Libano, si alza il muro del campo profughi Ain Al Hilweh

Ain Al Hilweh è una gabbia di circa un chilometro quadrato che accoglie più di 80mila persone. Piani su piani continuano ad essere eretti su case gia di per sé instabili e sormontate da pericolosi reticoli di cavi elettrici, ma adesso, il più grande campo profughi palestinese che sorge nel distretto di Sidone, rischia di diventare anche una vera e propria prigione.

Un ragazzo spinge un carrello in mezzo al fango nel campo profughi palestinese Ain al-Hilweh, Libano. REUTERS/Ali Hashisho
Un ragazzo spinge un carrello in mezzo al fango nel campo profughi palestinese Ain al-Hilweh, Libano. REUTERS/Ali Hashisho

L’esercito libanese ha avviato la costruzione di un muro di cemento nella zona a sud del campo, alto circa 4 metri, con torri di guardia sul perimetro. Un muro volto, sul piano ufficiale, ad impedire la penetrazione di jihadisti in fuga dalla Siria. Ma sebbene gli abitanti del campo siano consapevoli che Ain Al Hilweh è da sempre rifugio non solo di estremisti religiosi, ma anche di trafficanti di armi e droga, reclutatori di mercenari e delinquenti comuni, quella barriera innalzata a pochi metri dalle proprie case è una nuova e violenta scossa alle loro coscienze: il ricordo di essere stati cacciati dalla terra natia dagli israeliani ieri, sbatte oggi contro la consapevolezza  di essere trattati come animali in gabbia anche dai “fratelli arabi”. E allora quei blocchi di cemento non potevano che essere soprannominati “il muro della vergogna”, un riferimento non casuale a quelli innalzati da Israele in Cisgiordania, al confine con l’Egitto e a quello che correrà lungo il confine orientale della Striscia di Gaza. Ma in questa sorta di “città stato”, dove convivono non meno di dieci fazioni in lotta fra loro: uomini di Fatah, miliziani di Hamas, secolaristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e anche gruppi islamisti, fra cui Al-Nusra, Fatah Al Islam e l’Isis, di punti di vista sulla questione ce ne sono molti. A illustrarceli ci pensa il leader della Military Security Force palestinese, Abu Mustafa, che osservando quei 200 metri di muro già innalzati, ammette anche le colpe della forza di sicurezza interna al campo. “Si tratta di un esercito informale che funge da cuscinetto, con il compito di arginare sia le tensioni fra i vari gruppi in lotta dentro al campo, sia con i militari libanesi all’esterno”, ci viene spiegato. Un esercito che però “Non ha lavorato come avrebbe dovuto”, confessa Abu Mustafa. Se una parte dei palestinesi riconosce quindi le proprie colpe, sui social trovano spazio le polemiche di coloro che temono, a causa del muro, un peggioramento delle condizioni di vita già precarie degli abitanti del campo.

Ma sulla questione pesa lo spettro di un altro campo: quello di Nahr al Bared, nei pressi di Tripoli, distrutto nove anni fa dall’esercito libanese, che giustificò quell’intervento dichiarando di essere intenzionato a stanare i jhiadisti di Fatah Al Islam che vi si erano rifugiati. “Solo scuse” secondo Abu Mustafa, e la paura che l’esercito possa trovarne altre per distruggere anche Ain Al Hilweh si fa sentire. Non è così secondo il responsabile di una Ong palestinese: “I due campi non possono essere paragonati, qui si tratta solo di razzismo”, la critica si sposta quindi sulla politica del governo libanese che ad oggi impedisce ai palestinesi di esercitare ben 72 lavori, e da oltre 60 anni li esclude dalla vita sociale e politica. “In questo contesto i giovani sono demotivati. La maggior parte dei palestinesi di età compresa fra i 16 e i 18 anni abbandona la scuola”, e non sono pochi coloro che conoscono solo la realtà del campo: non hanno mai studiato e non hanno modelli educativi di riferimento. Prede facili per i movimenti estremisti, i più giovani finiscono così nelle grinfie dei terroristi: “Alcuni hanno anche 13 anni” ci viene detto.

Altre opinioni sulla barriera in costruzione vengono avanzate. C’è la questione dell’arrivo dei rifugiati siriani in fuga dalla guerra, che hanno fatto salire il numero degli abitanti del campo e posto il problema di nuove sistemazioni. Costruire verticalmente non è più possibile, e allora si tenta un’espansione orizzontale. Nuove case stanno sorgendo proprio a ridosso del muro, che quindi potrebbe servire, secondo Abu Mustafa, a “Porre un freno a questo tentativo di espansione”. Le analisi sono molteplici e spesso si contraddicono fra di loro, ma di certo più che garantire sicurezza, il muro sta creando divisoni e malcontenti. La settimana scorsa i residenti del campo insieme ad alcune fazioni palestinesi hanno organizzato una manifestazione di protesta: “E’ una barriera che alimenta le tensioni, e potrebbe danneggiare anche i precari rapporti fra quei palestinesi e libanesi che combattono per la stessa causa” hanno dichiarato.

In questo contesto sempre più teso un nuovo approccio sarebbe necessario per affrontare le difficili relazioni fra le due comunità; un approccio che dovrebbe portare a più diritti economici e sociali per i palestinesi, nonchè a migliori condizioni di vita all’interno dei campi, e al contempo dovrebbe permettere all’esercito libanese di attuare un vero piano di sicurezza contro le infiltrazioni terroristiche. Un approccio che però, al momento, non sembra essere preso in considerazione. Il Libano rema nella direzione opposta e il muro ne è la conferma.  

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