Le vite di Beirut

Quando si arriva a Beirut, nell’abbacinante candore del gate “arrivi”, si pensa di essere preparati al grottesco contrasto tra lusso e distruzione, tra alberghi a cinque stelle e casermoni crivellati, retaggio di quindici anni di guerra civile. Si pensa di avere le giuste risposte per spiegare quelle che vengono percepite come ineluttabili contraddizioni. Non è così, occorre immergersi nel suo magma per iniziare a scoprirla e lasciarsi alle spalle tutte le scorie di conoscenza.

La superstrada, che collega rapidamente l’aeroporto internazionale “Rafiq Hariri” al cuore urbano della capitale del Libano, taglia di netto la zona meridionale, dominio malconcio del Partito di Dio, “Hizballah” e nasconde alla vista le catapecchie brulicanti di vita in apparente stasi della parte miserabile del quartiere della Jnah; percorrendo il tragitto in macchina, a meno di non finirci volontariamente, la parte povera rimane sotto la strada e al passeggero rimane solo la visione della parte ricca, quasi un presepe recintato e riparato.


Il confine siriano non è poi così lontano, in questo piccolo paese, grande poco più di due volte la Liguria, ma la guerra, quella vera, per un momento sembra distante anni luci, quando si percorre il lungomare di Zaitounay Bay, sovrastati dal riflesso dei palazzi moderni che recintano la passeggiata. La Corniche, l’arteria che segue la costa cittadina, romba del frastuono delle macchine mentre ovattate giungono da un bar della marina le note estranianti di “La Mer”, nella versione di Julio Iglesias. La vista del mare, così rassicurante per chi proviene da una città costiera, è l’unico ancoraggio mentre si naviga a vista da certezze precostituite verso impressioni certamente meno lucide ma più sincere. Ci pensano il palazzo sventrato dai mortai, illuminato dall’Hotel Phoenicia rinato nel 2000, e il monumento che testimonia l’uccisione di Hariri nel 2005, a testimoniare che l’anima di Beirut non è mai unica.


Sorge allora spontanea la tentazione di meglio comprendere le tragedie stratificate di questa ex Parigi del Mediterraneo, le ferite, alcune cicatrizzate, altre aperte, che compongono il corpo bellissimo e incomprensibile di Beirut, i palazzi da abbattere, ma con cura, per non distruggere le case circostanti, per far posto a progetti modernissimi, costruiti con i soldi degli sceicchi; le case antiche e martoriate lasciate così, scheletri edilizi come monito. È’ strano, Beirut avvolge nella sua supposta particolare bolla di serenità, ma tutto improvvisamente riporta alla luce il caos che la permea da lontano e da vicino, da fuori e dentro il Libano.

Lebanese displaced by the conflict between Israel and Lebanon's Hizbollah cross a damaged bridge by bus on their way to south Lebanon August 15, 2006. Thousands of Lebanese refugees headed home to south Lebanon on Tuesday as a U.N. truce between Israel and Hizbollah held on into a second day and planning got under way for a beefed up U.N. force to deploy in the area. REUTERS/Mohamed Azakir Lebanese displaced by the conflict between Israel and Lebanon's Hizbollah cross a damaged bridge by bus on their way to south Lebanon August 15, 2006. Thousands of Lebanese refugees headed home to south Lebanon on Tuesday as a U.N. truce between Israel and Hizbollah held on into a second day and planning got under way for a beefed up U.N. force to deploy in the area. REUTERS/Mohamed Azakir

Vengono in mente gli attentati all’ambasciata iraniana del novembre 2013, a opera delle Brigate Abdullah Azzam, legate ad Al Qaeda, le continue minacce di Al Nusra, lo spauracchio esercitato da ISIS (esorcizzato anche grazie a notizie non propriamente vere, come quella dell’avvenuto fermo di una moglie di un figlio del sedicente Califfo Al Baghdadi, frontman dello Stato Islamico). E, ancor più ravvicinati, gli attentati di metà giugno e la paura, latente in città, che l’oltre il milione di profughi siriani che si sono rifugiati nella Terra dei cedri, finiscano per compromettere il precarissimo equilibrio sul quale il Libano poggia, sul modello della situazione dei campi palestinesi, dopo la Naqba del 1948 o nel 1975, una delle scintille della guerra civile.  Gli israeliani se ne sono andati nel 2000 (salvo poi tornare contro Hizballah nel 2006, con più di uno scivolone), i siriani nel 2005, anche grazie allo scalpore della morte dell’ex premier Hariri; tuttavia, quando si viene a parlare degli attori regionali, che condizionano ancora continuamente la vita del Libano, in primis Arabia Saudita e Iran, l’atmosfera diviene per un momento subito pesante, fosca, di amore e odio.

