Libano, con i rifugiati siriani una guerra fra poveri

E’ una guerra tra poveri quella che rischia di scatenarsi in Libano. La massiccia presenza di profughi siriani, un milione e mezzo circa sono solo quelli registrati, sta provocando una crescita di agitazioni e tensioni nelle comunità libanesi che li ospitano. La maggior parte dei siriani, in fuga dalla guerra, si sono insediati in aree del Libano storicamente povere dove i servizi per i suoi stessi residenti, quali l’elettricità e l’acqua, erano già scarsi, e la possibilità di lavoro quasi un’utopia. Le difficoltà, quindi, si stanno velocemente amplificando per entrambe le comunità, e le spingono a vivere una sorta di competizione per la sopravvivenza. Una situazione delicata che lascia presagire la possibilità di un conflitto sociale.

Bimbo siriano rifugiato piange a piedi nudi sulla neve nel campo profughi a Zahle, nella valle della Bekaa, Libano. REUTERS/Mohamed Azakir
Bimbo siriano rifugiato piange a piedi nudi sulla neve nel campo profughi a Zahle, nella valle della Bekaa, Libano. REUTERS/Mohamed Azakir

Il Libano, già di per se fragile sul piano economico, politico e della sicurezza, non riesce a trovare una soluzione al problema. Il documento noto con il nome di October Policy introdotto nel 2014 con l’obiettivo di limitare l’entrata nel paese dei siriani o spingerli ad andarsene, ha creato più problemi di quanti ne sia riuscito a risolvere.

A partire dal gennaio 2015 sono ufficialmente entrate in vigore le restrizioni di visto nei confronti dei siriani applicate a varie categorie, compresa quella turistica per la quale i richiedenti devono dimostrare di aver riservato un hotel e possedere almeno mille dollari. Condizioni chiaramente improponibili per famiglie in fuga da una guerra. Più del 70% dei siriani non riesce a soddisfare i requisiti necessari per ottenere il visto; in altre parole, più del 70% dei siriani è considerato illegale dallo stato libanese. Lavorare diventa di conseguenza il pirimo e più grande problema.

La maggior parte dei siriani è schiava del lavoro nero: raccolgono frutta e verdura nei campi dalle cinque del mattino fino alle sei di sera per meno di un euro l’ora, oppure, tramite il passaparola, vanno a Beirut a lavorare negli altissimi palazzi in costruzione che stanno sorgendo nelle zone più ricche della città. Sono molto più economici dei libanesi non avendo nè contratto, nè assicurazione e questo porta con se malcontento e tensione fra la popolazione locale. Non di rado i siriani sono vittime di incidenti gravi sui luoghi di lavoro, ma anche curarsi non è impresa semplice.

Il Libano non ha un sistema sanitario pubblico e le spese assicurative sono onerose per i suoi stessi cittadini. Alle esigenze dei profughi sopperisce l’agenzia Medi Visa che si occupa di coprire la copertura assicurativa necessaria a chi ha bisogno di interventi, sebbene in molti casi i siriani facciano fatica anche solo a farne richiesta e non di rado rinunciano alle cure. Ma il solo fatto che esista questo supporto ai loro bisogni crea spesso una sorta di invidia sociale da parte della fascia più povera della società libanese; invidia che può trasformarsi in atti di concreta violenza, come quando nel 2014 alle famiglie di un campo profughi situato a Tel Abbas è stato recapitato un messaggio in una bottiglia con minacce di morte o incendio del campo nel caso in cui non se ne fossero andati.

A raccontarlo sono i volontari dell’associazione italiana Operazione Colomba che da quel momento si sono stabiliti nel campo insieme ai rifugiati per dare loro più sicurezza. Ma quali sono i rischi a lungo termine? il 90% circa dei siriani, riferisce George Ghali dell’associazione Alef per i diritti umani, è in debito con i piccoli commercianti libanesi. Per ora i proprietari dei negozi alimentari non hanno problemi a fare credito ai siriani dando loro pane, zucchero e ogni altro cibo di prima necessità. Ma per quanto tempo possono continuare a tollerare la situazione? È questo solo uno dei molti aspetti che accrescono giornalmente tensioni e dissapori in un contesto più ampio e complesso.

Esisitono due soluzioni al problema secondo George Ghali. La prima soluzione, a lungo termine, dovrebbe essere quella di lavorare con maggiore insistenza sul ricollocamento dei siriani al livello globale; la seconda, più immediata, dovrebbe prevedere una migliore gestione della situazione da parte del governo a cominciare dal rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, quali il diritto ad essere curati o ricevere l’istruzione che sono parte della dignità umana a prescindere dalla nazionalità o dalla propria condizione. Ad oggi però il Libano sembra remare nella direzione opposta. Se la parte benestante della società sta utilizzando la situazione a proprio vantaggio sfruttando il lavoro dei siriani, la restante e più grossa fetta della popolazione del Libano ha i nervi tesi da troppi anni e il rischio di un conflitto interno sembra fin troppo concreto.

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GUALA
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