Israele-Libano, sale la tensione nei cieli, in mare e lungo il nuovo muro

Dopo la battaglia aerea di sabato, cresce anche a Beirut il timore di un’escalation. E al contenzioso marittimo, riacceso dai piani energetici libanesi, si aggiunge ora la contestata costruzione di una nuova barriera israeliana al confine. Washington e Mosca si muovono per mediare

Una soldatessa dell'UNIFIL guarda gli operai israeliani che costruiscono un muro al confine fra Libano e Israele vicino al villaggio di Naqoura. Libano, 8 febbraio 2018. REUTERS / Ali Hashisho
Una soldatessa dell'UNIFIL guarda gli operai israeliani che costruiscono un muro al confine fra Libano e Israele vicino al villaggio di Naqoura. Libano, 8 febbraio 2018. REUTERS / Ali Hashisho

Beirut - L’aviazione israeliana ha preso di mira l'esercito siriano e le postazioni di Hezbollah circa 100 volte dal 2011 ma è stato il volo di un singolo drone, il primo fabbricato e guidato dagli iraniani, a segnare la più grande battaglia aerea con la Siria in 20 anni, che ha portato anche all’abbattimento di un jet di Israele. Dopo la giornata di fuoco di sabato, la tensione non si è allentata. E anche a Beirut si teme un’escalation.

Hezbollah definisce l'abbattimento del jet israeliano come «l'inizio di una nuova fase strategica», che limiterebbe lo sfruttamento israeliano dello spazio aereo siriano. «Gli sviluppi di oggi significano che le vecchie equazioni si sono concluse categoricamente», ha affermato il gruppo sciita libanese in una dichiarazione.

E mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu è in consultazioni con il suo ministro della Difesa, il capo dello staff israeliano e altri ufficiali militari, da Mosca arriva un invito, «tutte le parti coinvolte devono mostrare moderazione ed evitare atti che potrebbero complicare la situazione ulteriore - e una minaccia - è assolutamente inaccettabile creare minacce alle vite e alla sicurezza dei soldati russi che si trovano nella Repubblica araba siriana».

Anche Washington reagisce attraverso le parole di Heather Nauert, portavoce del dipartimento di Stato, «L'escalation è il sinonimo dell’ambizione iraniana di proiettare il suo potere e il suo dominio, mettendo a rischio tutta la popolazione della regione, dallo Yemen al Libano». Intanto, nella prima mattinata dell’11 febbraio, il presidente del Libano Michel Aoun, il premier Saad Hariri e il presidente del parlamento Nabih Berri si incontrano in una riunione d’emergenza. Le minacce israeliane contro il Paese dei cedri sono considerate concrete.

Il legame tra contesto libanese e siriano sembra imprescindibile nella visione della regione per Israele. Il governo Netanyahu ha più volte accusato Beirut di chiudere un occhio sull’istallazione di postazioni missilistiche e fabbriche di armi iraniane sul proprio territorio, arrivando a minacciare un’operazione armata qualora Tehran continuasse a perseguire le sue attività in Libano. E mentre prove certe non sono ancora state diffuse, domenica 11 febbraio Chanel 10 Israel ha riportato che l’Idf starebbe muovendo rinforzi militari ai confini con Libano e Siria.

Un jet abbattuto, la minaccia iraniana su suolo libanese, ma non solo. Ad accelerare l’aumento delle tensioni c’è la questione dei confini, marittimi e territoriali. Il governo dello Stato ebraico ha stanziato quasi 40 milioni di dollari per erigere un muro sul confine con il Libano. Mercoledì 7 febbraio, le forze di difesa israeliane hanno iniziato a costruire parte della barriera destinata a estendersi lungo tutto il confine, in totale 11 chilometri. Beirut denuncia le irregolarità nella costruzione, sostenendo che Israele stia invadendo il proprio territorio in almeno 13 punti. Versione però smentita dal portavoce dell'Unifil Andrea Tenenti, durante un’intervista a Trt. Il portavoce delle forze di interposizione ha dichiarato che il muro in costruzione, lungo due sezioni del confine con il Libano, si trova sul lato israeliano della linea blu, il confine non ufficiale tra i due Paesi istituito dopo il ritiro di Israele nel 2000.

