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La Thailandia e quel referendum che non dà possibilità di scelta

In Thailandia continuano ad essere arrestati giornalisti e attivisti. Domenica mattina è toccato al reporter Taweesak Kerdpoka, fermato dalla polizia del distretto di Ban Pong, nella provincia di Ratchaburi. Assieme a lui, le autorità hanno tratto in arresto anche Pakorn Areekul, Anucha Rungmorakot e Anan loked, tutti e tre attivisti del Movimento Nuova Democrazia (NDM).

All’interno della loro macchina sono stati trovati degli opuscoli contrari alla bozza della nuova costituzione, elaborata dalla giunta militare al potere dopo il colpo di stato avvenuto nel maggio del 2014 e che dovrà essere votata - attraverso un referendum popolare - il prossimo 7 agosto.
La polizia ha accusato i quattro di aver violato l’articolo 61 della «legge Referendum», una norma fatta ad hoc per proibire qualsiasi tipo di dissenso da parte del popolo thailandese in vista delle consultazioni. L’articolo in questione, infatti, impone una pena detentiva fino a dieci anni, una multa fino a 200 mila baht – circa 70 mila euro - e la perdita dei diritti elettorali per cinque anni a tutti coloro che diffondono informazioni sulla nuova bozza della costituzione che «scoraggia gli elettori alla partecipazione al referendum».
Che non era in alcun modo possibile criticare la nuova bozza costituzionale era chiaro da un pezzo. Subito dopo la presentazione, infatti, il capo del governo thailandese Prayuth Chan-ocha, proprio in un’intervista rilasciata a Prachatai English - il giornale con cui collabora il reporter arrestato domenica -, spiegava che nessuna opposizione era ammessa. Ma, soprattutto, ribadiva che nel caso in cui il referendum popolare non l’avesse approvata, il potere sarebbe rimasto a lui. Per essere più chiari, aveva detto testualmente: «Se non passa (la nuova bozza, nrd) l’autorità rimane a me. È chiara la parola autorità? E decido io se questa autorità sarà trasparente o meno».
Il testo presentato per la nuova bozza costituzionale, che è stato criticato da più parti, prevede un Parlamento bicamerale con un Senato completamente nominato dall’alto e un primo ministro non eletto dal popolo se la metà del Parlamento è d’accordo. Inoltre riserva sei seggi del Senato ai leader dell’esercito e della polizia per quello che viene chiamato «un periodo di transizione di cinque anni» che porterà alla «piena democrazia». Ma intanto, nel «Paese dei Sorrisi», la «democrazia» sembra sempre più lontana.
@fabio_polese

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