La vita quotidiana a Damasco dopo sei anni di guerra

La capitale siriana è stata risparmiata dal conflitto. Nonostante alcuni gravi attentati la guerra è stata fermata alla sua periferia. Ma i suoi effetti hanno stravolto la vita quotidiana dei damasceni, che fanno i conti con decine di migliaia di sfollati, con i prezzi alle stelle e il razionamento dell’energia elettrica.

Un uomo spacca della legna da ardere per venderla. Damasco, Febbraio 2017. REUTERS/Omar Sanadiki
Un uomo spacca della legna da ardere per venderla. Damasco, Febbraio 2017. REUTERS/Omar Sanadiki

Damasco, la capitale della Siria, è passata praticamente indenne attraverso sei anni di una guerra civile violenta e senza quartiere. Anche se la sua area metropolitana è stata teatro di grandi battaglie e, anche nei giorni scorsi, attentati sanguinari hanno colpito la sua periferia. La città è intatta.

Così, non è per la vita quotidiana dei suoi abitanti.

Le lunghe file di automobili alle stazioni di servizio, affiancate da chi fa la coda a piedi per riempire di benzina una lattina, sono ormai una costante del panorama cittadino. La carne, una volta presente sulle tavole di quasi tutte le famiglie, ora costa 11.000 Lire Siriane al chilo (circa 22 dollari) sul mercato nero ed è un lusso per pochi.

Le condizioni di vita a Damasco, anche se difficili, sono migliori che in molte altre regioni della Siria. “Non riesco a comprare da mangiare tutti i giorni, ma qualcosa di buono ancora accade.” A parlare è Omar, un ingegnere disoccupato. “Da poche settimane hanno ripristinato l’acqua corrente, dopo che era stata tagliata all’inizio di quest’anno.”

Il 15 marzo ricorre il sesto anniversario dall’inizio di un conflitto che, oltre a provocare centinaia di migliaia di vittime, ha costretto metà della popolazione siriana a lasciare la propria casa. In milioni hanno abbandonato le aree del Paese cadute in mano ai ribelli per raggiungere quelle controllate dal Governo. In questa migrazione forzata i più fortunati hanno trovato accoglienza da parenti o amici, gli altri si sono dovuti adattare a vivere nelle scuole e in altri edifici pubblici trasformati in veri e propri acquartieramenti.

Omar e la sua famiglia fanno parte di questo popolo di sfollati. “Quattro anni fa siamo scappati da Homs e, con i nostri tre figli, siamo venuti a vivere a Damasco a casa di mia cognata. La situazione era invivibile e abbiamo perso tutto. A Homs avevamo due case, ora viviamo in cinque in una stanza.”

Omar e sua moglie sono dipendenti statali e il Governo anche in questi anni da sfollati ha continuato a pagare i loro stipendi. L’inflazione, però, ha eroso i loro salari e non riescono ad affrontare tutte le spese necessarie a mantenere la famiglia. Dall’inizio della guerra la Lira Siriana ha perso il 90% del suo valore. “Il mio stipendio oggi vale poco meno di 100 dollari al mese, ogni giorno ne dobbiamo spendere almeno 20 per mangiare, scaldarci e tutto il resto. Questi inverno è ancora molto freddo e non si trova masut (olio combustibile) nei centri di distribuzione statali. Si trova sul mercato libero a prezzi inaccessibili.”  

Non potendo usare il masut per scaldarsi i siriani hanno fatto ricorso a combustibili più economici come il legno. “Ogni tanto lavoro da un venditore di legname a Jaramana per guadagnare qualche decina di chili di legna per la nostra casa. Il titolare mi ha detto che ha più del doppio dei clienti rispetto allo scorso anno.”

I damasceni stanno usando di tutto per scaldarsi anche materiali pericolosi, come la spazzatura, la plastica o i pannolini, che emanano fumi nocivi dentro le case.

Di notte Damasco si immerge nel buio e le strade si svuotano. I negozi e i locali che non possono permettersi un generatore di energia elettrica privato chiudono presto la sera, Sono deserti anche quei quartieri che una volta pullulavano di persone che facevano acquisti o riempivano i caffè e i ristoranti.

“La Siria aveva uno dei migliori sistemi di produzione di energia elettrica della Regione, prima della crisi.” Ha dichiarato recentemente il Ministro dell’energia, Zuheir Kharbutli. Ora le interruzioni di corrente durano anche per 15 ore al giorno, la guerra ha distrutto molte delle infrastrutture e l’opposizione controlla ancorala maggior parte degli impianti di estrazione di petrolio e di gas naturale.

“Abbiamo imparato a essere veloci.” Dice sorridendo Haila, la moglie di Omar. “Nel nostro distretto abbiamo due ore di elettricità e poi quattro senza. Corriamo durante queste due ore per fare il bucato, caricare le batterie delle luci portatili e tutte le altre necessità.”

La capacità di produzione di elettricità della Siria è crollata agli attuali 1.400 megawatt dagli 8.500 di prima della guerra e soltanto uno degli otto giacimenti di gas del Paese rifornisce ancora le centrali elettriche controllate dal Governo. “Produciamo attualmente solo il 27% del nostro fabbisogno elettrico.” Ha detto Zuheir Kharbutli.

Agricoltura, industria, turismo ed estrazione di olio erano i pilastri dell’economia siriana. Settori che hanno subito danni pesanti durante questi sei anni di conflitto. Raqqa, Hassakeh, Deraa e Idlib erano tra i principali centri della produzione agricola, queste province sono ancora nelle mani dei terroristi.

La riconquista di Aleppo da parte delle forze governative probabilmente ha segnato la fine delle speranze dei ribelli, più o meno moderati, di cacciare il Presidente Assad. La guerra, però, sembra ancora lontana dalla conclusione e gran parte del Paese può rimanere fuori dal controllo governativo ancora per lungo tempo.

“I miei figli mi hanno chiesto di emigrare, ma ho rifiutato – dice Omar - non voglio lasciare il mio Paese, a meno che la nostra vita sia minacciata. Per ora sto combattendo per tenere viva un po’ di speranza nell’oscurità che ci circonda.”

@MauroPompili 

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