A pochi chilometri dai bulldozer israeliani che erigono la barriera, si trova la costa libanese, altro punto di frizione tra i due Paesi confinanti. Il contratto siglato, e presentato venerdì 9 febbraio, con il consorzio Eni-Total-Novotek sull’esplorazione di due blocchi marittimi ha scatenato le reazioni israeliane. Al centro del contrasto il blocco 9, inserito in una disputa sui confini marittimi tra i due Paesi. A calmare le acque ci ha pensato Stephan Michel, capo del dipartimento di esplorazione e produzione di Total nella regione, che ha adottato un tono conciliante durante la cerimonia ufficiale di venerdì a Beirut. «Il nostro obiettivo è di perforare prima il blocco 4 - ha affermato il responsabile della compagnia francese - per poi passare al blocco 9. È chiaro che la parte che trivelleremo è a nord del blocco, e a più di 25 km dal confine».

Ad una tensione reale e in crescita su più scenari, si contrappone una visione più simile ad una guerra fredda tra blocco iraniano e israeliano che non un conflitto aperto. Sul problema dei confini, marittimi e territoriali, Libano e Israele hanno trovato degli interlocutori fino ad ora capaci di farli sedere ad un tavolo. Rispettivamente Stati Uniti e Unifil stanno lavorando al compromesso tra i due Paesi. «Vorrei riconoscere la moderazione esercitata da entrambe le parti per diminuire la tensione e mantenere la stabilità. Nessuno vuole tornare a un periodo di crescenti tensioni», le parole del comandante della forza Unifil, il maggiore generale Beary, a margine dell’incontro tra i vertici militari libanesi, israeliani e della missione delle Nazioni Unite nella zona di Naqoura.

Anche la complicata questione dei diritti di estrazione off shore sembra limitata al tavolo della politica internazionale. «C'è una disputa, che non è un segreto, tra le nostre acque economiche e quelle del Libano - le parole rilasciate dal ministro israeliano dell’energia Yuval Steinitz alla testata Ynet - Siamo pronti a portare avanti una risoluzione diplomatica in merito». Steinitz ha affermato inoltre che, nel 2013, gli intermediari statunitensi si erano avvicinati a concludere un accordo di "compromesso" tra le parti.

Un discorso a parte riguarda invece la minaccia iraniana ai confini israeliani. Il caso del drone abbattuto pone dei dubbi sul reale interesse di Israele e Iran nell’entrare in un conflitto diretto. Nei video rilasciati dall’Idf, l’aereo senza pilota è stato seguito dal momento del lancio, ma la decisione di abbatterlo è arrivata solo dopo che il veicolo è entrato, o si è avvicinato, nello spazio aereo israeliano. Dall’altra parte le forze iraniane in Siria non hanno risposto al fuoco degli F-16, lasciando alla sola contraerea siriana il compito della difesa.

Jonathan Conricus, portavoce militare israeliano, in una conferenza telefonica ha tratteggiato la linea, «i siriani e gli iraniani stanno giocando con il fuoco, ma Israele non cerca di aumentare le tensioni». C’è poi il ruolo della Russia, interlocutore per entrambe le parti. Netanyahu continua il dialogo con Putin, che ha in progetto un accordo di cooperazione militare con Beirut. L’intesa, la cui notizia è stata diffusa da Sputnik e Middle East Monitor, prevederebbe l'apertura dei porti libanesi alle navi di Mosca, la disponibilità degli aeroporti del piccolo Paese levantino come stazione di transito e forze militari russe adibite all’addestramento dell’esercito di Beirut.

«Sosteniamo un Libano libero e democratico. Sappiamo che Hezbollah è influenzato dall'Iran. Questa influenza riteniamo sia inutile per il futuro a lungo termine del Paese - le parole del segretario di Stato Usa Rex Tillerson durante una conferenza stampa ad Amman che aggiunge - Dobbiamo però riconoscere che (Hezbollah) fa anche parte del processo politico in Libano».

Washington rimane un fedele alleato di Israele, ma l’ammissione di Tillerson, in visita giovedì a Beirut, è una prima pietra per lasciare il Libano fuori dagli scenari di un conflitto aperto. Esemplificativa anche la decisione dell’amministrazione Trump di non muovere azioni dirette contro il Libano, ma di concentrarsi unicamente sulla rete Hezbollah in Medio Oriente e Africa occidentale. Venerdì 2 febbraio Washington ha imposto sanzioni a sei persone e sette entità finanziarie che, a suo avviso, sono collegate al Partito sciita libanese. Una conferma della linea perseguita dall’amministrazione Trump nel tentativo di limitare l’espansione iraniana, e dei suoi proxy, nell’area.

@LemmiDavide

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