The monument of the former assassinated Prime Minister Rafik al-Hariri is seen after its inauguration on Thursday marking the third anniversary of his killing in Beirut February 15, 2008. REUTERS/Jamal Saidi The monument of the former assassinated Prime Minister Rafik al-Hariri is seen after its inauguration on Thursday marking the third anniversary of his killing in Beirut February 15, 2008. REUTERS/Jamal Saidi

Due esempi di “amore” per tutti: la famiglia Hariri fece fortuna nel campo edilizio in Arabia Saudita divenendo poi intermediaria d’affari per il Regno proprio in Libano; Hizballah, il partito sciita la cui ala militare è stata inserita dall’Unione europea nell’albo delle organizzazioni terroristiche nel luglio 2013, è legato a doppio cordone ombelicale con la Repubblica Islamica dell’Iran. Da qui non si scappa e quasi nessuno, sia nel movimento 8 Marzo (raggruppa partiti sciiti e cristiani filo siriani), sia nel raggruppamento 14 marzo (Sunniti moderati, ex falangisti cristiani e dispersi clan sciiti) e neppure i drusi, un po’ di là e un po’ di qua nello schieramento fazioso, pensano sia possibile staccare il Libano dall’angoscioso gioco regionale di pesi e contrappesi. Intanto però l’economia ristagna, sotto il peso della sfiducia internazionale, con una forte riduzione dell’impatto del turismo, che non sia meramente d’affari, e degli investimenti esteri, nonostante il Libano goda di momentanea relativa calma.

Relazionandosi con gli abitanti di Beirut, di un’ospitalità curiosamente disarmante, si viene investiti dal mantra continuamente ripetuto del male della politica, di come i gangli del potere abbiano corrotto un paese essenzialmente unito, nella sua popolazione. A un profano che visita la città, all’ombra di minareti e campanili, accompagnati dalla preghiera dei muezzin e dal suono delle campane, potrebbe risultare difficile credere all’impasse che sta rallentando la macchina statale, con il mandato del parlamento, scaduto nel giugno 2013, necessariamente prolungato, il 5 novembre, fino al 2017, mentre è in piedi un governo di unità nazionale guidato dal sunnita Tammam Salam e la carica di Presidente (di norma riservata ai cristiani) è vacante da maggio. Il Libano continua a portarsi dietro la sua cancrena di settarismo politico, sancito dall’articolo 95 di quella Costituzione del 1926 voluta dai francesi: l’assurda creazione di uno stato formato dalla montagna cristiana e della costa musulmana e l’esercizio della democrazia, unico caso arabo nell’area, hanno un loro pesante, innegabile fardello.

Seguendo il percorso delle strade di Beirut, a tratti colorate da graffiti coloratissimi e contorti- ridotti a puzzle nelle case diroccate (così abilmente descritti da Taabta Sharran in “Beirut Graffiti”, Smashwords, 2014), si tenta di sfuggire alla trappola dell’orientalismo che puntualmente si presenta a evocare un biunivoco Libano fatto di guerre e feste. Naturalmente Beirut e la Terra dei Cedri sono molto più di questo, una specie di Fenice zoppa che puntualmente a ogni tragedia si risolleva, sempre più ferita ma sempre più fiera. Il Libano è il Paese in cui viene fatto saltare in aria nell’ottobre 2012 il Generale Al Hassan, dei servizi di intelligence che si occupavano dell’indagine sulla strage in cui morì l’ex premier Hariri, ed è il luogo, nella sua capitale, in cui una folla sterminata si raduna per tributare omaggio ai funerali di una delle icone della canzone libanese e araba, Sabah, morta a 87 anni il 26 novembre 2014, ed è ancora il paese in cui l’economia, gravata dall’esterno, viene salvata dal tradizionale spirito imprenditoriale di Beirut e del Libano tutto, corroborato da un intrinseco individualismo e iniziativa personale di fondo (si nota un aumento dei consumi e degli investimenti interni.)

La cinica bellezza di una città, che se “ne frega” dei problemi e tira avanti inizia ad essere una sensazione convincente e quelle che sembravano contraddizioni appaiono sempre più come compromessi con il mondo e con se stessi, per sopravvivere “à la libanaise”.

