Nel frattempo, la mancanza di liquidità è tale che la zecca non ha più risorse per stampare moneta.

@GuiomarParada

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