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Le due battaglie che possono cambiare il futuro della guerra in Siria

Doveva essere la settimana dell’offensiva curdo-americana su Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria, e invece in poche ore lo scenario si è ribaltato, dimostrando ancora una volta che l’Isis ha sicuramente delle menti che ben conoscono tattiche e strategie militari (spesso ex ufficiali dell’intelligence e dei corpi scelti di Saddam Hussein, ora alleati dei jihadisti) e probabilmente più di un “santo” in paradiso.

L'immagine raffigurata in uno dei volantini lanciati su Raqqa per avvertire la popolazione dell'attacco imminente.

I preparativi per conquistare Raqqa andavano avanti da settimane, le Sdf (Syrian Democrati Forces, una coalizione dominata dai curdi del Ypg ma che comprende anche arabi, assiri, yazidi etc.) ammassavano mezzi e truppe nelle proprie postazioni di confine, il 20 maggio gli aerei della coalizione anti-Isis a guida Usa avevano lanciato volantini (v. immagine) che invitavano la popolazione civile ad abbandonare la città in vista dell’imminente attacco e, finalmente, il 24 maggio le operazioni erano cominciate. Gli aerei americani – partendo dalla base turca di Incirlik (cosa che secondo alcuni analisti avrebbe dimostrato il beneplacito di Erdogan all’operazione) – bombardano alcuni obiettivi dell’Isis e i guerriglieri delle Sdf iniziano ad attaccare da nord i villaggi intorno a Raqqa. I primi risultati si vedono, gli uomini del Califfo sono costretti a ripiegare da diverse posizioni e la linea del fronte si avvicina progressivamente alla città (v. cartina 1).

Al terzo giorno di attacchi curdo-americani contro lo Stato Islamico nel quadrante di Raqqa, il 26 maggio, arriva la notizia: lo Stato Islamico ha sferrato un violentissimo attacco contro i ribelli sostenuti dalla Turchia a nord di Aleppo (dove controllano principalmente le città di Azaz e Mare), quegli stessi ribelli che – secondo i piani di Ankara – avrebbero dovuto liberare il confine turco dalla presenza dell’Isis impedendo che l’onere e gli onori di una tale impresa ricadessero sui curdi del Ypg, considerati da Erdogan alla stregua di terroristi per i loro legami col Pkk (con cui Ankara è attualmente impegnata in una violenta guerriglia nel sud-est dell’Anatolia). Diversi villaggi cadono rapidamente – pare che gli uomini dello Stato Islamico si fossero infiltrati con ampio anticipo e abbiano agito da cellule dormienti fino all’ultimo -, la città di Mare viene isolata dal resto del territorio controllato dai ribelli e posta sotto assedio, Azaz viene attaccata violentemente con diversi camion bomba e kamikaze ma regge alla prima ondata di attacchi (v. cartina 2).

Il 27 maggio la situazione è drammatica. Decine di migliaia di profughi siriani, già fuggiti ai tagliagole dell’Isis o alle bombe di Assad una volta, si trovano vicini alla linea del fuoco, scappano verso la Turchia ma per ora gli viene impedito di oltrepassare il confine. Gli anziani di Mare chiedono alle Sdf di intervenire per aiutarli contro l’attacco sferrato dallo Stato Islamico – evento abbastanza straordinario, considerato che i ribelli filo-turchi e i curdi siriani si sono sparati addosso fino a poco tempo fa, mirando entrambi a conquistare gli stessi territori – e vengono in parte accontentati: il 28 maggio la cittadina di Sheik Isa, subito a ovest di Mare, viene ceduta dai ribelli alle Sdf senza sparare un colpo (v. cartina 3), e ora pare che le Sdf si stiano preparando o per attaccare Mare quando questa dovesse cadere nelle mani dello Stato Islamico, o addirittura intervenire preventivamente al fianco dei ribelli. Ad Azaz la situazione migliora leggermente per i ribelli filo-turchi, che hanno resistito agli attacchi portati dall’Isis su tre diverse direttrici e riescono nel loro contrattacco a riconquistare alcuni villaggi (cosa strana, sia durante l’offensiva dell’Isis che durante la loro controffensiva il supporto da parte dell’artiglieria e dell’aviazione turche al di là del confine è stato minimale). Ma l’Isis ha raggiunto il suo scopo: le Sdf interrompono la loro offensiva verso Raqqa e iniziano a inviare i propri mezzi e i propri reparti verso Manbij, la testa di ponte orientale dei curdi nel territorio al confine con la Turchia controllato dall’Isis (v. cartina 3).

