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Le mille sfide del presidente di due Argentine

Non ama le cravatte ma ha l'accento impeccabile dei quartieri ricchi di Buenos Aires, il neo presidente argentino Mauricio Macri. Il padre Franco, nato a Roma, ha costruito un impero da zero, da manovale immigrato, in solo due generazioni: il figlio il senso imprenditoriale lo ha nel sangue.

Mauricio Macri. REUTERS/Enrique Marcarian

Con il 51,41% ha battuto per 3 punti il candidato di un Partito peronista logorato. Mentre la presidente Cristina Kirchner parlava a reti unificate, Macri e i suoi andavano di casa in casa per “ascoltare gli argentini” – e poi astutamente postare su Facebook gli incontri - anche con i critici. Amando il calcio, elemento unificante e livellante nella patria di Maradona, Macri ha sfruttato il suo primo ruolo elettivo come presidente del Boca Juniors.
Ha flirtato con i numero uno dei sindacati e con il peronismo stesso. “Ne rivendico le bandiere”, ha detto, “perché cerca la giustizia sociale e l'uguaglianza di opportunità”. Alla fine, stanchi delle disfunzionalità, della corruzione e dell'insicurezza, anche strati popolari nelle stesse roccaforti peroniste hanno votato i suoi slogan – “Povertà zero, sconfitta del narcotraffico e sicurezza” – che danno la misura della sfida che lo attende, anche perché il Congresso resta giustizialista.
Sì, se puede! E vantando i suoi meriti come governatore della regione di Buenos Aires prima e della capitale poi, ha promesso amministratori “perbene”.
“Lo vedo più come come un abile amministratore più che come governante”, dice Marco Bechis, il regista di Garage Olympo, e altri film ambientati in Argentina. “Amministrerà bene quello che hanno fatto i governi anteriori. Non potrà fare grandi cambiamenti perché rischierebbe di cadere subito. I peronisti conservano la forza delle piazze”. Bechis pensa che la userebbero se, per esempio, il governo Macri terminasse in maniera drastica i prezzi controllati.
“Se vuole governare per quattro anni, credo che in economia il suo governo sarà molto peronista”.
Un aggiustamento economico in senso liberale che cancellasse, per esempio, i prezzi sussidiati, sarebbe molto doloroso, ma è inevitabile secondo molti economisti di vari campi. Persino la Confindustria argentina è d'accordo che dovrà andare piano “per l'effetto che ciò avrebbe sui più poveri”. In altre parole, per fare quadrare il cerchio tra una “economia veramente inclusiva” (anche se solo tra un paio di anni) e un ambiente che ridia fiducia a imprenditori e investitori esteri ci vorrà poco meno che un miracolo.
La domanda assillante è quando libererà il cambio ufficiale con il dollaro , che a quel punto potrebbe schizzare. “La svalutazione [del peso] non è il problema, dice Macri a Clarìn, lo è l'inflazione [tra il 25 e il 40%, ndr]. Abbassandola stabilizzeremo la moneta e torneremo a pensare tutti in pesos”.
Gli investimenti esteri – “grazie a nuove regole del gioco chiare” – sono la sua unica speranza, visto il calo dei prezzi delle materie prime. Wall Street, sede dei “fondi avvoltoi” che vogliono ancora i soldi perduti nel default del 2001, ha tirato sospiro di sollievo, come la rete internazionale di relazioni diplomatiche, finanziarie e commerciali ansiosa di vederlo all'opera. Anche perché potrebbe cambiare il panorama politico in America Latina più in generale.
È la prima volta che il centro destra, o la destra tout-court se si vuole, benché moderna, liberale e progressista, arriva al potere democraticamente. La borghesia industriale e l'oligarchia agraria non erano mai riuscite finora a esprimere una classe dirigente, lasciando riempire il vuoto ai militari. Se Macri saprà resistere ai tiri della giacchetta dei capitani dell'industria del quale è una emanazione, potrebbe farcela, ma che non sarà facile si è visto già a meno di 24 ore dal risultato.
La Nación, il giornale che oggi da voce alla borghesia imprenditoriale, ma che in passato lo ha fatto all'oligarchia agraria e anche ai militari, ha inaugurato la sua copertura dell'era popolar-liberale con un editoriale nel quale ha chiesto di porre fine alle “vergognose sofferenze dei condannati (leggasi militari, ndr) ancora in carcere... per i delitti commessi durante gli anni della repressione della sovversione ”. Il tono e il linguaggio non potevano non far rabbrividire il vasto settore dell'opinione pubblica che ha salutato come un atto di civiltà che dopo tanti anni i militari responsabili della “guerra sporca” fossero finalmente giudicati e condannati. I giornalisti de La Nación riuniti in assemblea lo hanno ripudiato e la deputata Victoria Donda, sequestrata da neonata dai militari, lo ha definito “un pessimo favore a Mauricio Macri”.
“È un esempio di come Macri non potrà cambiare certe politiche del precedente governo. A mio avviso, quella dei diritti umani è una conquista. È la prima volta che in America Latina rispondono alla giustizia i colpevoli di crimini contro l'umanità. Sono fatti concreti, forti, e non solo per me che sono un sopravvissuto”, dice Bechis che subì l'esperienza di restare sequestrato nelle mani dei militari torturatori.
I 12 anni dei Kirchner lasciano un sistema pensionistico quasi universale, tutele sociali e una bassa disoccupazione. “Complessivamente li valuto più positivi che negativi, con elementi molto progressisti che Macri non potrà toccare, purtroppo c'è stata anche la corruzione e la mancanza di democrazia interna”, dice Bechis.
La corruzione è un ostacolo molto alto. “Il sociologo Rodolfo Kusch”, dice Bechis, “spiegò che le nostre società sono composte anche dalla vasta zona intermedia del metticciato, che ha paradigmi culturali diversi rispetto a quelli di tipo anglosassone della borghesia. Cristina Kirchner per questi strati aveva una sensibilità naturale. Intentare sovrapporre un modello anglosassone a una cultura che non ha niente a che farci, potrebbe rivelarsi difficile”, spiega Bechis. “Macri dovrà fare i conti con un intero sistema gestito così, dai congressisti ai governatori delle province. Staremo a vedere quanto a lungo ne resterà immune”.
Molte sono le “prime” con cui questo presidente è arrivato alla Casa Rosada, ma altrettante gliene restano da conquistare, tra cui unire gli argentini, dietro idee, si spera, e non ideologie.

@GuiomarParada

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