Messico, il piano di rilancio del petrolio di Amlo può colpire anche l’Eni

Il presidente messicano vuole rilanciare la produzione petrolifera, in declino da tempo, rafforzando il ruolo dello Stato. La marcia indietro rispetto alla liberalizzazione varata da Lopez Nieto punta sull’orgoglio nazionale. E mette nel mirino gli interessi stranieri, italiani in testa

Una lavoratrice davanti alla sede centrale di Pemex tiene un cartello con scritto: “Il petrolio è della nazione”. Città del Messico, Messico. REUTERS / Carlos Jasso
Una lavoratrice davanti alla sede centrale di Pemex tiene un cartello con scritto: “Il petrolio è della nazione”. Città del Messico, Messico. REUTERS / Carlos Jasso

Andrés Manuel López Obrador promette di rivoluzionare il Messico e di salvarne il settore petrolifero. Il nuovo presidente messicano, che ha cominciato il proprio mandato ad inizio mese dopo aver vinto le elezioni a luglio con il 53% dei voti, ha presentato questo fine settimana la legge di bilancio per il 2019: è piaciuta ai mercati, che l’hanno trovata tutto sommato moderata per un capo di Stato – nazionalista di sinistra – accusato spesso di populismo e di irresponsabilità, specie dopo la sua decisione di cancellare in corso d’opera la costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico.

Le misure forse più interessanti di questa legge di bilancio, perlomeno da un punto di vista esterno, sono quelle che riguardano il settore petrolifero. López Obrador propone di stanziare oltre 464 miliardi di pesos - circa 20 miliardi di euro, il 14% in più rispetto al budget attuale - per la Pemex, l’ente petrolifero statale, in modo da rilanciare la produzione di greggio e di benzina. Il Messico possiede, sulla carta, grandi riserve di idrocarburi ma il suo output petrolifero è in calo da quattordici anni consecutivi. Le cause sono diverse: il declino del campo petrolifero supergigante di Cantarell, iniziato proprio nel 2004; il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014; la crisi della Pemex stessa, gravata da un debito di 106 miliardi di dollari, frutto sia della malagestione interna che dell’alta tassazione a cui viene sottoposta. I governi messicani hanno a lungo trattato la Pemex come una sorta di gallina dalle uova d’oro, sfruttandola per trasferire ricchezza nelle casse dello Stato.

Le pessime finanze di Pemex ne hanno intaccato le capacità di produzione e raffinazione: oggi, il Messico produce soltanto 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno - nel 2003 erano 3,4 milioni -, mentre le raffinerie operano molto al di sotto della loro capacità, costringendo il Paese a dover dipendere dalle importazioni di benzina dagli Stati Uniti.

Gli esperti ritengono che il settore petrolifero messicano potrebbe riattivarsi, una volta avviato lo sfruttamento dei giacimenti nelle acque profonde del Golfo del Messico e di quelli non convenzionali – ovvero quelli contenenti shale, di cui il Messico è ricco quasi quanto gli Stati Uniti – che si trovano nel nord. Ma la Pemex non possiede né le capacità tecniche né i mezzi economici necessari per affrontare dei progetti di estrazione così complicati.

Il predecessore di López Obrador, Enrique Peña Nieto (2012-2018), ha dunque promosso nel 2013 una riforma che ha liberalizzato il settore petrolifero, che dal 1938 si trovava sotto il monopolio dello Stato. L’idea era che le compagnie private e straniere, in possesso dell’adeguato know how, avrebbero permesso al Messico di uscire dal periodo di crisi. La liberalizzazione – molto lodata dagli specialisti – ha portato investimenti e permesso la scoperta di grandi giacimenti ma non è finora riuscita né a riportare la produzione petrolifera verso l’alto né a migliorare la sicurezza energetica del Messico, che dipende dalle importazioni di benzina e gas dagli Stati Uniti.

Torniamo ad oggi. L’obiettivo ultimo di López Obrador è quello di portare l’output petrolifero messicano da 1,7 a 2,4 milioni di barili al giorno entro il 2024, cioè entro la fine del suo mandato. Un obiettivo ambizioso, specie se si considera che López Obrador dice di volerlo raggiungere concentrandosi sui giacimenti nelle acque poco profonde, dove estrarre il greggio è più facile e costa meno, che sono poi gli unici giacimenti in cui la Pemex è in grado di operare. Verranno inoltre impiegati circa 7 miliardi di euro per la costruzione di una nuova raffineria nel sud del Messico, più altri 215 milioni per il potenziamento delle sei già esistenti.

