Le eredità della guerra civile americana: la questione razziale

Lincoln nel suo ultimo discorso espresse chiara la sua volontà di “dare ai neri un sistema di scuole uguale come per i bianchi e dar loro una franchigia elettorale”. Era l'11 aprile 1865. Tre giorni dopo venne ucciso da un simpatizzante confederato. Fu la prima volta che un presidente in carica si espresse a favore della piena uguaglianza di bianchi e neri.

Ma quella sua frase poco avrebbe influito almeno sul momento. Anche oggi, in America, la disuguaglianza tra bianchi e neri ha i suoi strascichi derivanti da un evento chiave della storia americana, la guerra civile combattuta dal 1861 al 1865. Questo è il primo di una serie di tre articoli dedicati all'eredità della guerra civile. Che è dedicato alla più lunga questione sociale della storia americana.

Prima della guerra: schiavi o cittadini di serie B?
Dopo la rivoluzione americana, combattuta in gran parte anche da afroamericani liberi (il 20% dei partecipanti alla battaglia di Yorktown, secondo un ufficiale prussiano in servizio nell'esercito rivoluzionario americano), il processo di abolizione della schiavitù inizia dal Massachussetts, nel 1783 con una sentenza della Corte Suprema dello Stato. Entro il 1810, la maggior parte degli stati settentrionali abolisce la schiavitù, ma lo stato più grande e più ricco, la Virginia, è uno stato schiavista. E proprio in quell'anno viene inventata la sgranatrice di cotone (in inglese cotton gin). Fino a quel momento, sembrava che la schiavitù si avviasse verso una graduale abolizione, con Thomas Jefferson, terzo presidente e proprietario di schiavi, che definiva la schiavitù come “male necessario”.
La nuova macchina diede invece nuovo impulso alla schiavitù negli stati del Profondo Sud, in particolare in Louisiana, Mississippi e Alabama, dove si concentrava la maggior parte degli schiavi del Paese. La situazione fino a quel momento era molto fluida. Esistevano non solo padroni bianchi, ma anche padroni nativi americani (come ad esempio tra i Cherokee) e addirittura padroni neri liberi. Con l'espandersi a Ovest degli Stati Uniti, i contrasti tra stati liberi e stati schiavisti si accentua, con l'abolizionismo che cresce al Nord mentre al Sud gli schiavisti trovano un formidabile ideologo in John Calhoun, che trasforma la posizione di Jefferson sul “male necessario” in un “bene positivo”. I contrasti tra le due forme di governo si tentarono di riequilibrare con diversi compromessi che però non riuscirono. Ma con la nascita del partito repubblicano nel 1854 i neri trovarono un partito che, pur non essendo nominalmente né abolizionista né meno che mai integrazionista, nel suo favorire gli interessi del ceto medio del Nord e degli industriali, nonché degli uomini della Frontiera, che si opponevano alla classe di piantatori sudisti (una minoranza: 46mila persone che possedevano uno schiavo o più su una popolazione di 8 milioni di persone), visti come un'aristocrazia parassitaria che attraverso i loro esponenti e il controllo delle legislature locali del Sud controllava anche il governo di Washington. Con l'elezione di Abraham Lincoln, repubblicano dell'Illinois, le cose cambiano in fretta. Il Sud decide che il destino della sua “peculiare istituzione” è in pericolo. E si avvia verso una guerra che invece avrebbe eliminato per sempre la schiavitù.

