La spirale di violenza in Nigeria

Dopo le bombe alla stazione degli autobus di Abuja che hanno fatto oltre settanta vittime, gli attacchi del weekend nel nord del paese con la loro scia di morti, anche martedì la Nigeria ha dovuto affrontare l’ennesimo episodio di quella che per Amnesty International è diventata una vera e propria guerra civile.

 

Almeno cento ragazze sono state portate via da una scuola nello stato di Borno da uomini armati presumibilmente appartenenti al gruppo islamista di Boko Haram. Un gruppo che negli ultimi anni, con attentati, attacchi a villaggi e stazioni di polizia, scuole e chiese, ha fatto precipitare la Nigeria in una spirale di odio dalla quale non sembrano, al momento, esserci vie d’uscita. Un gruppo salito all’onore delle cronache nel 2009 dopo una serie di attentati ma la cui fondazione risale invece al 2002.

Il governo del Presidente Goodluck ha lanciato un anno fa circa una campagna militare nel nord del paese per cercare di distruggere le basi del gruppo e decapitare l’organizzazione. Nel corso di queste operazioni sono stati molti i morti tra i terroristi ma altrettanti tra la popolazione civile finita in mezzo a scontri a fuoco tra le opposte fazioni.

L’offensiva del governo non ha fatto altro che inasprire l’odio degli estremisti islamisti nei confronti del presidente e del suo governo e ciò ha dato vita a una serie di attentati che hanno portato il terrore fino nel cuore della capitale Abuja, cosa che non avveniva dal 2012.

La guerra contro il terrore islamista in Nigeria sembra essere tutt’altro che vicina alla fine e il paese appare sempre più spaccato in due: il nord, principalmente islamico, povero,  e il sud, cristiano, arricchitosi negli ultimi anni grazie ai proventi dell’industria petrolifera.

Una divisione difficile da ricucire e sulla quale l’estremismo religioso di Boko Haram conta di giocare per portare sempre di più il terrore e la violenza nei centri di potere del paese.

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