Fra Hamas e Al Fatah, il conflitto della diplomazia

Manifesti di Yasser Arafat e bandiere gialle, il campo profughi palestinese di Bori El Barajneh è una città indipendente di 44mila persone stipate in un chilometro quadrato. Gli alti palazzi di Beirut distano solo 5 chilometri, ma la matassa di fili elettrici che ci accoglie è la prova di una trasmigrazione: un’altra dimensione, un’altra Nazione. In questo campo, come negli altri disseminati in tutto il Libano, la politica si respira e si assaggia. Polveri sottili di rivoluzione nei bar e murales dai colori della rivalsa agli angoli della strada, nel labirinto di Bori El Barajneh, sopita e addormentata, la questione palestinese giace in attesa di un esito del conflitto siriano.

Un uomo armato si trova vicino l'immagine di leader palestinese Yasser Arafat ad Ain al-Hilweh campo profughi palestinese vicino alla città portuale di Sidone nel sud del Libano. REUTERS/Ali Hashisho
Un uomo armato si trova vicino l'immagine di leader palestinese Yasser Arafat ad Ain al-Hilweh campo profughi palestinese vicino alla città portuale di Sidone nel sud del Libano. REUTERS/Ali Hashisho

Cinque anni di guerra civile sono un banco di prova per le forze in campo, un disegno capace di stabilire nuovi legami o rinsaldare vecchie alleanze. Al Fatah e Hamas non sono estranee alla logica del gioco. Iran e Arabia Saudita attendono alla finestra. Trasformismi e lotte interne, entrambi i partiti hanno camminato sulla sottile linea del dualismo Mediorientale con alterna fortuna. Damasco è la storia del presente, Gerusalemme un cult destinato a tornare di moda. Negli ultimi mesi i contrasti tra i due maggiori partiti palestinesi si sono nuovamente acuiti. L’ennesima crisi di Governo, determinata da frizioni croniche, ha gettato la già debole Autorità Nazionale Palestinese nel caos. Ogni movimento è una repubblica indipendente capace di stringere accordi unilaterali con attori nazionali e internazionali.

Al Fatah, dopo un iniziale momento di attesa e studio, ha intrapreso la strada che da Ramallah giunge a Teheran, via Damasco. L’incontro tra Bashar Al-Assad e i vertici di Fatah, nel nome di Abbas Zaki, nel 2015 è stato l’ultimo passo di un’importante opera diplomatica interna ed esterna al movimento. Una stretta di mano che sblocca un gelo durato quasi 30 anni. Sotto pressione all’interno dei territori, accusata di corruzione e pratiche di concussione, l’ex ala militare dell’OLP è riuscita invece in campo diplomatico a raggiungere l’obiettivo “Assad” con possibile sbocco sull’asse sciita. Operazione pulita, nessun segno di disapprovazione dagli altri sponsor del movimento.

Chi invece si è trovato nella difficile situazione di dover prendere una decisione comunque sfavorevole è stato Hamas. Il Movimento islamico di resistenza si è schierato all’inizio del conflitto contro l’ex alleato Bashar Al-Assad e a fianco delle milizie sunnite ribelli. La forbice taglia i legami, lasciando il Re pressoché nudo di fronte alla consapevolezza che ogni scelta avrebbe avuto un conto salato. Da una parte i maggiori finanziatori di Hamas, i petrodollari del Golfo; dall’altra la Siria, uno degli Stati arabi che più ha accolto e dato amicizia politica alla resistenza armata contro Israele. Dire addio all’Iran, anche se Hamas ha comunque provato durante il conflitto ad avere un dialogo con Teheran, significa salutare uno dei maggiori fornitori di armi per la lotta. Armi, e finanziamenti, che presumibilmente finiranno dalla parte di Fatah. E mentre il risultato del conflitto siriano sembra sempre più favorevole ad Assad, Hamas si riscopre sempre più isolato.

La caduta dei Fratelli Musulmani in Egitto e la ripresa del dialogo diplomatico tra la Turchia di Erdogan e Israele, sono il quadro su cui dipingere una fase di difficoltà cronica. La partita tutta interna tra Fatah e Hamas è rinviata, questioni di priorità. Il conflitto in Siria e le relazioni diplomatiche tra Usa e Russia  che decideranno le nuove zone di influenza in Medio Oriente sono in cima agli interessi internazionali. Ad ora Fatah sembra aver trovato nella diplomazia un’arma capace di risollevarlo agli occhi dell’opinione pubblica palestinese, mentre la capacità di Hamas di adattarsi al mutato contesto geopolitico Mediorientale ha mostrato diverse crepe.

Schermaglie e alleanze da possibile conflitto civile, nel marasma palestinese l’unico vincitore sembra essere Israele. Attendista e possibilista, Gerusalemme consolida partnership, con Il Cairo, Ankara e Riad; osserva i suoi nemici indebolirsi nel lungo ed estenuante conflitto siriano, Hezbollah in primis; e si pone nuovamente come ago della bilancia del nuovo/vecchio dualismo Usa-Russia in Medio Oriente. I murales di Bori El Barajneh scoloriranno e le polveri di rivoluzione si depositeranno, la questione palestinese continuerà quindi a dormire.

@LemmiDavide

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