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La Turchia alla ricerca di un centro di gravità economico

Un Medio Oriente dove gli equilibri sono sempre più fluidi e mutevoli e un Mediterraneo che, anche alla luce dei risultati delle elezioni in Grecia, potrebbe presentare risvolti inaspettati. Quel che è certo è che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e Ahmet Davutoglu, se prima giocava su tavoli diversi per acquisire un maggiore rilievo sullo scacchiere internazionale, adesso è ulteriormente incentivata dalla motivazione economica.

 Ankara, Turkey Turkey's Prime Minister Tayyip Erdogan (R) and Foreign Minister Ahmet Davutoglu greet their supporters as they leave Friday prayers in Ankara August 22, 2014. Erdogan, who will be sworn in as president next Thursday, named Davutoglu as his future prime minister on Thursday and vowed a power struggle against a U.S.-based cleric he accuses of plotting against him would continue. REUTERS/Umit Bektas

Il 2014 per la Mezzaluna si è chiuso in modo poco brillante con una crescita del 3%, lontano dal quinquennio 2005-2010, sostanzialmente a causa delle ripercussioni della crisi economica in Europa, che rappresenta ancora il 44% dell’export turco. Tuttavia il basso prezzo del petrolio potrebbe dare una spinta significativa all’economia di Ankara, con un immediato effetto sul disavanzo delle partite correnti, tallone d’Achille dell’economia nazionale. In questo contesto, l’esecutivo guidato da Ahmet Davutoglu, ma sostanzialmente diretto ancora dalla lungimiranza di Recep Tayyip Erdogan, sta cercando di ritagliarsi, se non il ruolo di un mediatore, almeno quello di un interlocutore credibile, ottenendo fino a questo momento, almeno sotto questo aspetto, dei risultati non disprezzabili.

Guardando la posizione geografica turca e ragionando in senso antiorario, il buco nero della strategia estera di Ankara rimane la Siria e non è un’esagerazione dire che la situazione non muterà finché Bashar Al-Assad, vera e propria ossessione di Erdogan, sarà rimasto al suo posto. La Turchia sta pagando a prezzo carissimo questa situazione e non solo dal punto di vista economico. Se alcune zone industriali del sud-est del Paese, un tempo particolarmente fiorenti, come quella di Gaziantep, sono completamente compromesse dalla crisi, dal punto di vista politico la Turchia ha ritagliato alla sua frontiera la poco lusinghiera fama di punto di agile passaggio per terroristi jihadisti e militanti di Isis, tanto che l’esecutivo di Ankara è stato anche accusato di avere accordi di convenienza con lo Stato Islamico non solo per quanto riguarda l’acquisto di petrolio, ma anche per l’indebolimento dei curdi e quello di Assad.

Una situazione sempre più difficile da gestire per Ankara, che però, in questo momento, può venire bilanciata da alcune contingenze particolarmente favorevoli. Per prima cosa, i rapporti con la Regione Autonoma curda del Nord Iraq di Massoud Barnzani, continuano a essere ottimi, nonostante la questione Isis e il rifiuto della Turchia di prestare un aiuto diretto al villaggio di Kobane, a maggioranza curda e in territorio siriano, che dopo oltre quattro mesi si è eroicamente liberato dall’assedio dello Stato Islamico. Barzani tiene sostanzialmente all’amicizia di Ankara per il valore strategico che i corridoi dell’energia sul territorio della Mezzaluna rappresentano per il Nord Iraq, con il conseguente e sempre più netto smarcamento dal governo centrale di Bagdad.

Ci sono poi i rapporti con la Russia, che in questo momento rappresentano sicuramente la prospettiva più interessante per Ankara. La creazione di una nuova condotta di gas che eviterà il territorio ucraino per transitare da quello turco, se da una parte irrita l’Unione Europea, dall’altra mette la Turchia, per cui l’ingresso nel club di Burxelles, almeno a parole, continua a rimanere una priorità, in una posizione di indiscusso prestigio e dove Erdogan potrebbe trovare un alleato inaspettato, a patto di riuscire a limare le dispute internazionali e i forti dissapori del passato: la Grecia.

Le prime mosse del governo Tsipras sul capitolo Mosca suggeriscono quasi un allineamento delle posizioni, come se Atene ed Ankara fossero concordi nell’applicare una politica diversa nei confronti di Vladimir Putin. Se Grecia e Turchia dovessero riuscire a risolvere le dispute sulle acque territoriali e a trovare un accordo sull’isola di Cipro, anche per quanto riguarda i giacimenti di gas naturale al largo delle sue coste, allora l’ultimo muro del Mediterraneo potrebbe trasformarsi da teatro di scontro in grande opportunità per entrambe le parti. Una prospettiva che ad Ankara, abituata a giocare le proprie carte su più tavoli, non sfugge, per questo il primo ministro Davutoglu ha espresso il desiderio di incontrare Tsipras al più presto.

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