A Lebanese man smokes water pipe at sunset in Beirut August 16, 2006. Life returns to normal in the capital as Lebanese government on Wednesday ordered 15,000 troops to move south to take full control, with U.N. peacekeepers, when Israeli troops withdraw after a 34-day war with Hizbollah guerrillas. REUTERS/Eric Gaillard A Lebanese man smokes water pipe at sunset in Beirut August 16, 2006. Life returns to normal in the capital as Lebanese government on Wednesday ordered 15,000 troops to move south to take full control, with U.N. peacekeepers, when Israeli troops withdraw after a 34-day war with Hizbollah guerrillas. REUTERS/Eric Gaillard

Il centro cittadino, ricostruito dopo la guerra principalmente dalla società della famiglia Hariti, “Solidere” (Société Libanaise de Reconstruction), con Piazza dei Martiri e la Moschea Mohammad Al Amin (costruita con pietre saudite e spesso criticata per essere di gran lunga più grande della vicinissima cattedrale di San Giorgio) riporta alla mente il film del 2001 con Brad Pitt e Robert Redfort, quel “Spy Game” largamente ambientato tra le macerie del centro cittadino. Oggi Piazza dei Martiri non è più il luogo silenzioso, la terra di nessuno che divideva, con la “linea verde”, i quartieri orientali cristiani da quelli musulmani a occidente, ma è un elemento sintomatico del continuo reinventarsi di Beirut e del Libano, tra revanchismo religioso e consumismo. Ras Beirut, Gemmayzeh, Achrafieh, persino il moderno “Souk”, nome usato impropriamente per definire un supermercato di lusso con prodotti di prima scelta, la tomba di Hariri, proprio in piazza dei Martiri sotto la grande tenda bianca, piazza Nejmeh e piazza Riad al Solh, dove si trovano le tende di protesta dei familiari dei soldati libanesi catturati ad agosto sul confine siriano e non ancora liberati, tutto concorre a rendere Beirut non un miracolo, ma il normale prodotto di un Paese che deve essere particolare per sopravvivere (Giovanni Paolo II nei turbolenti anni 80 definì il Libano non solo un paese ma anche un messaggio, per tutto il mondo).

A general view shows Al-Amine mosque (R) and The Maronite Cathedral of St. George in downtown Beirut, April 5, 2010. REUTERS/Jamal Saidi A general view shows Al-Amine mosque (R) and The Maronite Cathedral of St. George in downtown Beirut, April 5, 2010. REUTERS/Jamal Saidi

Samir Kassir, giornalista tutto d’un pezzo morto il 2 giugno 2005 proprio a Beirut per colpa di un’autobomba che lo attendeva, si chiese un giorno se la storia della città fosse stata un processo di continuità. In un certo qual modo può essere data una risposta positiva; Beirut è sopravvissuta agli “infarti storici” che l’hanno perseguitata in questo e nello scorso secolo. Ora il Libano, 104° su 186 per il “Doing Business” dell’International Bank Forecast, è indeciso se riscrollarsi di dosso nuovamente la polvere dei suoi affanni - in quest’ottica è positivo il miglioramento dell’efficienza delle forze armate, sia a Beirut, sia a Tripoli e soprattutto nella Valle della Bekaa - o rimanere impanato ancora un pò nel fango che ha contributo a creare. In un certo qual modo, il timore folle per lo “Stato Islamico”, intollerabile sia per i sunniti moderati di Sa’ad Hariri sia ovviamente per Hizballah, potrebbe essere il collante per unire, non si sa per quanto, due posizioni altrimenti inconciliabili ma che ora, rappresentando due realtà che, aldilà di ogni affiliazione estera, si sentono profondamente “libanesi”, devono necessariamente fare quadrato a difesa della Terra dei Cedri.

L’immagine di una Beirut ferita ma mai morta, di una fenice immortale, ritorna continuamente alla mente. Mario Calabresi, nel suo libro “A Occhi Aperti” (ed. Contrasto, 2013) ha realizzato una prosa narrativa sulle vicende del mondo utilizzando una serie di interviste a fotografi acclamati, da Mc Curry a Webb,da Abbas a Salgado, da Erwitt a Pellegrin e Basilico, ben consapevole della rilevanza dell’immagine per la storia stessa (storia=indagine visiva). Proprio Gabriele Basilico nel 1991 si era recato a Beirut e scattando alcune fotografie dalle terrazze dell’Hotel Hilton aveva compreso come quell’ammasso sventrato e informe di rovine avesse ancora nel cuore la forza vitale per andare avanti. Un comignolo e un filo di fumo, una scena quotidiana, evidenziarono nel suo sguardo la scintilla di vita che Beirut sa sempre come preservare, pur a costo di grandi sacrifici e compromessi.

A general view shows a memorial sculpture entitled A general view shows a memorial sculpture entitled

Ripartendo, si lascia una Beirut dove ci sono più gru per costruire che minareti e campanili, e recandosi all’aeroporto non si guarda più con stupore al contrasto tra il carrarmato e l’albero di Natale nel terminal, ma si sorride di gusto pensando che “questa è Beirut”, come la ha definita la famosissima cantante libanese Fayrouz, nella canzone “Li Beirut”, ossia «una gloria, fatta di cenere».

@lupo_stefano

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA