La polizia avrebbe ucciso 48 militanti dell’Imn, gruppo sciita che ha creato un welfare parallelo. Il presidente li accusa di voler costruire “uno Stato nello Stato” e giustifica la repressione in corso. Rischiando di radicalizzare un movimento pacifico. Come accadde con Boko Haram

Proteste di piazza per la liberazione di Sheikh Ibraheem Zakzaky, leader dell'Islamic Movement of Nigeria. REUTERS/Paul Carsten
Proteste di piazza per la liberazione di Sheikh Ibraheem Zakzaky, leader dell'Islamic Movement of Nigeria. REUTERS/Paul Carsten

Nelle giornate di protesta indette nella capitale Abuja, tra il 26 e il 30 ottobre scorso dall’Islamic Movement of Nigeria (Imn), molti militanti dell’organizzazione sciita sono rimasti uccisi a seguito di scontri con la polizia.


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Il numero esatto delle vittime e la dinamica degli eventi non è ancora chiara, ma sembra che le forze dell’ordine abbiano aperto il fuoco sugli appartenenti all’Imn, dopo che questi avevano deciso di continuare la processione che chiedeva la liberazione del loro leader, Sheikh Ibraheem Zakzaky, e della moglie Malama Zeenah.

Secondo il movimento sciita, i manifestanti che hanno perso la vita negli scontri sono complessivamente 48, sei dei quali sono stati uccisi sabato 27 ottobre, 35 lunedì 29 e sette il giorno seguente. Le autorità nigeriane smentiscono un numero così elevato di vittime e sostengono che gli attivisti dell’Imn rimasti uccisi in conseguenza dei disordini sono sei in tutto.

La mano dura delle forze dell’ordine, nello scorso aprile, aveva già provocato il ferimento di almeno quattro manifestanti durante la protesta organizzata in risposta al divieto di tenere manifestazioni in piazza Unity Foutain, dove di solito si radunano i sostenitori di Zakzaky.

Dura repressione

La pesante repressione nei confronti del gruppo sciita trova risconto nelle dichiarazioni del presidente nigeriano Muhammadu Buhari che, in passato, ha accusato i membri dell’Imn di voler creare «uno Stato all’interno di uno Stato», pur riconoscendo che le morti dei civili non potevano essere giustificate. Da allora, tuttavia, il governo non ha mai smentito le accuse di aver fatto ricorso ad un uso eccessivo della forza per reprimere il gruppo.

Ibraheem Zakzaky è detenuto dal 12 dicembre 2015, quando venne tratto in arresto nella sua casa di Zaria, nello Stato settentrionale di Kaduna, insieme alla moglie nel corso di un’operazione di polizia contro i membri dell’IMN. Nei giorni seguenti alla sua cattura, all’esterno della sua abitazione si radunarono i militanti del movimento sciita che si scontrarono con la polizia e nel corso dei disordini rimase ucciso anche il figlio di Zakzaky.

Le violenze hanno trasformato Zaria in un campo di battaglia: le forze armate hanno infatti deciso di demolire il principale santuario sciita della città e l’abitazione dell’imam, alimentando ancora di più la tensione nell’area.

Secondo Human Rights Watch (Hrw), l’esercito nigeriano, nel dicembre 2015, ha sepolto in fosse comuni almeno 300 musulmani sciiti dopo averli uccisi in un attacco “del tutto ingiustificato” nella città di Zaria.

Al massacro avevano fatto seguito una serie proteste in tutto il Paese, oltre alle condanne della Nigerian Human Rights Commission e di Amnesty International, le quali avevano portato il caso all’attenzione internazionale accusando il governo nigeriano di gravissime violazioni dei diritti umani.

Oltre due anni di carcere senza accuse

Dopo l’arresto del clerico sciita, il governo federale non ha contestato accuse formali nei suoi confronti ma, nel dicembre 2016, si è opposto a un provvedimento di scarcerazione ed in seguito a questo rifiuto, i militanti sciiti hanno iniziato a scendere quotidianamente in piazza ad Abuja e in altre città nel nord della Nigeria.

Questo ha costretto il governo federale a formulare un’accusa formale contro il leader sciita che, nello scorso aprile, oltre due anni dopo il suo arresto, è stato incriminato di omicidio colposo e di aver ordito un complotto per uccidere il capo delle forze armate nigeriane, Tukur Buratai.

L’Imn è un movimento pacifico che negli anni è stato capace di costruire una rete parallela di strutture educative ed assistenziali, guadagnando il supporto della popolazione che gli ha riconosciuto un’autorità e una legittimità superiore a quella delle istituzioni centrali.

Per questo motivo, il governo nigeriano ha avvertito la necessità di contenere la sua ascesa, ricorrendo a una dura repressione, che nel corso degli ultimi tre anni ha dato corso a numerosi episodi di violenza ai danni dei seguaci che continuano a chiedere la scarcerazione del loro leader.

Il gruppo fondato da Zakzaky conta più di tre milioni di aderenti, quasi un terzo dei circa otto milioni di sciiti nigeriani. Un numero assai cospicuo di fedeli che, con il perpetrarsi e l’aggravarsi della repressione, potrebbero radicalizzarsi e decidere di imbracciare le armi contro il governo federale.

Inoltre, un esponente dell’IMN, Abdullahi Musa, ha spiegato che lo sceicco El-Zakzaky ha gravi problemi di salute e gli agenti speciali addetti alla sua sorveglianza non consentono l’accesso dei suoi medici in carcere.

Se per caso il leader sciita dovesse morire durante la detenzione, milioni di seguaci potrebbero insorgere e creare seri problemi al presidente Buhari e al suo governo

Una simile deriva già vanta un tragico precedente, che ha causato l’uccisione di 22mila persone e causato 2 milioni e 700mila sfollati e risponde al nome di Boko Haram, il gruppo che, a seguito dell’uccisione del suo fondatore Ustaz Mohammed Yusuf, nel luglio 2009 abbandonò i metodi non violenti utilizzati fino a quel momento per trasformarsi nell’organizzazione jihadista più temibile dell’Africa.

@afrofocus

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