In Libano la campagna elettorale prende di mira i profughi siriani

La pax libanese è finita e inizia una lunga campagna elettorale.  Al centro delle promesse dei candidati c’è il ritorno nella Siria “pacificata” del milione e mezzo di profughi che si trovano in Libano, senza godere dello status di rifugiati. E a rischio quindi di rimpatrio forzato

Una donna siriana vicino a una tenda in un campo profughi a Marjayoun, Libano, 16 novembre 2017. REUTERS / Ali Hashisho
Una donna siriana vicino a una tenda in un campo profughi a Marjayoun, Libano, 16 novembre 2017. REUTERS / Ali Hashisho

Beirut (Libano) - Agli arrivi dell’aeroporto di Beirut un cartellone del ministero dell’Interno invita i libanesi della diaspora a registrarsi per le prossime elezioni parlamentari. Il voto, con ogni probabilità, si svolgerà il 6 maggio 2018. L’approvazione, a giugno di quest’anno, della nuova legge elettorale ha fatto cadere l’ultimo ostacolo alle consultazioni popolari, inaugurando di fatto l’inizio della campagna elettorale che già si preannuncia dominata dallo scontro.

Le dimissioni, poi ritirate, del Premier Saad Hariri, annunciate in diretta televisiva da Ryad il 4 novembre, sono state uno spartiacque nella pax libanese. Il governo di coalizione, formato un anno fa e improntato sul compromesso della quasi totalità dello spettro politico libanese, ha subito un netto cambio di direzione. Il primo ministro e leader del Partito Futuro, una volta tornato in Libano dalla parentesi saudita, ha ribadito le accuse già mosse da Ryad ad Hezbollah di aver creato uno Stato nello Stato, innalzando considerevolmente l’asticella dello scontro. In mezzo alla rissa mediatica è finita la questione rifugiati siriani, un tema già presente nell’agenda dei partiti libanesi, ma che oggi assume connotati ancora più forti.

“E’ il momento che gli sforzi delle Nazioni Unite si concentrino sul ritorno dei profughi in Siria e non sull’assistenza in questi campi della miseria sparsi nel nostro Paese”. Micheal Aoun, presidente libanese e leader del Movimento Patriottico libero, ribadisce la sua posizione durante il bilaterale del 25 settembre con Emmanuel Macron, presidente francese. Parole che seguono le ancor più dure dichiarazioni di Gebran Bassil, ministro degli Esteri libanese, "Ogni straniero che si trova nel nostro Paese senza che noi lo accettiamo è un occupante, non importa da dove venga”. Stessa posizione anche del patriarca cristiano maronita al-Rhai, “i rifugiati siriani sono un grande fardello”. Ma il vero promotore della teoria del ritorno è Hezbollah. Hassan Nasrallah, leader del Partito di Dio, ha più volte ribadito pubblicamente la necessita di cominciare il rimpatrio del milione e mezzo di profughi siriani.

Contrari alla soluzione progettata da Hezbollah e dai suoi alleati, il Premier Saad Hariri e Walid Jumblat, leader del Partito sociale progressista. “Non vogliamo spianare la strada al regime di Assad. I rifugiati siriani sono un pretesto per riabilitare Damasco agli occhi della comunità internazionale. Noi crediamo che la soluzione possa essere raggiunta solo attraverso l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che è responsabile per la sistemazione del ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese”, queste le parole rilasciate dai due leader il 3 ottobre al quotidiano Al-Hayat.

Oggi almeno un abitante del Libano su quattro è un profugo siriano. Beirut non ha mai aderito alla Convenzione sui rifugiati di Ginevra del 1951 e quindi non è tenuto a conformarsi all'articolo 33 del trattato, il quale stabilisce che nessuno Stato firmatario può “rimpatriare un rifugiato nei territori in cui la sua vita o la sua libertà sono minacciate". I profughi vivono così da 6 anni in una condizione di stallo umano. Senza lo status di rifugiati, i siriani non godono di alcuna rete di sicurezza e sono continuamente minacciati dallo spettro del ritorno e degli sfratti.

Il caso dell’aeroporto militare di Riyak, valle della Bekaa, è esplicativo. 12mila siriani che abitavano intorno all’ex base aerea sono stati costretti - il processo è tuttora in corso - a lasciare la terra dove avevano trovato riparo e lavoro. Questo trasferimento di massa, oltre ad alimentare il populismo anti-profughi nell’area, ha lasciato migliaia di rifugiati ancora più vulnerabili in un momento di crescenti richieste per il loro ritorno in Siria. "Siamo preoccupati che questo sia l’inizio per una politica di rimpatri forzati", ha affermato il portavoce del Consiglio norvegese per i rifugiati in Libano a News Deeply. Una pratica che in realtà ha già avuto luogo, secondo Human Rights Watch, dopo la conquista di Hezbollah delle enclavi jihadiste nella zona di Arsal a settembre di quest’anno. "Quando abbiamo lasciato Arsal, siamo stati costretti ad andarcene, a tornare in Siria - le parole di un medico di Idlib - Non era sicuro per noi lì. Il nostro destino era l’arresto o la morte o vivere in uno stato di ansia perenne”.

Il Libano non ha mai autorizzato campi profughi ufficiali. Il milione e mezzo di siriani nel piccolo Paese levantino ha trovato spazi per vivere dove ha potuto. Dagli appartamenti, alle fabbriche abbandonate, passando per i garage e le fognature, le abitazioni dei rifugiati descrivono perfettamente l’instabilità in cui si trovano. Circa un quinto dei profughi vive in 4.800 insediamenti di tende per lo più sparsi tra il nord del Libano rurale e la valle orientale della Bekaa. La costante minaccia di sfratti - da parte di proprietari terrieri, comuni e forze di sicurezza - trasformano i profughi in nomadi, impossibilitati a stabilirsi.

L’alternativa è riprendere la strada per la Siria. Ma a quale prezzo? Proprio dalla zona di Arsal sono tornati in Siria circa 10mila rifugiati, come risultato degli accordi per il cessate il fuoco tra Hezbollah e gruppi militanti jihadisti. Human Rights Watch, in un documento rilasciato sul proprio sito web a settembre, ha affermato che il ritorno, nella maggior parte dei casi, non è stato volontario e la condizione degli ex profughi nel proprio Paese natale è ancora più a rischio.

Se da una parte molti partiti libanesi, tra cui Hezbollah e il Movimento Patriottico libero, sostengono la tesi del rimpatrio affermando che molte aree del Paese sono state pacificate, la stragrande maggioranza dei rifugiati in Libano continua ad aver paura delle possibili ritorsioni del regime. Sono numerosi i casi di ragazzi fuggiti dalla leva o di uomini torturati dai servizi di sicurezza di Damasco. Non è la sola Isis a fare paura.

C’è poi da analizzare la situazione sociale ed economica in Siria, dove, secondo i dati diffusi dalla Banca Mondiale, circa 6,1 milioni di persone non hanno un lavoro, la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 78%, sei cittadini su dieci vivono in condizioni di povertà estrema a causa della guerra e ancora non è stato messo in piedi un piano di ricostruzione.

Il rischio è che le elezioni in Libano mettano ancora più a rischio il milione e mezzo di siriani presenti nel Paese, esacerbando il sentimento anti-rifugiati già presente fra la popolazione libanese.

 @LemmiDavide

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