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Le incognite sull’ultimo accordo di pace in Sud Sudan

Molte speranze sono state riposte nella firma dell’ultimo dei sei accordi per riportare la pace in Sud Sudan, siglato lo scorso 8 novembre ad  Addis Abeba dal presidente Salva Kiir Mayardit e dall’ex vicepresidente, ora capo dell’opposizione armata, Rieck Machar Teny.

REUTERS/Goran Tomasevic REUTERS/Goran Tomasevic

Tanto che l’etiope Seyom Mesfin, capo dei negoziatori dell’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), l’organizzazione regionale impegnata nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi sud sudanese scoppiata un anno fa, si è dichiarato convinto che questa volta la tregua non sarà violata perché le conseguenze per ambo le parti sarebbero insostenibili, visto che in caso di ripresa delle ostilità sono previste dure sanzioni e “misure punitive” per i responsabili.

Ma tutti i precedenti accordi di pace sono stati ripetutamente infranti sia dalle forze governative che dai ribelli e il rischio che anche quest’ultimo sia disatteso è sempre latente. Lo dimostra il fatto che già poche ore dopo la firma, dal Sud Sudan giungevano notizie di ripetuti attacchi in spregio al nuovo impegno di cessate il fuoco, mentre le ultime ostilità risalgono allo scorso 26 novembre, quando il gruppo ribelle guidato da Machar, ha accusato le truppe governative fedeli al presidente Kiir di aver sferrato un’offensiva contro le loro postazioni di Fangak, contea nello stato di Jonglei.

Stando ai fatti, la strada verso una soluzione della crisi sud sudanese sembra ancora coperta da ostacoli di diverso genere, ma forse la preoccupazione maggiore viene proprio dalle dichiarazioni del capo mediatore dell’Igad, che lasciano intendere come la tenuta dell’intesa sia dovuta più alla minaccia di gravi ripercussioni che ad una volontà genuina di porre fine agli scontri.

Gli ultimi mesi di guerra civile hanno infatti dimostrato quanta poca importanza entrambe le parti riservino ai trattati e anche alla stessa minaccia di sanzioni. E’ dunque da vedere se l’accordo raggiunto ad Addis Abeba sarà in grado di porre fine a un conflitto che ha già provocato decine di migliaia di vittime.

Non a caso, una delle principali motivazioni che hanno portato il Sud Sudan sull’orlo della guerra civile è sicuramente riconducibile alla lotta di potere tra Kiir e Machar, interna al partito di governo, il Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm), per assicurarsi la vittoria alle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2015.

Secondo Akshaya Kumar, analista delle politiche sudanesi per l’ong Enough Project, questo importantissimo risvolto dei destini politici, per i due principali leader del territorio, ha preparato il campo per la prima e, certamente, la più violenta resa dei conti nei tre anni di indipendenza della nazione.

Un’altra ragione all’origine del conflitto è insita nella contrapposizione etnico-tribale, acuitasi all’indomani dell’indipendenza, tra dinka, la più numerosa etnia del Paese alla quale appartiene il presidente Kiir, e nuer, di cui fa parte Machar. Di fatto, i dinka, hanno gradualmente imposto il proprio controllo sulle istituzioni politiche, militari ed economiche sud sudanesi, monopolizzando i proventi dell’industria petrolifera e gli aiuti umanitari provenienti dalle organizzazioni internazionali.

Tutto ciò è avvenuto in ragione della gestione clientelare del presidente Kiir, che tra la fine del 2011 e l’inizio del 2013, ha costretto al congedo circa duecento ufficiali nuer delle Forze armate e ha sbattuto in carcere con processi sommari migliaia di oppositori, estromettendo di fatto dalla scena pubblica e istituzionale ogni possibile avversario, compreso l’ex vice presidente, “reo” di volerlo sfidare alle elezioni del prossimo anno.

Inoltre, l’establishment di Juba ha intrapreso un massiccio processo di accentramento amministrativo al fine di diminuire l’influenza delle etnie minoritarie, espressione degli interessi dei dieci Stati federali. Del resto, in una nazione divisa in almeno ottanta gruppi etnici, la maggior parte dei quali costituita da una galassia di clan e sotto-clan, mescolati sugli stessi territori e spesso in conflitto fra loro, era altamente improbabile riuscire a evitare tensioni e conflitti.

E’anche importante evidenziare che si tratta di una rivalità che ha radici lontane nel tempo, maturata nell’ambito del lungo conflitto combattuto interamente sul territorio sud sudanese, che ha portato alla secessione dal Sudan.

Un conflitto durante il quale i miliziani dell’Esercito/Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm/a) spesso non si sono schierarti contro l’esercito di Khartoum, ma si sono contrapposti a una galassia di gruppi armati sud sudanesi a connotazione etnica, di frequente in lotta fra loro e sostenuti per decenni dal Sudan contro il governo di Juba.

Lo stesso Riek Machar, nel 1991, in piena guerra civile, provocò la scissione dell’Splm/a tentando di assumerne la guida al posto del suo leader storico, John Garang de Mabior, un dinka deceduto nel luglio 2005, precipitando con l’elicottero che lo riportava in patria dopo una visita di stato in Uganda.

Dopo essersi alleato con il governo di Khartoum, nel 2002 Machar tornò in seno all’Splm/a e una volta che il Sud Sudan ebbe riconosciuta l’indipendenza con un referendum, fu cooptato nel nuovo governo, dove si è sempre impegnato nel promuovere un linguaggio anti-tribale e riconciliatorio tra le popolazioni sud sudanesi. Tuttavia, la memoria del suo voltafaccia è ancora molto viva nel Paese.

Con simili premesse, non era possibile che la secessione potesse far dimenticare rivalità e tradimenti, cancellare la memoria di massacri e violenze e far sparire diffidenze e antichi rancori.

@afrofocus

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