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Le donne nella jihad

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Lo Stato islamico dedica una parte significativa delle sue attività di comunicazione e propaganda al coinvolgimento delle donne. Chi sono queste donne? Che ruolo giocano? Quali sono le loro motivazioni?

Bushra Kaake holds her weapon next to the Syrian government's air intelligence center in Aleppo September 28, 2013. Bushra Kaake, also known as Om saeed, is a member of the Free Syrian Army with her husband. Bushra used to work as a sports instructor before the war. REUTERS/Hamid Khatib

Da quando, poco più di un anno fa, il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita dello Stato Islamico il fenomeno delle donne jihadiste è molto pubblicizzato ed è salito all’onore delle cronache mondiali. La partecipazione femminile alla jihad non è, però, una novità o un’esclusiva del Califfato. Molte donne sono state operative tra il 2002 e il 2006 in Palestina, e in Iraq tra il 2005 e il 2008. Le prime donne kamikaze, Sanaa Mehaidli e Loula Abboud, agirono nel 1985 in Libano durante la guerra civile.

Tra queste donne e quelle del Califfato c’è, però, una differenza sostanziale: non erano legate a gruppi religiosi. Le loro azioni erano atti di resistenza contro l’occupazione israeliana, a spingerle non c’era la religione ma l’impegno politico.

“Fino a pochi anni fa – afferma Geraldine Casutt ricercatrice all’Università di Friburgo – nella guerra santa le donne erano impegnate solo nel ruolo di mogli e madri. Si tratta di una tendenza tipica dei gruppi religiosi che faticano a superare la questione di genere e ad accettare le donne in prima linea.”

Il caso delle donne libanesi o della palestinese Wafa Idriss è emblematico di quest’atteggiamento, diventarono bombe umane all’interno di gruppi politici nazionalisti e laici. L’impiego delle donne come attentatori suicidi nei gruppi religiosi è arrivato solo ​​più tardi, per ragioni soprattutto strategiche.

Un cambiamento deciso avviene nel 2014, quando lo Stato Islamico annuncia la creazione di due brigate femminili: “al-Khansa” e “Umm al-Rayan”, particolarmente attive a Raqqa, Siria, e nella provincia di al-Anbar, in Iraq.

Non ci sono molte informazioni su queste brigate. Il loro compito principale sembra essere quello di forze di polizia per la popolazione femminile. La rigida divisione di genere imposta dal Califfato impedisce ai poliziotti uomini di toccare e perquisire le donne, ma non di violentare o uccidere le “infedeli”. Ogni brigata è composta da un centinaio di donne che ricevono un salario di circa 200 USD al mese. Queste cifre, però, sono in rapida crescita visto il diffondersi del fenomeno.

“C’è un altro elemento di novità – dice Geraldine Casutt – ed è l’arrivo in Siria e in Iraq di molte donne dai paesi occidentali per combattere la jihad. In Iraq, ad esempio, fino al 2005 non si registrano donne combattenti dall’occidente, fatta eccezione per il caso di Muriel Degauque, autrice di un attacco suicida. Oggi, invece, circa il 10% delle persone che lasciano l’Europa, gli Stati Uniti e l’Australia per entrare nelle fila dei jihadisti sono donne.”

Uno studio dell’Istituto per il Dialogo Strategico, pubblicato recentemente, stima in almeno 550 le donne provenienti da paesi occidentali partite per unirsi allo Stato Islamico.

Per ora il compito principale delle donne nello Stato Islamico, quello che più di tutti legittima la loro partecipazione alla jihad, è quello di moglie e madre. Un impegno non molto visibile all’esterno perché si svolge all’ombra degli uomini. In una struttura sociale che si basa sulla divisione e la complementarietà dei generi il “ruolo di madre – dice ancora Geraldine Casutt – è fondamentale e riconosciuto. La donna non si limita a procreare i figli, ma si occupa di educarli all’amore per la jihad per garantire continuità alla causa.”

Per la ricercatrice “dobbiamo considerare la donna, moglie o membro di una brigata, come l’attrice della costruzione di un modello di società. Non solo perché è parte della rete jihadista, ma soprattutto perché in quanto donna contribuisce a creare, nel suo ruolo di madre, la prima generazione di figli nati nello Stato islamico.” La presenza delle donne è indispensabile per costituire le famiglie, il primo passo nella creazione di una società sostenibile.

La presenza delle donne nei gruppi radicali è in crescita. “La jihad in Siria e in Iraq è un fenomeno globale che attira gente d tutto il mondo. Si tratta di un’ideologia religiosa con il progetto di istituire una società ideale, che si oppone all’immagine ingloriosa dell’Occidente, capace di attrarre uomini e donne.” Afferma Geraldine Casutt.

Secondo la ricercatrice è possibile disegnare alcuni profili tipici delle donne che si uniscono allo Sato Islamico. “Alcune sono catturate dalle immagini di combattimento che trovano facilmente sui social network. In questo caso di solito si tratta di ragazze abbastanza ingenuo e molto impressionabili. Altre giovani sono attirate da una visione un po’ romantica della guerra e sono molto affascinate dall’immagine del guerriero virile, quasi sempre sono donne in cerca di identità e senza punti di riferimento. A questa categoria appartengono soprattutto le occidentali attratte dalla figura dell’uomo virile e protettore, accompagnata da una visione epica e fantasiosa della guerra. Il numero delle donne che si unisce ai gruppi jihadisti per convinzione religiosa è ridotto e di solito non si tratta di adolescenti.” Tra queste ultime la decisione di raggiungere i paesi della jihad ha motivazioni simili a quelle degli uomini: la convinzione che la Ummah (la comunità dei credenti musulmani) è sotto attacco da parte degli infedeli; il senso del dovere religioso e la voglia di dare un significato alla loro vita.

Dal rapporto stilato dall’Istituto per il Dialogo Strategico emerge che “Nelle jihadiste che arrivano da paesi occidentali si registra una violenza del linguaggio e una dedizione alla causa anche maggiore di quelle di molti uomini. Queste donne promuovono la realizzazione di attacchi terroristici nei paesi d’origine. Manifestano, inoltre, volontà e capacità di partecipare ad azioni militari, anche suicide.”

Per le donne arabe le motivazioni spesso sono diverse. Alcune si uniscono a queste organizzazioni dopo aver perso una persona cara, altre ritengono di avere un ruolo da svolgere come gli uomini. Vivendo in società patriarcali questo diventa anche un modo per dimostrare che possono lottare e impegnarsi alla pari di un uomo. Ci sono poi donne che aderiscono ai movimenti radicali perché non hanno famiglia e sono alla ricerca di una sorta di protezione. Infine, una parte delle militanti si arruola per pura convinzione religiosa e ideologica.

Secondo Geraldine Casutt i movimenti jihadisti sunniti hanno accettato le donne per puro interesse. “Dobbiamo inquadrare le operazioni suicide effettuate da donne in una strategia di guerra asimmetrica. Inoltre, la presenza delle donne in un campo normalmente riservato agli uomini contribuisce a motivarli e stimola il loro orgoglio.”

Anche per la sociologa Carole André-Dessornes la donna svolge un ruolo di supporto. “I movimenti jihadisti sunniti hanno accettato le donne non per una reale convinzione, ma per puro interesse. Dobbiamo leggere le operazioni suicide effettuate da donne come una strategia di guerra, una tattica che non costa molto e da buoni risultati”.

L’impatto simbolico del jihadismo al femminile è utile anche in termini di comunicazione per i gruppi jihadisti. “I movimenti jihadisti usano le donne nelle loro operazioni per garantire una maggiore copertura mediatica – afferma Carole André-Dessornes - tuttavia, evitano di esagerare nell’'uso di questa tattica per non cadere nella banalità e ridurre la forza di impatto.”

In futuro il ruolo e la partecipazione delle donne alla jihad potrebbe aumentare, soprattutto se il conflitto si prolunga. Tuttavia, secondo gli analisti, questo coinvolgimento rimarrà numericamente marginale anche se molto visibile.

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