Tunisia: intervista al vignettista Tawfiq Omrane

Tawfiq Omrane è un vignettista tunisino, famoso per il gufo con cui firma i suoi lavori. Iniziò la sua carriera negli anni ’80 disegnando per vari giornali indipendenti, chiusi poi da Ben Ali nel 1987, che con un colpo di spugna cancellò la libertà di espressione e ogni forma di opposizione. Omrane, come molti, fu costretto a cambiare lavoro e fondò una piccola casa editrice, la Alfiniq. Dopo la rivoluzione del 2011 ha rispolverato le matite e oggi è una firma costante sulle pagine politiche della stampa nazionale.

Tawfiq Omrane

Una sua esposizione di vignette denominata “Anti-globalizzazione” è in mostra in questi giorni a Tunisi nello spazio Ibn Khaldoun, in occasione del Social Forum.

Una settimana fa la Tunisia ha subito l’attentato più grave di questi ultimi anni. Qual è il suo umore? Se lo aspettava?
Sono ferito. Sapevo che prima o poi sarebbe successo ma non immaginavo che avrebbe avuto una tale portata. Quel giorno sono rimasto con le mani in mano, senza riuscire a fare nulla. Ventitré vittime innocenti non è una cosa facile da accettare. Ma voglio lanciare un messaggio ai terroristi: non riuscirete ad abbattere la Tunisia. Ride bene chi ride ultimo e vedremo chi sarà l’ultimo.

Che cosa avrebbe dovuto fare il governo per prevenire questa violenza?
L’attuale governo sta già facendo del suo meglio. Le nostre forze di sicurezza non sono abituate ad affrontare attentati del genere e non lo è neanche il popolo tunisino. Ma posso dire che dopo questo attacco siamo ancora più uniti.

E’ una coincidenza che l’attentato sia accaduto proprio quando la situazione in Libia è diventata più grave?
Il caos libico ha un’influenza diretta sulla Tunisia e finché non sarà risolto noi saremo sempre esposti. Ma il terrorismo è un virus che infetta tutto il mondo, nessun paese ne è immune, ecco perché serve una strategia globale per fermarlo.

Da una parte c’è Ennahda, che per alcuni critici non è stato abbastanza fermo nel contrastare l’estremismo. Dall’altro c’è Nidaa Tounes, che ha arruolato uomini di Ben Ali. Qual è il suo bilancio di questi primi quattro anni dopo la rivoluzione?
La rivoluzione è stata fatta da gente povera, giovani, disoccupati, per questo l’abbiamo chiamata “della dignità”. Di questa rivoluzione hanno approfittato gli islamisti e gli uomini di Ben Ali. I primi volevano rimodellare un popolo liberale come quello tunisino attraverso la Sharia. I secondi hanno conquistato il potere e oggi governano con l’aiuto di Ennahda. Fingono di essere rivali, ma dietro le quinte i due partiti sono alleati. Questa è una delusione per gli elettori, ma la Tunisia resta ottimista. C’è un sacco di lavoro da fare e la rivoluzione è appena iniziata.

Che cosa manca oggi alla democrazia tunisina?
La democrazia tunisina ha bisogno di tempo, pazienza e sacrifici per crescere. L’attentato è uno dei sacrifici che dobbiamo sopportare. Abbiamo vissuto per decenni sotto un potere totalitario che aveva trasformato l’opposizione in un orpello da vendere all’Occidente. Fino a qualche anno fa la democrazia era un’utopia, mentre oggi è una grande porta spalancata sul futuro. Stiamo ancora apprendendo i principi basilari, per questo c’è molto caos e probabilmente ci saranno altre cicatrici, ma la democrazia crescerà comunque e sarà in buona salute.

Tremila tunisini sono partiti per il jihad e molti sono rientrati addestrati. Si può dire che c’è una frangia di fondamentalisti che ha messo radici nel paese?
I jihadisti di ritorno sono delle bombe a orologeria, perché si tratta di giovani indottrinati che possono agire in qualsiasi momento. Non sono sicuro che siano tremila, ma sono comunque un numero alto. Non si sa esattamente chi li stia reclutando. Girano voci, qualche accusa, ma nulla di certo. Guardo con preoccupazione ad alcune organizzazioni caritatevoli, che sono molto ricche anche se non è chiaro chi le stia finanziando.

Avete la libertà di espressione oggi?
E’ la conquista più importante della rivoluzione. Viviamo un boom di libertà, ne abbiamo sete e vogliamo berla fino in fondo. La libertà di espressione ci ha fatto scoprire talenti in molti settori. Qualsiasi governo arriverà, per noi la libertà d’espressione sarà intoccabile. Ne siamo tutti garanti: cittadini, intellettuali, artisti, la società civile.

Qual è la responsabilità più grande degli intellettuali in Tunisia oggi?
Gli intellettuali sono i primi a essere minacciati dai fondamentalisti. Persino più dei politici. I tunisini non si fidano di questi ultimi, mentre confidano nei giornalisti, negli scrittori, negli artisti. Gli intellettuali sono gli unici che possono disturbare i piani di indottrinamento dei giovani da parte dei fondamentalisti. Anzi, possiamo dire che oggi la guerra è tra gli estremisti e gli intellettuali. I primi la combattono con la violenza e i soldi, i secondi con la denuncia.

La preoccupano  le conseguenze dell’attacco del Bardo sul turismo?
Sono preoccupato per l’economia tunisina, i prestiti non sono mai la soluzione. Abbiamo bisogno dell’aiuto dei nostri amici europei per dare nuovo impulso al turismo, così possiamo salvare l' economia. I terroristi hanno pianificato bene il loro attacco: volevano che fosse fatale per il paese e hanno colpito un settore che considerano haram.
C’è il rischio che dopo l’attentato al Bardo ci sia una compressione delle libertà in nome della sicurezza?
Terrorismo, sicurezza e libertà sono interconnessi. Gli agenti di sicurezza accusano le organizzazioni per i diritti umani di bloccare la loro libertà di intervento. Le associazioni per i diritti temono che le forze di polizia oltrepassino il limite. Nell’era di Ben Ali  vigeva il motto per cui “la sicurezza impone deroghe”. Il tunisino oggi è vigile, non farà marcia indietro e non si lascerà ingannare di nuovo. Combatteremo il terrorismo, ma non a scapito della libertà.

@Seregras

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