La guerra, il punto di rottura
All'inizio secede la South Carolina, il 18 dicembre 1860. Poi, via via, altri dieci stati schiavisti si uniscono per formare gli Stati Confederati d'America. Una nuova repubblica con lo scopo di difendere l'economia di piantagione e la schiavità come sistema economico. Dopo uno scontro a fuoco tra una guarnigione federale e la milizia del South Carolina, inizia la guerra civile. Inizialmente la guerra ha il solo scopo di riportare gli stati ribelli nell'Unione. Ma con le prime difficoltà incontrate dal Nord, la guerra prende di petto anche il problema della schiavitù: il presidente Lincoln non è un'abolizionista assoluto. Ma con l'avanzare della guerra decide di indebolire il nemico sudista proprio dove fa più male. Con l'aiuto di alcuni oratori come il figlio di schiavi Frederick Douglass, dimostrazione vivente della non inferiorità dei neri, l'idea abolizionista, un tempo minoritaria persino al Nord, cominciò a farsi strada. Se non altro come arma da usare contro il nemico sudista: il 22 settembre 1862 Lincoln lancia l'ultimatum. Se gli stati della Confederazione non si riuniranno al Nord entro il primo gennaio 1863, la schiavitù verrà abolita dal loro territorio e gli schiavi trovati verranno liberati. Nessuno stato aderisce e quindi quello che poi diverrà noto come “proclama di emancipazione” viene attuato. Truppe dell'Unione liberano gli schiavi dalle piantagioni e in alcuni casi, come sull'isola di Port Royal, in South Carolina, le terre delle piantagioni vengono redistribuite agli ex schiavi. Mentre la guerra volge al meglio, persino il generale Lee, comandante in capo dell'esercito confederato, comincia a pensare alla liberazione di quegli schiavi che avessero voluto combattere per l'esercito confederato. Cosa non facile da accettare per i sudisti, che negli ultimi anni di guerra ebbero l'ordine di non fare prigionieri tra le truppe federali di colore.
Ma non solo i sudisti trattavano i neri con durezza: anche il generale Sherman, autore della conquista di Atlanta ritratta in Via col Vento, aveva molti dubbi sugli ex schiavi, e si rifiutò di arruolarli. Ma anche a New York, tra il 13 e il 16 luglio 1863, avvenne una pesante rivolta contro il servizio di leva che ebbe come vittime principali i neri.
Una volta approvato verso la fine della guerra il tredicesimo emendamento che aboliva definitivamente la schiavitù su tutto il territorio nazionale, iniziava per i neri d'America la lunga via verso la libertà.

Ricostruzione, segregazione, fuga verso il Nord
Gli Stati del Sud non rientrarono subito nell'Unione, ma dovettero subire un processo di “ricostruzione” all'interno del quale i neri ottennero i pieni diritti civili ed elettorali. Ma sin dal 1867, con la fondazione del primo Ku Klux Klan, i diritti civili dei neri furono messi in discussione.
Se il primo Klan viene sconfitto con successo durante la presidenza del generale Grant, già comandante delle forze unioniste durante la guerra civile, altre forze emersero poco dopo.
Un episodio su tutti: nel 1898 a Wilmington, in North Carolina, un'alleanza di repubblicani e populisti riesce ad eleggere un sindaco e un consiglio cittadino birazziale. Una folla di circa 2000 democratici bianchi attua il primo e unico colpo di stato della storia americana, picchiando e uccidendo neri ed esponenti del partito repubblicano e installando al suo posto una giunta di bianchi suprematisti. Prima di allora, già erano state attuate misure di limitazioni del voto, tra cui test di cultura generale, la clausola del nonno (ovvero la concessione del diritto di vito solo a chi avesse avuto il nonno elettore, cosa che nessun nero, neanche libero, aveva mai avuto) o semplicemente una tassa sul voto, una poll tax che escludeva anche molti bianchi poveri.
Nel 1896 una sentenza della Corte Suprema aveva anche confermato quello che era già in essere in molti stati: la segregazione razziale con la teoria dei “separati ma uguali”.
Tutto questo, insieme alla depressione economica che continuò negli stati ex confederati, portò molti neri a cercare lavoro negli stati del Nord. Tralasciando la parabola che porterà i neri ad ottenere finalmente i diritti civili, focalizziamo l'attenzione sul caso più clamoroso di questione razziale esacerbata. Parliamo di una città del Nord: Detroit, in Michigan.

Ferita e fallita: i mali di Detroit
Nel 1910 Detroit era abitata da soltanto seimila afroamericani. Negli anni successivi inizia la cosiddetta “Prima Grande Migrazione”, nella quale 1 milione e 600mila persone abbandona il Sud nel giro di vent'anni, per lavorare nelle industrie del Nord. A Detroit, le industrie automobilistiche attirano 120mila neri entro il 1930. E negli anni a cavallo tra il 1940 e il 1960. ben 5 milioni di neri si spostano al Nord, creando disagio e tensioni razziali.
È in questa situazione che cresce Louis Conti, classe 1949, ex sindaco repubblicano di Alamo, cittadina quasi totalmente bianca dell'area metropolitana di Detroit: “Da bambino non avevo mai visto un bambino nero. Ricordo alcuni miei vicini che erano preoccupati da una famiglia di neri che aveva acquistato casa vicino a noi. Ho visto il primo ragazzo nero una volta a pranzo da mia zia e rimasi stupefatto. Il mio quartiere accoglieva persone da tutto il mondo, ma erano solo bianchi.” Infatti la discriminazione non veniva attuata per legge, ma erano anche gli agenti immobiliari a rafforzarla: “A nessun nero in cerca di una nuova casa ne veniva mostrata una in un quartiere bianco. Anche qualora avesse potuto permettersi di affrontare un prestito, le banche non gliel'avrebbero concesso”. Il giovane Conti quando deve iscriversi al college nel 1967, è testimone dei cosiddetti “Tumulti di Detroit”. Ecco i fatti: la sera tra sabato 22 e domenica 23 luglio la polizia interviene ad una festa dove sono radunate 82 persone per festeggiare 2 soldati di ritorno dal Vietnam. La festa ha due problemi: è molto rumorosa ed è ospitata in un locale che vende alcolici senza licenza. La polizia decide di arrestare tutti i partecipanti. Il figlio del proprietario del locale, Walter Scott III, lancia una bottiglia contro gli agenti. La rivolta comincia così.
Racconta Conti: “Ero appena tornato da Kalamazoo, dove ero andato per informarmi sulla Western Michigan University. Tornando a casa ho visto cinque macchine della polizia che andavano verso la zona universitaria interessata dagli scontri. Uno dei motivi per cui c'era tensione è che i neri venivano arruolati in percentuali maggiori rispetto ai bianchi. A questi ultimi bastava iscriversi all'università per evitare l'arruolamento, come ho fatto io”.
Da allora la città non riesce più a riprendersi. Le tensioni razziali, che già erano alte, arrivano al punto di rottura con l'elezione del primo sindaco nero, Coleman Young, nel 1974.
“Anziché sanare le vecchie ferite, il sindaco Young scelse di esacerbare i contrasti tra le due comunità, ad esempio abbattendo alcune chiese perché “costose da mantenere””aggiunge Conti.
Questi due eventi portarono le industrie automobilistiche a muoversi altrove, verso gli Stati del Sud, ormai divenuti attrattivi per le imprese grazie alla bassa tassazione e alle leggi antisindacali, e insieme a questo i bianchi decisero di allontanarsi in massa dalla città, contro un'amministrazione ritenuta ostile. Anche la famiglia Conti se ne andò poco dopo: “Restò solo mia madre con mio fratello, poi trovò lavoro in un'altra fabbrica e se ne andò anche lei. Detroit da allora non è più la stessa. Tanto per dirne una, non esiste più un negozio di alimentari nel centro cittadino, mentre allora ogni quartiere aveva le sue piccole botteghe”. La città, che raggiunse il suo massimo di abitanti nel 1950 (1 milione e 850mila abitanti) oggi ne conta soltanto 723mila.

La razza dopo Obama
Dopo l'elezione di Obama, sembrava che la razza non contasse più, che fosse una questione superata. I fatti di Ferguson hanno dimostrato che non è così. Anche lo stesso presidente spesso non è stato in grado di sanare la ferita, spesso scegliendo di non scegliere, oppure limitandosi a dire frasi ad effetto. Ma del resto poco è nel potere dei singoli per sanare quella che è senza dubbio la maggiore ferita della guerra civile americana.

@MatteoMuzio

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA