eastwest challenge banner leaderboard

Libano, il governo verso una exit strategy dall’emergenza profughi?

Un paio di settimane fa, una circolare interna dell’Alto commissariato per i rifugiati in Libano ha confermato quello che gli operatori umanitari sul campo andavano già segnalando da giorni. Stando ai dati diffusi nel documento, soltanto nel periodo a cavallo tra il 25 giugno e il 7 luglio scorsi, 41 campi abitati da profughi siriani sarebbero stati sgomberati dall’esercito libanese. Gli insediamenti si trovavano tutti nel distretto di Akkar, la regione più a nord del paese: al momento della pubblicazione, oltre 6 mila rifugiati erano già stati evacuati, mentre altri mille, distribuiti in 13 ulteriori insediamenti, avevano ricevuto ordinanze di sgombero ancora pendenti. “Agli occupanti sono state concesse 48 ore di preavviso” spiega Mara, cooperante italiana che preferisce non identificarsi per evitare frizioni col governo locale. “Trascorso quel termine, i militari sono tornati per sgomberare con la forza”.

AKKAR, Lebanon - A Syrian refugee carries her child next to belongings in an informal settlement in Halba, Akkar September 24, 2014. REUTERS/Stringer

 Ad oggi non si ha notizia di operazioni altrettanto massicce nel resto del paese. Ma l’ondata di sgomberi di Akkar potrebbe comunque preludere a un’altra pagina buia nell’infinita diaspora siriana. A dispetto della retorica di certa destra europea, sono gli stati confinanti a ospitare il maggior numero di cittadini in fuga dalla Siria. Tra questi, proprio il Libano sta sostenendo lo sforzo maggiore. Con una popolazione di poco superiore ai 4 milioni di abitanti, questo stato - grande all’incirca quanto l’Abruzzo - ne ospita al momento un milione e 300 mila; ai quali andrebbe poi sommato il mezzo milione di palestinesi che già vivevano nel paese prima del 2011. Ne risulta che il Libano detiene la più alta concentrazione di rifugiati in tutto il mondo: quasi uno ogni due abitanti.

Per i primi tre anni di conflitto, il Paese dei cedri ha sposato la linea della “porta aperta” nei confronti dei profughi siriani, che hanno potuto attraversarne i confini con relativa facilità, stabilendosi in una fitta rete di insediamenti spontanei. Sul finire dell’anno scorso, però, la situazione ha subito un brusco cambiamento. La motivazione ufficiale del governo circa gli sgomberi nel distretto di Akkar è che tutti i campi evacuati si trovavano troppo vicini alle strade principali che attraversano la zona. Il divieto di stabilire insediamenti a meno di 700 metri dalle grandi arterie stradali fa parte della nuova policy sui rifugiati: entrata in vigore nel 2015, la normativa contiene una serie di restrizioni che sembrerebbero pensate al solo scopo di limitare la circolazione, l’ingresso e la permanenza dei siriani sul suolo libanese. Secondo Dana Sleiman, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) a Beirut, “questo nuovo regolamento ha tutte le carte in regola per favorire abusi”. Per ottenere o rinnovare visto e permesso di soggiorno, ad esempio, i rifugiati devono esibire un contratto d’affitto: “il problema - spiegava ad aprile la Sleiman a Reuters - è che i padroni di casa approfittano spesso della situazione per ricattarli, esigendo mazzette o lavoro gratuito in cambio della firma”. Anche volendo, però, in pochi potrebbero permettersi di sottostare a questo genere di ricatto. Tra i documenti obbligatori richiesti dal governo, infatti, c’è anche un formale impegno a non svolgere alcun tipo di lavoro retribuito; il che va ad aggravare ulteriormente una situazione già resa difficile dai tagli operati dal Programma alimentare mondiale sui sussidi per i profughi, portati da 30 a 13 dollari al mese. 

Le nuove regole imposte dal governo libanese riflettono, in un certo senso, le crescenti tensioni tra i siriani e la popolazione locale. In seguito alla battaglia di Arsal - cittadina nella valle della Bekaa che la scorsa estate fu invasa da miliziani di Isis e Al Nusra - la diffidenza dei libanesi nei confronti della comunità siriana è andata crescendo esponenzialmente, dando origine in alcuni casi alle aggressioni documentate da Human right watch. Non avendo mai firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati, nel maggio scorso il governo ha deciso di sospenderne l’ingresso nel paese a tempo indeterminato. In questa prospettiva, anche gli sgomberi di Akkar vanno ad alimentare l’impressione che le autorità stiano cercando una exit strategy dall’emergenza profughi. Secondo una stima di Unicef, in base alle nuove regole, soltanto in quel distretto sarebbero concentrati altri 160 insediamenti a rischio sgombero.  “Il risultato di tutto ciò - prosegue Mara - è che quasi tutti i profughi che seguiamo ormai vivono tra il terrore e la depressione. Se hanno ancora un posto in cui stare evitano di uscire, perché l’esercito ha istituito una fitta rete di checkpoint, e chi viene trovato senza documenti in regola rischia fino a tre settimane di carcere. La maggior parte degli evacuati, invece, è finita in strada, sotto il sole rovente e in condizioni d’igiene precaria”. Secondo Mara, inoltre, “tra i profughi ha preso a circolare la voce che una nuova rotta nel traffico dei migranti si sia aperta da Tripoli verso la Turchia; e in molti iniziano a guardare al Mediterraneo come all’ultima alternativa praticabile”.

Forse per questo, la scorsa settimana, il ministro degli Affari sociali Rashid Derbas si è dichiarato “disponibile a cooperare con il governo siriano per favorire il rimpatrio dei rifugiati”. Un affermazione che suona però bizzarra, dal momento che il regime di al-Assad controlla ormai solo una frazione del paese. E resta comunque da vedere se i siriani sceglieranno di rischiare la via del mare, piuttosto che tornare tra le braccia del regime da cui, in molti casi, sono fuggiti.

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA