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La (res)source des femmes

Una delle tante manifestanti al femminile di Occupy Gezi aveva definito così, la “(res)source des femmes”, il crescente ruolo delle donne turche a Piazza Taksim, chiaro riferimento al titolo del famoso film di Radu Mihăileanu - ispirato alla Lisistrata di Aristofane - il cui messaggio più ampio è quello di ricordare che la fede islamica non si basa sull’umiliazione della donna, ma sul suo essere "sorella" dell'uomo.

Lo stesso messaggio, insomma, che spiegherebbe l’elevata partecipazione femminile alle proteste di Gezi. Dalla “donna in rosso” colpita dall’idrante della polizia in pieno volto, prima immagine web della rivolta di Taksim, alle madri delle vittime di Gezi in collera, in marcia per le strade di Istanbul come un tempo le madri argentine dei desaparecidos, le donne turche sono diventate le vere protagoniste delle rivolte, simbolo di una società dinamica come solo può esserlo una crescente potenza mondiale.

Il gruppo facebook “Witnesses testifying - #occupygezi”  è stato un’ ottima fonte di live update delle proteste direttamente dalla Piazza, una sorta di diario virtuale delle violenze subite dai manifestanti durante le cariche della polizia. Il gruppo,condotto in più lingue - dal turco (lingua principale) alle più comuni, francese e inglese - si è trasformato, durante tutto il mese di giugno, nel più efficace mezzo di raccolta di testimonianze e notizie varie legate al gruppo di resistenza. I manifestanti stessi pubblicavano i propri post corredati di traduzione in Inglese o Francese, con l’intento di raggiungere un più vasto pubblico e far sentire la propria voce a livello internazionale.  Proprio una delle manifestanti turche, pubblicando direttamente in lingua francese la sua testimonianza, aveva definito i gruppi femminili di DirenGezi come una risorsa fondamentale per indirizzare l’andamento delle proteste verso la strada del cambiamento.
La pressione politica sulle donne da parte del governo turco si era già fatta più intensa dopo la rimessa in questione della legge sull’aborto da parte del governo filo-islamico ed alcune dichiarazioni di Erdogan secondo cui il posto della donna sarebbe il focolare, e che ogni donna turca dovrebbe “sfornare” almeno tre bambini e rimanere quanto più obbediente e trasparente possibile .

Circa un mese prima di Occupy Gezi, Piazza Taksim era stata testimone di un’altra protesta, tutta al femminile, davanti un ospedale della zona che esibiva un cartello con su scritto “Qui non si praticano aborti”. Le donne turche, decise a riappropriarsi dei diritti sul proprio corpo gradualmente negati, non solo dal singolo episodio dell’ospedale di Taksim, ma dall’attuale governo e dal fondamentalismo crescente della società turca, hanno colto la palla Gezi Park al balzo, decise ad aggiungere alla lista delle richieste anche maggiori libertà per le donne. Non si può parlare ovviamente di una condizione sociale simile a quella delle donne arabe, considerando che la società turca è decisamente più aperta al femminismo dei paesi del Vicino Oriente e Nord Africa (che prendono proprio la Turchia come modello sociale); tuttavia, la “natura” islamica di questa potenza regionale, negli ultimi tempi, predomina sulla laicità tanto voluta da Ataturk, riflettendo i suoi effetti anche (e soprattutto) sull’ideale di donna in un contesto musulmano. Già la contestata immagine dell’attuale First Lady non rispecchia ciò con cui le donne turche vorrebbero identificarsi o vorrebbero essere rappresentate all’estero: la scelta di portare il chador poco si adatta alla donna turca media, che piuttosto vede la figura della moglie di Erdogan come un simbolo evidente del ritorno all’Islam della Turchia. “Quando Emine Erdogan entrò una volta in Parlamento con il turban in testa, è stato come se l’AKP avesse dato uno schiaffo allo Stato laico, al kemalismo e ai traguardi femministi finora raggiunti” – ci dice Gonçanur – “Il nostro padre fondatore aveva tanto stressato sull’idea di uno Stato secolare, e adesso cosa facciamo? Torniamo indietro ai tempi dell’Impero Ottomano. E ovviamente non mi riferisco soltanto al ruolo della donna, ma anche alla figura di un premier molto più simile a quella di un califfo. Ci vantavamo tanto di aver avuto un capo di governo donna prima ancora che Angela Merkel diventasse membro del Parlamento tedesco, e adesso stiamo regredendo allo status di Repubblica Islamica”. Si è parlato della presenza femminile a Piazza Taksim con stupore, e con termini più appropriati al ruolo di una minoranza etnica, ma nonostante questo le donne turche hanno continuato la lotta per i propri diritti, fianco a fianco a tutti gli altri manifestanti che, in nome di innumerevoli motivazioni personali, avevano scelto di scendere in Piazza.

Tante donne coraggiose insomma, come Nıl Eyuboglu (nella foto), ragazza turco-francese e altro importante personaggio femminile delle rivolte. Nonostante sia figlia del vice-direttore di Turkmall, si è da subito opposta alla costruzione di un centro commerciale nell’area verde di Gezi, diventando così uno dei membri più attivi del movimento.

Autrice per l’edizione francofona dell’Huffington Post, Nil ha scritto due articoli d’opinione e testimonianze personali per il famoso quotidiano internazionale. Entrata nella - come lei stessa ama definirla - “tana del lupo”, è stata ricevuta da Erdogan ad Ankara, presso la sede ufficiale dell’AKP, il 12 Giugno 2013. Non era però la sola: Nil faceva parte di un “campione umano” del movimento di resistenza, una piccola delegazione di 11 persone, invitate dal Premier per discutere la situazione. “Non eravamo però i rappresentanti ufficiali del movimento, non siamo stati eletti dai manifestanti, né siamo stati scelti da alcuni di loro, ma siamo dei semplici individui invitati e selezionati dal gabinetto del Primo Ministro per scambiare opinioni, impressioni ed esperienze personali riguardanti il movimento #direngeziparki”. Continua: “Il dialogo, di circa quattro ore, è stato più pacifico di quanto credessi: Erdogan ha ascoltato le nostre richieste e condanne dell’esagerata violenza usata dalle forze dell’ordine. Si è seduto con noi, ha preso appunti, e dopo aver ascoltato ognuno di noi ha espresso la sua opinione, però sempre fermo sulla sua posizione contraria delle proteste.”

Occupy Gezi non avrà ottenuto i risultati sperati, ma è almeno stato capace di smuovere ciò che durante un decennio di AKP era rimasto immobile. In attesa di una prossima occasione di cambiamento (elezioni 2014 forse?), le donne turche continuano la propria battaglia durante la vita di tutti i giorni, speranzose che un laico futuro non sia poi così lontano.  Già al principio della protesta, le donne turche erano destinate ad essere protagoniste delle rivolte: proprio durante i primi giorni di manifestazioni, agli inizi di Giugno,la tv aveva deciso trasmettere comunque le selezioni di Miss Turchia, un programma considerato frivolo e anti-femminista, mandato in onda nonostante la criticità della situazione, preferendo mostrare immagini di ragazze “passive” anziché attivisti delle proteste live. Da qui la famosa azione collettiva (non solo femminile) di postare su facebook la famosa immagine della donna colpita dall’idrante in pieno viso, con una didascalia comune: “Sei tu la mia Miss Turchia, questa notte”.

 

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