Le difficoltà dei media nel seguire la guerra in Yemen

Il 17 gennaio 2016, Almigdad Mojalli, un reporter freelance yemenita, è stato ucciso mentre si trovava vicino a Sanaa per documentare gli effetti dei bombardamenti aerei della coalizione a guida saudita. Quel giorno lavorava per conto del canale televisivo Voice of America. Una bomba saudita ha colpito la macchina sulla quale viaggiava insieme a un collega che, rimasto solamente ferito, non è riuscito a raggiungere il più vicino ospedale in tempo per salvargli la vita.

A poster of Saleh al-Sammad, who heads the Supreme Political Council, is seen on the window of a van carrying people to the site of a rally held to show support to the council in the capital Sanaa August 20, 2016. REUTERS/Khaled Abdullah

Almigdad aveva collaborato anche per altre testate straniere, tra cui il Telegraph. Proprio per la serie di  articoli scritti per il quotidiano inglese, il reporter yemenita era stato minacciato dalle fazioni Houthi e imprigionato. I suo pezzi criticavano sia verso le forze governative supportate dalla coalizione a guida saudita, sia gli stessi ribelli. Grazie all’intervento di un’organizzazione per la protezione dei giornalisti, Rory Peck Trust, il freelance era riuscito a riparare in Giordania, salvo poi fare ritorno in Yemen per continuare a seguire le evoluzioni sul campo.

Secondo il Comittee to Protect Journalists, dall’inizio del conflitto, tredici giornalisti sono stati uccisi nell’adempimento del loro lavoro, insieme a tre lavoratori del settore dei media. Altri tre giornalisti hanno trovato la morte  mentre non esercitavano la loro professione. Tra di loro, Abdel Karim al-Khaiwani.

Al-Kwaiwani era uno dei redattori di Al-Shoura, un sito internet profondamente critico nei riguardi dell’ex presidente Saleh. La sua opposizione gli era costata diversi arresti e detenzioni prima che il presidente venisse deposto nel 2011. Dopo la conquista della capitale da parte dei ribelli, il giornalista si era avvicinato alle loro posizioni e questo suo schieramento sarebbe stata la causa della sua uccisione. Il 18 marzo 2015, due uomini mascherati a bordo di una motocicletta avrebbero assassinato il giornalista. L’omicidio è stato poi rivendicato da il gruppo Al-Qaeda nella Penisola Arabica, nemico sul campo degli insorti sciiti.

La successione di Rab Mansor Hadi a Ali Abdullah Saleh, presidente dal 1977, nel febbraio 2012, era stata percepita come un opportunità per la libertà di stampa in Yemen. In un articolo del Guardian, il giornalista della radio Yemen Times, Mohammed al-Qalisi,, definisce gli anni tra il 2011 e il 2014, come gli “anni d’oro per l’informazione in Yemen”grazie a un proliferare di siti, televisioni e stazioni radio, dove era possibile dire qualsiasi cosa si volesse sul governo e le istituzioni.

Questo progresso ha però subito un ennesimo stop dovuto all’inizio del conflitto tra i ribelli Houthi e le forze governative. Nella capitale Sanaa è diventato ormai impossibile esercitare la libertà d’informazione, e ogni notizia viene deliberata in collaborazione con il nuovo governo. Il potere installatosi a Sanaa nel settembre 2014 usa la detenzione arbitraria come arma contro i giornalisti indipendenti. In Maggio, gli undici giornalisti presenti nelle prigioni di Sanaa hanno cominciato uno sciopero della fame per le condizioni nelle quali venivano detenuti. L’associazione Mwatana,  a cui si sono rivolti i parenti dei detenuti, si è fatta promotrice di questa battaglia, cercando di coinvolgere anche diverse organizzazioni internazionali.Durante il secondo Round dei Peace Talks tenuto in luglio in Kuwait, si è anche cercato di ottenere il rilascio dei giornalisti e degli attivisti dalle prigioni della capitale.

“Alla fine, gli unici rilasciati sono stati i criminali comuni, mentre giornalisti e attivisti sono ancora dentro” spiega Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance ed esperta del paese.Laura segue il conflitto dal suo inizio e ha potuto recarsi nel paese in quanto provvista di un visto familiare.

Al momento, nessun giornalista straniero è presente sul territorio e l’informazione è in mano ai giornalisti locali. “Perché è impossibile per uno straniero recarsi in Yemen. Solo gli yemeniti o coloro provvisti di cittadinanza possono introdursi nel paese” continua, “Un altro grosso problema sono i vettori per raggiungere il paese. L’unica compagnia è la Yemenia airline, un azienda statale, che però non accetta prenotazioni online, ma solo contanti, e imbarca solo yemeniti o famigliari di yemeniti”.

D’altra parte, mancano anche i contatti su cui appoggiarsi una volta nel paese. Molte ONG hanno cessato di operare a causa delle continue persecuzioni, mentre la maggior parte dei fixers e i vari attivisti che parlavano inglese o altre lingue straniere hanno preferito scappare in Giordania o in Europa.
“Anche se si riuscisse ad arrivare ad Aden o Sanaa, rimane estremamente difficile spostarsi nel resto del paese, a causa della presenza di Al Qaeda nella Penisola Arabica e del rischio sequestri”.

L'assenza di media stranieri non permette di seguire in dettaglio la situazione nel paese e resta convenzionata ai giornalisti locali. Questi  non possono più lavorare in totale autonomia e, a seconda del luogo in cui lavorano, sono costretti a parteggiare per una parte o l’altra.

“Se prendiamo in considerazione le notizie provenienti dalla capitale, il risalto è concentrato solo sull’efferatezza dei bombardamenti sauditi, ma senza riscontri sulle brutalità degli insorti. Mentre ad Aden, bastione del presidente Hadi e dei suoi alleati, la situazione è completamente differente. Là, dove sono presenti anche al Jazeera e al Arabya, vicine la prima ai Fratelli Mussulmani, mentre la seconda ai paesi del Golfo, la narrativa è focalizzata su tutti i torti degli Houthi”.

La mancanza di cronica di informazioni e approfondimenti provenienti dal paese non può far altro che aggravare una crisi che ormai sembra dimenticata dall’opinione pubblica internazionale e dai governi. Tutto questo sembra anche ridurre l’apporto di attori esterni al conflitto. Questo non fa altro che lasciare l’iniziativa ai belligeranti, che per il momento hanno dimostrato di non aver alcuna intenzione di scendere a compromessi.

@matteo_lat

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