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Le conseguenze del calo del prezzo del petrolio. Intervista a Fabio Scacciavillani

Negli ultimi due anni il prezzo del greggio è passato da più di cento dollari al barile a meno di quaranta (v. grafico). Le conseguenze sulle economie dei Paesi produttori sono state molto pesanti. Dalle monarchie del Golfo fino al Venezuela, dalle ex repubbliche sovietiche del centro-Asia fino agli Stati africani, la lista di chi ha dovuto intaccare le proprie riserve di valuta, o peggio di chi ha dovuto ricorrere al Fondo Monetario Internazionale – o si reputa che vi dovrà ricorrere presto – è lunga.

Le spiegazioni sui motivi di questo crollo, e soprattutto sul perdurare di questa situazione, variano a seconda dell’analista o dell’esperto. Alcuni hanno imputato il mantenimento dei prezzi bassi del greggio a una volontà dell’Arabia Saudita di azzoppare un’eventuale ripresa dell’economia iraniana, una volta entrato in vigore l’accordo sul nucleare ed eliminate le sanzioni internazionali. Altri vi hanno visto una manovra, sponsorizzata dagli Usa (che in cambio concederebbero ai Saud di soffocare nella culla la nascente industria americana dello shale oil) per dare un’altra spallata – dopo le sanzioni per la Crimea – all’economia russa. Altri ancora hanno invece ritenuto che fossero proprio le industrie dello shale l’obbiettivo di Riad.
Di sicuro i recenti tentativi di trovare un accordo tanto all’interno del perimetro dell’Opec quanto all’esterno – ad esempio coinvolgendo la Russia – non sono andati a buon fine. L’Iran ha dichiarato la propria intenzione di non partecipare a un eventuale accordo per stabilizzare il prezzo del greggio e Riad, di conseguenza, ha ritirato la propria disponibilità facendo fallire da ultimo il round negoziale previsto per fine aprile in Qatar, a Doha.
Abbiamo chiesto a Fabio Scacciavillani, chief economist del Oman Investment Fund (il fondo sovrano del sultanato dell’Oman), la sua opinione di esperto sui fatti e sulle ricostruzioni che circolano a proposito di questa “guerra del petrolio”.
Dietro la politica dell'Arabia Saudita di mantenere basso il prezzo del greggio (si pensi ad esempio al fallimento di Doha) quale obiettivo politico-economico si cela secondo lei? È una strategia per cercare di sterilizzare definitivamente la minaccia che potrebbe rappresentare un domani lo shale americano, già oggi in crisi, oppure per danneggiare l'Iran libero dalle sanzioni, o altro?
La strategia dell’Arabia Saudita nell’attuale fase di eccesso di offerta consiste nel tenere costante o aumentare la sua quota di mercato. È la strategia che prescrivono tutti i manuali di economia per i produttori che in un qualsiasi mercato hanno i costi di produzione più bassi. In sostanza, in questo modo si mettono fuori mercato i produttori con i costi maggiori (nella fattispecie molti di quelli che sfruttano lo shale oil in USA, ma anche i depositi di sabbie bituminose canadesi o alcuni giacimenti russi) e i prezzi gradualmente risalgono, come infatti sta avvenendo.
Si tratta quindi di ragioni economiche e non politiche?
Questa strategia è dettata da motivi prevalentemente economici. Gli obiettivi politici sono del tutto secondari e comunque non determinanti, ma trovano ampio spazio sui media con spiccate tendenze a pompare teorie complottistiche di vario conio e provenienza.
Quanto è destinato a durare questo atteggiamento da parte di Riad?
La strategia perseguita dall’Arabia Saudita è destinata a durare fino a quando il prezzo del petrolio non sarà almeno equivalente al costo marginale di estrazione di lungo periodo comprensivo dei costi del capitale, che al momento si situa intorno agli 80 dollari al barile. Questo processo di riequilibrio probabilmente non seguirà un andamento lineare, ma sarà caratterizzato da una marcata volatilità.
Considerata la situazione di difficoltà di numerosi Paesi produttori (membri dell'Opec e non) a causa del prezzo basso del greggio, secondo lei Riad non rischia di logorare i rapporti con questi Stati, alcuni dei quali sono sui alleati? Che sviluppi - premessa la fluidità della situazione - si attende? C'è il pericolo per l'Arabia Saudita di trovarsi più isolata di prima, se non addirittura "tradita" da qualche Paese amico?
La discesa dei prezzi petroliferi è legata a condizioni di mercato. In primo luogo l’aumento dell’offerta grazie alla produzione dagli shale plays, ma anche dai giacimenti Opec, e in secondo luogo la crescita anemica della domanda dopo il rallentamento in Cina. Pertanto non esistono ricette magiche che possano riequilibrare la situazione in tempi rapidi. L’idea che l’Arabia Saudita possa far risalire i prezzi è semplicemente puerile ed anche Paesi che sono in condizioni disperate hanno capito non esistono alternative all’attuale strategia saudita di spingere fuori mercato il petrolio estratto da giacimenti ad alto costo.
Non si aspetta quindi grandi scarti da parte di questi Paesi?
A parte qualche occasionale battibecco (come quello presumibilmente avvenuto a Doha, ma amplificato oltre misura da giornalisti annoiati e irritati per la mancanza di notizie), gli sviluppi saranno graduali e i Paesi produttori dovranno armarsi di pazienza. Se qualcuno potesse trarre un qualche beneficio da un tradimento (o da una strategia alternativa) avrebbe già “tradito” da tempo senza farsi troppi scrupoli.

@TommasoCanetta

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