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Le trattative segrete fra Israele e Arabia Saudita per una tregua con Hamas

Gira una voce negli ambienti diplomatici e d'intelligence che si fa sempre più insistente: Israele starebbe trattando in segreto una tregua con Hamas. La notizia sembra incredibile, considerati i rapporti tra l'organizzazione – ritenuta terroristica da Israele – palestinese e il neonato governo di estrema destra di Benjamin Neanyahu. Eppure indiscrezioni di stampa parlano addirittura dei dettagli che sarebbero compresi nell'accordo: cessazione delle ostilità per 5 o 10 anni da parte di Hamas, che in cambio otterrebbe la fine del blocco su Gaza e ingenti investimenti da parte delle monarchie del Golfo nella Striscia. Il ruolo più importante in questo negoziato spetta infatti all'Arabia Saudita, ed è guardando all'evoluzione della sua linea strategica che si capisce la verosimiglianza delle indiscrezioni che circolano.

Tel Aviv, Israel - Workers install a Benetton billboard advertisement showing a composite image of Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (R) kissing Palestinian President Mahmoud Abbas in Tel Aviv November 28, 2011. REUTERS/Baz Ratner

 Agosto 2014, Israele bombarda Gaza e il precedente monarca saudita, Abdullah, addossa pubblicamente la responsabilità delle violenze ad Israele (niente di nuovo) ma anche ad Hamas (inedito nella propaganda araba). Da sempre Riad ha avuto rapporti poco idilliaci col movimento palestinese, di cui sostiene il rivale moderato Fatah. Hamas era infatti molto vicina – prima delle primavere arabe – all'Iran e alla Siria di Assad, entrambi avversari dei Saud. Dopo le primavere arabe la situazione, dal punto di vista dei sauditi, non era migliorata: Hamas si era infatti sì allontanata da Assad in nome della comune lotta coi ribelli sunniti (il dittatore siriano è invece alawita), ma solo per finire tra le braccia della Fratellanza Musulmana, sponsorizzata da Qatar e Turchia e da sempre considerata alla stregua di un'organizzazione terroristica da parte dell'Arabia Saudita. Di qui la freddezza del Re Abdullah, nemmeno un anno fa, di fronte alla guerra a Gaza. Adesso, con il nuovoo Re Salman, la svolta: Riad sarebbe disposta a farsi portavoce delle istanze di Hamas e ad agevolarle nel corso di una trattativa segreta con Israele. Come nasca questa inversione di 180 gradi e perché sia credibile è una questione che affonda le radici nella profonda paura che i Saud hanno in questo momento per l'ascesa del nemico regionale, l'Iran, unita ai timori per l'allontanamento (attualmente contraccambiato) dell'alleato americano.

Da quando Teheran è uscito dall'isolamento internazionale grazie alla trattativa sul nucleare con le potenze del 5+1 (gli Stati del Consiglio di sicurezza dell'Onu, più la Germania) e, approfittando degli smottamenti post primavere arabe, ha conquistato posizioni nello scacchiere mediorientale (in Iraq specialmente), i Saud sono preoccupati di perdere il primato economico e politico che hanno ricoperto negli ultimi decenni nel mondo islamico. Anzi, si può forse dire che lo sono stati fino a non molto tempo fa, e da poco hanno preso l'iniziativa per contrastare le mosse iraniane.

L'ultima pedina che Riad e Teheran si stanno contendendo – più per l'alto valore simbolico presso le opinioni pubbliche musulmane che per una reale importanza strategica – è appunto Hamas. A marzo il presidente del parlamento iraniano Larjani ha incontrato a Doha, in Qatar, Meshaal, il leader in esilio del movimento palestinese. Complici gli sviluppi interni al campo profughi palestinese di Yarmuk in Siria, diversi analisti hanno successivamente ritenuto che fosse in corso un riavvicinamento tra Hamas e il regime siriano di Assad, propiziato proprio da Teheran. Questo sviluppo è doppiamente minaccioso per i Sauditi: da un lato rischia di accrescere la popolarità dell'Iran agli occhi del mondo islamico come difensore della causa palestinese, dall'altro potrebbe avere ripercussioni sullo scenario siriano dove da poco i Saud sono passati all'offensiva. Una tale emergenza potrebbe aver spinto il nuovo Re – già dimostratosi nel caso tunisino meno ostile alla Fratellanza Musulmana del suo predecessore – all'inversione di marcia.

Se questo fosse il caso, Hamas si troverebbe in una situazione potenzialmente molto interessante. A differenza dell'ex alleato iraniano, i Sauditi hanno ottimi rapporti – specie in questo momento – con Israele e possono credibilmente svolgere il ruolo di mediatore. Tanto Riad quanto Tel Aviv sono infatti in prima linea contro l'Iran ed entrambi sono in una fase di freddezza con gli Stati Uniti. Inoltre l'Arabia Saudita è già una potenza economica che non ha mai fatto mistero di essere pronta a regalare miliardi di dollari a chi sia disposto ad assecondarne i desideri, mentre l'Iran starebbe – forse – per uscire solo ora da anni di sanzioni economiche e conseguente indebolimento. Riad ha poi ottimi rapporti – e potenti leve economiche – con l'Egitto di Al Sisi. Proprio il presidente egiziano, con la sua linea dura nel chiudere i valichi tra Egitto e Gaza, ha inferto uno dei colpi più duri ad Hamas. Se i sauditi lo ammorbidissero sarebbe una boccata d'ossigeno per la Striscia e un importante risultato per il movimento palestinese. Ultimo, ma non meno importante, in questo scenario Hamas costringerebbe il rivale Fatah nell'angolo e potrebbe anche scavalcarlo come interlocutore a livello internazionale.

Dall'altro lato della barricata, anche a Israele un simile accordo potrebbe non dispiacere, se avesse sufficienti garanzie. Una maggiore sicurezza interna sarebbe esattamente quello che serve a Netanyahu per consolidare la propria popolarità. Inoltre, più che i palestinesi, sembrano preoccupare il premier israeliano gli iraniani: recidere i rapporti tra questi (e i loro alleati di Hezbollah) e Hamas potrebbe garantire maggior tranquillità a Tel Aviv. Altra valida ragione per cui l'attuale governo israeliano potrebbe volere l'accordo – e tentazione inconfessabile - è poi che una trattativa segreta con Hamas lascia le mani molto più libere che non un negoziato alla luce del sole con Fatah. Se Netanyahu volesse un domani rallentare o congelare il processo di pace, la prima opzione sarebbe la più adeguata. Anche perché un accordo segreto si può sempre smentire.

 

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