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Hezbollah, la doppia faccia del Partito di Dio

I mortai tacciono nel Sud, l’IDF si è ritirata, Hezbollah ha vinto. Il 2006 è l’anno della guerra e della consacrazione. Il “Partito di Dio” attacca il Nord di Israele sviando l’attenzione su una manovra esterna atta al rapimento di due soldati dell’esercito israeliano. Trattative e scambio di prigionieri, Tel Aviv non accetta la provocazione e risponde con il fuoco. 34 giorni di guerra, terminati con il ritiro delle truppe IDF dal territorio libanese, 1200 vittime civili e un vessillo giallo come vincitore.

Soldati della milizia di Hezbollah salutano durante il funerale del combattente Mohamad al-Shami, ucciso durante gli scontri ad Aleppo in Siria. Bisariye, sud del Libano 24 ottobre 2016. REUTERS / Ali Hashisho
Soldati della milizia di Hezbollah salutano durante il funerale del combattente Mohamad al-Shami, ucciso durante gli scontri ad Aleppo in Siria. Bisariye, sud del Libano 24 ottobre 2016. REUTERS / Ali Hashisho

Doping mediatici, il dietrofront dell’esercito israeliano dal Libano è stato attribuito all’organizzazione e alla forza paramilitare di Hezbollah, più che agli errori tattici del comando IDF sul suolo libanese. E mentre in Israele scattano processi d’inchiesta, in Libano la figura del “Partito di Dio” accresce la sua rilevanza nel panorama politico e istituzionale del paese. Le elezioni del 2009 incoronano Hezbollah come primo partito sciita del Libano con 13 seggi all’Assemblea Nazionale, contro gli 11 di Amal e del Presidente del Parlamento Nabih Berri.

Questione di punti di vista, il “trionfo” rappresenta quasi il 10% dei seggi, mentre la coalizione dell’8 marzo pro Siria, di cui fa parte Hezbollah, viene sconfitta da Saad Hariri e dal gruppo del 14 marzo. Una contraddizione rilevante se si considera la forte penetrazione del “Partito di Dio” all’interno delle dinamiche sociali del paese. Hezbollah investe molto per ripulire la doppia faccia della sua natura. Se da un lato mantiene la sua forza militare, Stato nello Stato, dall’altro istituisce fondazioni e associazioni atte a garantire assistenza alla parte più povera della popolazione. In particolare il “Partito di Dio” si concentra su attività sanitaria gratuita, con la creazione di dieci ambulatori, una ventina di infermerie e tre grandi ospedali, tra cui spicca l’Al Rassoul Al Azam centro medico all’avanguardia nella periferia a Sud di Beirut. Assistenza sanitaria, ma anche edilizia e educazione, lo sforzo di Hezbollah si concentra sulla ricostruzione post bellica e la creazione di scuole primarie e secondarie, oltre a borse di studio per le migliori università libanesi ed estere.

Investimenti a perdere: mantenere un apparato politico, militare e assistenziale di tale dimensioni ha un costo. Stando ai dati ufficiosi Hezbollah inc. ha un fatturato da 500 milioni di dollari l’anno. Questioni di legami, lo stretto filo che lega l’Iran al “Partito di Dio” è sotto gli occhi di tutti. Analisti e studiosi hanno più volte affermato la forza del connubio con Teheran. Connubio che non è semplice ispirazione, ma si tramuta in investimenti liquidi e bellici. Secondo le stime attuali, l’Iran deposita nelle casse del Partito mezzo miliardo di dollari ogni 12 mesi. Un legame forte, ma non placentare. Il rapporto tra gli sciiti libanesi e Teheran è mutato con il tempo. Se è vero che Hezbollah nasce nel 1982 da una costola di Amal con l’obiettivo, poi accantonato, di ricreare una Repubblica sciita in Libano sul modello di quella iraniana, il Partito diviene sempre più cosciente della propria forza e autorevolezza, divenendo a pieno un attore della politica nazionale e internazionale. Anche il dato sulla sponsorizzazione di Teheran cambia. Il 2008 è l’apice, con una stima di 1 miliardo di dollari di investimenti, poi i rubinetti dall’amico sciita cominciano a chiudersi e la cifra si dimezza. Le possibili spiegazioni sono due: quella ufficiale vuole l’Iran in difficoltà a causa delle sempre più stringenti sanzioni economiche internazionali, quella ufficiosa invece prevede invece una forte affermazione di sé da parte di Hezbollah, soprattutto dopo la vittoria del 2006 contro Israele, banco di prova militare e politico.

