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La rivoluzione non è morta

«La rivoluzione continuerà». Sembra quasi voglia redarguirmi, Hassan Ibrahim mentre si avvicina faticosamente ad un tavolo del Cafè Riche. Il tono di voce è pacato e le parole sono secche e ben scandite. In questo storico locale, circa 50 anni fa, l’intellighenzia egiziana pose le basi per il colpo di stato che insediò il generale Muhammad Naguib nuovo capo del governo.

Era il luogo di incontro dei Liberi Ufficiali, di artisti e poeti. Tra loro sedeva anche Gamal Abd el-Nasser che nel giro di qualche anno sarebbe diventato l’uomo più amato dal popolo egiziano e non solo. All'epoca, il Cafè Riche, esisteva già da più di 40 anni. Aperto nel 1908, incarnava l'essenza della belle epoque egiziana, anni di splendore per la rinascita culturale e urbanistica del Cairo.

Hassan Ibrahim si muove lentamente appoggiandosi a due bastoni. La sua stazza è imponente ed è avvolto una camicia bianca e un enorme gilet nero. Parla in perfetto inglese, avendo vissuto buona parte della sua vita in Gran Bretagna: «Ti racconto io come stanno le cose in Egitto» mi dice, invitandomi a prendere posto al suo tavolo. La storia di Hassan è quella di un nubiano sudanese che nel giro di vent’anni è diventato reporter del New York Times. «Ho iniziato da stagista. Nessun giornalista voleva andare in Nicaragua e allora mi proposi io. E’ iniziato tutto così». Oggi Hassan è un produttore televisivo e lavora con al-Jazeera e la CNN. «Ma i migliori anni sono stati quelli della gioventù. Come nubiano sono finito in carcere quando avevo 16 anni. La mia comunità è stata sempre discriminata. Costretto a passare nottate intere chiuso in celle maleodoranti ho avuto l’impagabile opportunità di conoscere intellettuali e politici egiziani e sudanesi. Ho imparato tutto quello che so rinchiuso in quelle prigioni».

Ora il tempo sembra cristallizzato e, forse, non troppo lontano da quegli anni. Poco fuori dalla porta in legno raffinatamente intagliato del Cafè Riche, stazionano i tank dell’esercito che chiudono gli accessi di piazza Tahrir. Il coprifuoco è già scoccato da un’ora. L’atmosfera del Cairo dopo le sette di sera sembra dire che tutto è finito, che la rivoluzione è stata solo un capriccio di breve durata. Si respira la morte di un sogno. «Credimi, non è così – mi dice con l’occhio vivo e brillante Hassan – Ormai il popolo ha abbattuto le barriere della paura e prima o poi anche questa fase passerà». Una fase, la definisce. «Gli egiziani sono come bambini. Hanno bisogno di tempo per crescere, per maturare. Tutto quello che è successo negli ultimi tre anni sarà d’insegnamento per il futuro». Intanto però si sprofonda nella più triste solitudine, nella frustrazione e nel vittimismo tipico di un popolo abituato ad essere condotto e guidato verso il riscatto. Per tornare a quello splendore dimenticato dell’età medievale, in cui il mondo arabo insegnava e ideava, operando come un popolo intelligente, da cosciente artefice delle proprie abilità. Plasmare la propria storia è un peso insostenibile per ogni popolo, senza discriminazione geografica o culturale. Quello arabo non fa eccezione.

«E non parliamo di democrazia, per favore» mi dice Hassan dopo aver sorseggiato un caffè: «E’ ovvio che non è la democrazia quello che gli egiziani vogliono veramente, almeno non oggi. Basterebbe cominciare con l’avere elezioni corrette, che si attengano al rispetto delle norme. Io sono sudanese e non ho il passaporto egiziano. Ma un mio amico, il giorno delle elezioni, mi ha detto di andare a votare lo stesso, così, per gioco. Alla fine ho votato tre volte. E’ questa la democrazia che il mondo si illudeva di aver portato in Egitto». Ciò che davvero preoccupa più di tutto è questa guerra intestina, questo tutti contro tutti. Un reazionismo dilagante che attanaglia anche le menti dei cosiddetti “rivoluzionari”, quelli dell’ultim’ora. Tamàrrud, per esempio, ha prima invitato ad imbracciare le armi per difendere il paese dal terrorismo per poi restare meravigliato dalla scarcerazione di Mubarak e dal protagonismo dell’esercito. Una meraviglia bambinesca che suscita rabbia agli occhi degli occidentali, considerati ora alla stregua di “bacchettoni” della democrazia, quelli che non sono disposti ad accettare un colpo di stato. «Tamàrrud non è un movimento organizzato. Sono destinati a scomparire anche loro prima o poi. Ma è quello che resterà ciò che conta davvero. Gli egiziani hanno finalmente preso coscienza della loro forza. Quello del 30 giugno , sebbene sia tecnicamente un colpo di stato, è anche qualcos’altro: 30 milioni di egiziani sono scesi in strada per protestare contro il governo fallimentare e dittatoriale dei Fratelli Musulmani. E ciò va oltre ogni partigianeria ideologica tra secolari o islamisti. Resta un fatto senza precedenti nella storia araba».

Prendere le strade allora, ribellarsi. E si andrà avanti chissà ancora per quanto tempo in Egitto. Si ricomincerà con una nuova costituzione forse, con altre elezioni che porteranno magari ad altri governi inetti. Probabilmente ci saranno altri morti. Finché il popolo egiziano non capirà davvero ciò che vuole per se stesso. Sperando di trovare finalmente una terza via d’uscita, un’alternativa alla scelta avvilente tra una dittatura che liberi e una democrazia che opprima. Hassan ha pazienza e osserva la storia che gli passa davanti agli occhi con lo sguardo placido e attento di chi prende nota. Ma che si sforza di non dimenticare.

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