«È un momento decisivo per la storia del Paese e dell’industria petrolifera», ha detto López Obrador sabato scorso. «Non esagero, è come nel 1938, è un nuovo salvataggio della Pemex». Il richiamo al 1938 è carico di simbolismi: López Obrador si sta paragonando all’ex-presidente Lázaro Cárdenas, quello che nel 1938 annunciò la nazionalizzazione del settore petrolifero messicano e l’esproprio delle compagnie straniere – al tempo soprattutto inglesi e americane – in nome della difesa della sovranità nazionale. Parlando di «salvataggio della Pemex» López Obrador vuole fare leva sul sentimento nazionalistico associato alla proprietà pubblica del petrolio, certamente sfumato nel corso degli anni ma mai sopito: Pemex resta ancora un simbolo dell’orgoglio messicano.

Da mesi López Obrador ha abbandonato l’intenzione di revocare la riforma energetica e riportare il settore sotto il monopolio pubblico. Ma potrebbe comunque volerla scardinare dall’interno, aumentando il controllo statale – dando ad esempio più potere al ministero dell’Energia a discapito degli organismi autonomi – e limitando il ruolo degli stranieri.

Ha sospeso per tre anni le aste petrolifere, accusando le compagnie private di aver puntato sulla speculazione finanziaria e non sull’estrazione di greggio. Vuole bloccare per un po’ le esportazioni di petrolio per concentrarsi sul mercato domestico, con lo scopo di accrescere la produzione di benzina e rendere il Messico autosufficiente. Ha anche detto di voler sussidiare il prezzo del carburante per mantenerlo basso: è una proposta che piace molto alla popolazione, che lo scorso gennaio aveva reagito con durissime proteste al momento della liberalizzazione – e quindi dell’aumento – dei prezzi della benzina.

Il protezionismo energetico di López Obrador tocca gli interessi italiani. Eni è stata infatti la prima grande compagnia straniera ad essere entrata nel mercato petrolifero messicano dopo la liberalizzazione del 2013: ha annunciato scoperte importanti e investimenti per 1,9 miliardi di dollari per lo sviluppo di tre pozzi nella baia di Campeche (Area 1). López Obrador assicura che i contratti tra Stato e imprese verranno rispettati ma sta facendo pressione alle majors perché estraggano più petrolio possibile, e il prima possibile, senza offrire loro nulla in cambio: per il momento, anzi, non saranno messi all’asta nuovi blocchi.

Pochi giorni fa Eni ha ceduto a Qatar Petroleum, l’ente petrolifero qatariota, una quota di partecipazione del 35% nell’Area 1: come ricostruito da Milano Finanza, questa strategia di doppia esplorazione sarebbe già stata messa in pratica più volte da Eni negli ultimi anni. Accordi di questo tipo – co-investimento o farm-out – potrebbero farsi più frequenti in Messico qualora López Obrador dovesse restringere il campo d’azione alle compagnie straniere per favorire la Pemex o le imprese di capitali nazionali.

In ultimo, e quasi come se il presidente stesse cercando di sabotarsi da solo, la sovranità petrolifera ricercata da López Obrador dovrà – per suo volere – raggiungersi senza lo sfruttamento degli idrocarburi non convenzionali: i cosiddetti shale, responsabili della rivoluzione energetica negli Stati Uniti d’America, diventati i primi produttori al mondo e addirittura esportatori netti di petrolio. Secondo le stime, il Messico possiederebbe le ottave riserve mondiali di petrolio di scisto (shale oil), localizzate soprattutto nelle regioni nord-orientali e non ancora sfruttate.

Estrarre questo genere di risorse dai giacimenti è piuttosto complicato e richiede l’utilizzo di tecniche specifiche come la fratturazione idraulica, o fracking. López Obrador ha deciso di proibire il fracking in tutto il Messico perché lo ritiene pericoloso: è una mossa che contraddice il suo piano di aumento dell’output petrolifero ma che, in realtà, nasconde l’intenzione di ridare centralità alla Pemex, che non possiederebbe comunque i mezzi per pompare gli shale in superficie. Infatti, il presidente ha specificato che verrà data priorità agli Stati meridionali di Veracruz, Tabasco (il suo Stato nativo) e Campeche.

Ad allontanare ulteriormente il già arduo obiettivo, López Obrador assicura che il piano di salvataggio della Pemex verrà finanziato senza aumentare né il debito pubblico né le tasse.

@marcodellaguzzo

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