Gli uomini dello Stato Islamico al momento stanno continuando a tenere sotto pressione Azaz e Mare, hanno rallentato – se non interrotto – l’offensiva curdo-americana su Raqqa (che aveva il pregio di procedere in contemporanea o quasi a quella in Iraq contro Falluja, costringendo il nemico a difendere due dei suoi centri principali nello stesso momento) e hanno portato scompiglio in un’area, quella a nord di Aleppo, che è madre di gravi tensioni tra i suoi nemici (Turchia da un lato e Curdi e Usa dall’altro). Alcuni analisti si interrogano ora se la decisione dei curdi di interrompere l’offensiva su Raqqa sia una mossa concordata con Washington o meno. Se non lo fosse, si dovrebbe spiegare con il desiderio dei curdi siriani di unire i propri cantoni orientali con quello occidentale di Efrin, unico rimasto isolato: la caduta dei ribelli filo-turchi aprirebbe infatti l’opportunità (teorica) per le Sdf di subentrargli nella lotta contro l’Isis e di prendere il controllo dei territori di confine con la Turchia (in particolare la “zona proibita” da Erdogan, tra Manbij e il valico di Jarablus) che ne venissero liberati. L’unità del Rojava (il Kurdistan siriano) è da sempre l’obiettivo principale per i curdi siriani, ben più che non la presa di Raqqa, città estranea all’area storicamente da loro controllata e abitata. Dunque l’Isis li avrebbe attirati come le api col miele, lasciando gli Usa senza fanteria per l’attacco contro la capitale dello Stato Islamico in Siria.

Nell’ipotesi invece in cui l’interruzione dell’offensiva su Raqqa fosse una mossa concordata tra Usa e Sdf (i legami tra questi due attori sono andati intensificandosi notevolmente nelle ultime settimane) allo scopo di portare lo scontro con l’Isis nell’area a nord di Aleppo, il quadro tattico e strategico dell’area potrebbe diventare esplosivo. Se infatti Erdogan ha, sotto pressione degli Usa, dato il suo beneplacito alla conquista di Raqqa da parte di una coalizione dominata dal Ypg– teoria questa fondata ma comunque non certa – ha già ribadito di non voler tollerare la riunificazione dei cantoni curdi in Siria. E se gli Usa, di fronte all’innegabile fallimento dei ribelli finanziati da Ankara – che avrebbero dovuto ripulire dall’Isis il confine turco, e invece non sembrano in grado nemmeno di difendere le loro poche roccaforti – e al sospetto che da Jarablus continuino ad arrivare rifornimenti allo Stato Islamico, decidessero di forzare la mano e di dare sostegno alle Sdf a nord di Aleppo si rischierebbe un gravissimo scontro con Ankara. Erdogan ha infatti dichiarato nelle ultime ore che “Isis e Ypg si sostengono a vicenda e sconfiggere uno di loro significa sconfiggere l'altro, ma i nostri alleati si rifiutano di vederlo. Quelli che supportano l’Ypg per combattere l’Isis vogliono in realtà tagliare la Turchia fuori dal Medio Oriente”. Parole pesantissime che rispecchiano la situazione di isolamento, paranoia e debolezza in cui la linea di politica estera di Erdogan ha trascinato il suo Paese. Ora per contrastare eventuali operazioni dei curdi nella “zona proibita” al confine, ad Ankara resterebbe un solo alleato possibile: l’Isis. E una nuova puntata nel romanzo delle relazioni proibite tra la Turchia e lo Stato Islamico potrebbe essere stavolta troppo indigesta per gli alleati occidentali di Ankara per farla passare senza pesanti ritorsioni.

@TommasoCanetta

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