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La verità, vi prego, sul referendum

La Crimea ha deciso. Ed è stata una scelta incontrovertibile. Circa l'83 % dei suoi abitanti è andato alle urne domenica per esprimere la propria volontà sul futuro della (ex)repubblica autonoma ucraina e il 97 % di loro ha votato a favore dell’unione con la Russia. Un bel plebiscito. Eppure c’è qualcuno che ha ancora da ridire.

 

Arend Van Dam

“Niente nel modo in cui il referendum è stato condotto deve convincere chicchessia che si tratta di un esercizio legittimo. È stata una parodia delle corrette pratiche democratiche”, ha detto il ministro degli Esteri britannico William Hague. Eppure il referendum è stato riconosciuto da Paesi come la Siria, il Venezuela e la Corea del Nord. Oltre alla Russia, naturalmente.

Dobbiamo ammettere che il 97% è una cifra davvero singolare. Facciamo un po’ di conti. La Crimea è abitata da quasi due milioni di persone, il 58 % delle quali di etnia o lingua russa, il 24% ucraini e 12 % tartari. Questi ultimi hanno più volte dichiarato che non avrebbero mai votato niente che non fosse per restare in Ucraina, e tra gli ucraini possiamo supporre che ci potrebbe essere più di un mero 3 % che non vogliono diventare parte della Russia. Con 1,5 milioni di aventi diritto al voto, significa che circa mezzo milione di ucraini e tatari di Crimea hanno votato per diventare parte della Russia.

Oltre al risultato, l’affluenza in sé è un altro elemento di stranezza. Considerando la tradizionalmente bassa affluenza alle urne in Crimea – per le ultime elezioni parlamentari nel 2012 è andato a votare solo il 49% degli aventi diritto – e i ripetuti inviti da parte delle opposizioni a boicottare il referendum, l’83% di votanti è stato un exploit. Come è stato possibile?

Tre semplici regole per un referendum felice

La “parodia della pratica democratica” ha le sue regole.

Primo, come si mettono le domande giuste sulla scheda. Le due opzioni erano: 1. “Sei a favore di unificare Crimea con la Russia come parte della Federazione russa?” 2. “Sei a favore del ripristino della costituzione del 1992 e dello status di Crimea come parte dell’Ucraina?”. La seconda domanda era un po’ difficile: la costituzione del 1992 fu adottata dopo il crollo dell’Urss e subito annullata da Kiev perché dava alla Crimea lo status di entità indipendente. Le conseguenze del voto per una di queste domande erano quasi identiche, e non c’era alcuna possibilità di votare per lo status quo. Le persone che hanno voluto esprimere la volontà di continuare a far parte dell’Ucraina hanno potuto scegliere solo tra diventare parte della Russia subito o un po’ più in là.

Secondo, come si organizza. “Il referendum ha avuto luogo con un preavviso di 10 giorni, senza una corretta campagna o dibattito pubblico, con i leader politici del Paese che non hanno potuto visitare la Crimea, e in presenza di molte migliaia di militari provenienti da un Paese straniero”, ha continuato William Hague.

Il referendum era in principio previsto per il 25 maggio. Ma successivamente il parlamento della Crimea ha modificato la data due volte, per arrivare all’ultima di domenica scorsa. Mentre anticipava il referendum di oltre un mese, il parlamento ha anche deliberato di aderire alla Russia e ha adottato una dichiarazione di indipendenza secondo cui la Crimea sarebbe stata dichiarata uno stato indipendente qualora il popolo avesse votato per l’adesione della Federazione Russia. Un po’ di confusione?

Terzo, fare una buona campagna e lasciare che i seggi elettorali siano allegri come una fiera di paese. Quello che abbiamo visto durante le operazioni di voto è qualcosa di molto lontano da ciò a cui siamo abituati. Folle di elettori che vanno avanti e indietro nei seggi con la scheda aperta in mano, schede non piegate e lasciate cadere in urne trasparenti, a volte da bambini felici, ancora schede campione appese all’ingresso dei seggi elettorali con un segno di spunta rosso segnato sulla prima domanda, e tutto senza osservatori internazionali a rovinare la festa. Se parodia è stata, si è trattato di una da quattro soldi.

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