Nella Beirut che tenta di spezzare l'accerchiamento

I Paesi del Golfo richiamano i loro cittadini in patria. Hezbollah riporta l’élite della sua milizia al confine con Israele. Nella capitale la vita va avanti ma il Libano cerca aiuto all’estero per fermare l’escalation avviata dalle dimissioni di Hariri

Arrivi e partenze all'aeroporto internazionale di Beirut, Libano, 9 novembre 2017. REUTERS / Mohamed Azakir
Arrivi e partenze all'aeroporto internazionale di Beirut, Libano, 9 novembre 2017. REUTERS / Mohamed Azakir

Beirut - Scende la sera a Rue d’Arménie. L’aria di novembre è tiepida, il rumore dei locali sommesso e il tipico traffico pomeridiano lascia spazio a strade semi vuote. I marciapiedi, nel weekend stracolmi di persone, invogliano ad una passeggiata. Una coppia scende le scale di Mar Mikhael, mentre dalle finestre di un ristorante risuona la risata di una donna. Sui palazzi di Geitawi sono riconoscibili i segni di una guerra passata e seppellita nei ricordi. A Beirut è una serata come le altre. Le dimissioni del Premier Saad Hariri, la guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita e le manovre di Hezbollah non sembrano aver intaccato il lento respiro della città.

Eppure tutta la giornata di giovedì 9 novembre è stata segnata da un’escalation nei toni. Due stati del Golfo, Arabia Saudita e Bahrein, hanno richiamato in patria i propri cittadini che si trovano in Libano, mentre il Kuwait ha addirittura messo a disposizione degli aerei di linea per l’evacuazione. Sul fronte opposto i rappresentanti di Hezbollah, tramite il canale televisivo di proprietà del Partito di Dio, hanno invitato Riyad a non intromettersi negli affari interni del Paese, per poi trasferire poche ore dopo le forze di elite della propria milizia dalla Siria al Sud del Libano. In mezzo le autorità politiche ed economiche di Beirut, spiazzate dalla prima settimana post dimissioni del premier Saad Hariri.

“Ci sono alcuni Paesi che ci minacciano, la nostra risposta sarà pace e unità”, le decise parole del Ministro degli Esteri Gebran Bassil, che in giornata ha ricevuto anche la chiamata di vicinanza di Mevlut Cavusoglu, la sua controparte turca. Walid Jumblat, leader del Partito Sociale Progressista, aderisce a una posizione più conciliante, ricordando attraverso Twitter i meriti del Governo Hariri nella protezione del Paese contro i miliziani dell’Isis. Le altre due cariche istituzionali più importanti del Libano hanno invece progressivamente modificato la loro linea, ad inizio settimana tesa a garantire l’integrità del Paese.

Un collaboratore del Presidente Michel Aoun ha riferito alla testata libanese Al-Akhbar, l’intenzione dell’ex generale maronita di “cambiare atteggiamento se il Primo Ministro non si presenterà a Beirut nei prossimi giorni”. Mentre Nabih Berri, leader di Amal e Presidente del Parlamento, ha ricordato come le dimissioni di Hariri sono incostituzionali, e quindi il Governo attuale è ancora in carica. I vertici delle istituzioni economiche, Banca Centrale e Ministero dell’economia, hanno lavorato durante tutta la settimana per tranquillizzare investitori e cittadini.

Ma è dalla riunione dei rappresentanti del “Movimento Futuro”, il Partito di Saad Hariri, che giunge una richiesta inaspettata. “Il ritorno del Primo Ministro è necessario per ristabilire la dignità e il rispetto verso il Libano in patria e all'estero”, le parole di Fuad Siniora, ex Premier libanese e uomo vicino a Saad Hariri.

Ed è proprio all’estero che guarda adesso il Libano. Le decisioni di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein di riportare a casa i propri cittadini, hanno stimolato Beirut a cercare di rompere quello che sembra un accerchiamento diplomatico. Fonti vicine al Presidente Aoun, che nella mattinata di giovedì 9 novembre ha incontrato i vertici di Hamas, riferiscono della sua volontà di chiedere assistenza alla comunità internazionale, in particolare alla Lega Araba, Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Russia.

L’Unione Europea, attraverso una dichiarazione congiunta dei sui ambasciatori, rilasciata mercoledì, ha già ribadito “il forte sostegno per l’unità, la stabilità, la sovranità e la sicurezza del Libano e del suo popolo”. Parole di vicinanza anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. E mentre a Riyad è programmato per il pomeriggio di oggi un incontro tra Saad Hariri e il Presidente francese Emmanuel Macron, volato a sorpresa in Arabia Saudita per provare a mediare, il Libano guarda con apprensione a Sud, ai confini con Israele. L’armonia di vedute tra il Regno saudita e lo Stato ebraico spaventa Beirut.

Intanto la vita per le strade del centro continua il suo flusso regolare. Nelle vie commerciali di Hamra, all’ombra dei palazzi costruiti dalla Solidere di Hariri in Downtown, sulla passeggiata della Corniche, i taxi condivisi insistono a bucare le precedenze, i profughi siriani per le strade chiedono qualche spicciolo e gli operai edificano nuovi palazzi.

Ma a Dahya, il quartiere roccaforte di Hezbollah, tappezzato dalle bandiere del Partito di Dio e dalle immagini di Hassan Nasrallah, e a Tariq El Jdideh, bacino dell’elettorato di Hariri a Beirut, si respira un’altra aria. I dieci minuti di macchina che dividono le aree contengono le due posizioni contrapposte sul caso del Primo Ministro libanese. Se a Dahya è onnipresente il ricordo glorioso della guerra contro Israele del 2006, a Tariq El Jdideh si avverte la frustrazione causata dalla posizione di inferiorità politica nei confronti dei cristiani e degli sciiti.

E il caso Hariri ora approfondisce la spaccatura tra questi due mondi.

@LemmiDavide

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