La Tunisia sempre più importante per il Daesh

L’ultimo attentato terroristico che martedì scorso ha colpito la Tunisia, costato la vita a dodici agenti della guardia presidenziale, è stato rivendicato dallo Stato Islamico, tornato a colpire a distanza di cinque mesi il Paese nordafricano.

Il terrorista Abu Abdallah at-Tunisi che ha rivendicao l'attentato di Tunisi

L’attacco è stato sferrato nelle ore di punta nella centrale Avenue Mohamed V di Tunisi, vicino all’ex sede del partito del deposto presidente Zine el Abidine Ben Ali, dimostrando che la capitale è ancora vulnerabile, nonostante dopo gli attentati di Parigi lo schieramento di forze della sicurezza fosse stato visibilmente rafforzato.

La strage ha riportato la Tunisia nell’incubo del terrorismo jihadista e ha indotto il presidente Bèji Caid Essebsi a proclamare ancora una volta lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale, dal quale il Paese si era liberato solo lo scorso 3 ottobre. Essebsi ha deciso anche d’imporre per trenta giorni il coprifuoco nella Grand Tunis, l’area metropolitana della capitale, dalle 21 fino alle 5 del mattino.

L’assunzione di responsabilità da parte dell’IS è giunta con un comunicato diffuso tramite Twitter da una cellula dell’organizzazione attiva in Tunisia.

Nel documento di rivendicazione è spiegato che “un’operazione di martirio nel cuore della capitale Tunisi ha provocato l’annientamento di decine di guardie della sicurezza presidenziale”.

Nel messaggio viene mostrata anche la foto di Abu Abdullah al-Tunisi, il kamikaze che ha portato a termine l’attentato azionando la sua cintura esplosiva contro un bus, che trasportava esponenti della sicurezza presidenziale.

Si tratta del terzo attacco rivendicato dallo Stato islamico in Tunisia. Il primo risale allo scorso marzo, quando un commando terrorista ha assaltato il museo nazionale del Bardo, nella capitale, uccidendo 24 persone, tra cui 21 turisti (quattro italiani) e ferendone altre 45. Poi, nel mese di giugno, si è verificata un’altra carneficina sulla spiaggia di un villaggio turistico a Sousse, dove hanno perso la vita 39 persone e altre 38 sono rimaste ferite.

La breve distanza di tempo tra gli attentati evidenzia quanto la giovane democrazia sia pressata dalla minaccia estremista, che scaturisce dal suo stesso territorio alimentando profonde incertezze su una possibile deriva fondamentalista.

Senza dimenticare, che la Tunisia è la terra d’origine della maggior parte dei combattenti stranieri associati al Daesh che, secondo l’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra, avrebbe tra le sue file oltre tremila volontari partiti dal Paese del Maghreb.

La polizia tunisina quest’anno ha arrestato decine di jihadisti. Il mese scorso, sette estremisti, che avevano formato una cellula di reclutamento per i militanti in viaggio verso la Siria, sono stati fermati nella provincia nord-orientale di Nabeul. Nel mese di marzo, più di trenta jihadisti sono stati catturati a Kairouan e altri 32 erano stati tratti in arresto il mese prima con l’accusa di pianificare “attacchi spettacolari” nel Paese.

In Tunisia è operativa la Katibat Uqba ibn Nafi, brigata intitolata al leggendario condottiero arabo che nel VII secolo, sotto il regno della dinastia dei califfi Omàyyadi, diede inizio alla conquista islamica del Maghreb.

La Uqba ibn Nafia in origine era un piccolo gruppo legato ad al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) e composto soprattutto da algerini. L’operatività della cellula jihadista in Tunisia sembra essersi lentamente evoluta a partire dal 2013 e nel luglio 2014 ha manifestato tutta la sua pericolosità, uccidendo 15 soldati in un’imboscata nella regione montuosa del Djebel Chambi alla frontiera tra Algeria e Tunisia.

Da allora, Uqba ibn Nafi è diventato il gruppo terroristico più attivo sul territorio tunisino e l’intelligence locale è convinta che l’organizzazione abbia legami con cellule jihadiste nelle regioni più depresse del Paese.

L’altro principale gruppo fondamentalista tunisino è Ansar al-Sharia in Tunisia (AST), che per promuovere l’ideologia salafita combina assistenza umanitaria, proselitismo e azioni violente.

Le sue origini risalgono al 2006, quando in una prigione di Tunisi, Seifallah ben Hassine, nome di battaglia Abu Iyadh al-Tunisi, condannato a 43 anni di carcere durante il regime di Ben Ali, progettò di dare vita all’organizzazione insieme ad altri venti altri radicali islamici.

Nel corso degli anni, il movimento radicale islamico si è ingrossato, diffuso e radicalizzato, specialmente nel sud del paese e nella regione di Kasserine, al confine con l’Algeria, in virtù delle influenze e delle interazioni con i jihadisti saheliani e con quelli di AQIM.

Dal gennaio 2014, il gruppo fondamentalista è stato incluso nella lista nera delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato americano.

Sia AST sia la Katibat Uqba ibn Nafi hanno registrato defezioni di miliziani passati allo Stato Islamico, ma le due organizzazioni finora sono rimaste fedeli ad al Qaeda. Appare però evidente, che il Califfato stia tentando d’imporre la propria presenza in Tunisia, che emerge come un attore importante nella competizione in corso con i qaedisti per la supremazia nel network jihadista globale.

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