L’autonomia di Hezbollah acquista contorni sempre più delineati se si considera il teatro della guerra civile siriana. L’ingresso, a fianco di Assad, nel conflitto che da 5 anni sta massacrando il paese Mediorientale, è frutto di considerazioni private. Il “Partito di Dio” spiega l’intervento, davanti alle telecamere e sulle colonne dei suoi numerosi giornali, come necessità di difendere i confini libanesi. Ma l’analisi dell’intervento non può prescindere da una considerazione fondamentale: Hezbollah ha necessità che Assad rimanga al potere. In un’ipotetica vittoria dei ribelli siriani, il “Partito di Dio” si troverebbe schiacciato da due Stati confinanti e avversari, Israele e una Siria a Governo sunnita, amica dei sauditi. Rimane quindi una grande affinità tra l’Iran e Hezbollah sul tema della politica estera, anche Teheran infatti non vuole svegliarsi osservando un Iraq, una Siria e un’Arabia Saudita al tavolo dell’amicizia e degli accordi diplomatici. Ma l’affinità non è totale, le scelte all’interno dei confini libanesi rimangono a discrezione di Hezbollah. In questo momento storico sembra più l’Iran bisognoso dell’amicizia del Partito di Dio che viceversa.

Società e visioni contrastanti, la faccia militare di Hezbollah è anche il motivo più forte della sua bassa rappresentatività nell’Assemblea Nazionale. L’amicizia con Amal, l’altro grande gruppo parlamentare sciita, è attraversato da crepe. Crepe che diventano contrasti se si analizza l’elezione di Michel Aoun, leader Cristiano Maronita del Partito Patriottico Libero, a Presidente della Repubblica. Nel corso della vicenda i due partiti si sono trovati su visioni diametralmente opposte. Ciò che la maggior parte della società civile, e di conseguenza politica, non riesce a digerire, è l’enorme potere di Hezbollah di contro ad una così bassa raccolta di voti. Se è vero che il “Partito di Dio” sembra essere stato investito del ruolo di difensore della patria dal pericolo dell’Isis, e fondamentalmente così è stato, l’altra faccia della medaglia lo ritiene responsabile dell’incapacità del paese di mutare verso un sistema istituzionale più fluido e moderno.

La vittoria della coalizione 14 marzo, nel 2009, è l’esempio dell’impasse che vive il Libano tuttora. Nonostante una forte maggioranza, l’allora Premier designato Saad Hariri fu costretto a scendere a patti con Hezbollah e in generale con l’opposizione. La complessa trama di accordi parlamentari prevedeva il mantenimento da parte del “Partito di Dio” dell’ala militare, oltre che alcuni ministeri nel Governo di unità nazionale. Nel 2011 l’esecutivo Hariri cade a causa della volontà del Primo Ministro di non disconoscere il Tribunale speciale per il Libano, istituito per indagare sulla morte del padre Rafiq nel 2005. La sensazione che Hezbollah ne esca sempre vincitore è forte.

Presente e passato di un partito, ma qual è il futuro di questa complessa organizzazione? La discussione politica più attuale in Libano è la modifica costituzionale verso il superamento del sistema confessionale. Per quanto questa proposta abbia subito uno stop negli ultimi anni, pericolo Isis e intervento Hezbollah in Siria sono le probabili cause, l’obiettivo non è tramontato. Il Partito di Dio è schierato sul fronte del cambiamento. Nessun vento di modernità e democrazia, l’obiettivo rimane la gestione della cosa pubblica. L’attuale sistema premia i Partiti cristiani, confessione che negli ultimi anni ha subito una forte contrazione demografica, a discapito degli sciiti, in crescita nel paese, ma titolari della sola carica di Presidente del Parlamento. La differente velocità tra istituzioni e società sembra essere una garanzia sufficiente ad Hezbollah per caldeggiare la riforma. Decine di anni passate sotto la rigidità di caste confessionali non possono essere dimenticate con una semplice spazzata costituzionale.

Autonomo e amico dell’Iran, sociale e militare, politico e religioso, Hezbollah è un sistema complesso. Un sistema che spacca il Libano, obbligandolo ad un compromesso che quasi mai è dialogo.

 

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