Lukashenko, il dittatore ribelle

Quando Alexandr Lukashenko, presidente da sempre della Bielorussia, è uscito dalla sala in cui si è celebrato l’insediamento di Petro Poroshenko ha detto ai giornalisti ucraini assiepati: “Andate in Crimea, trattate e cercate di riprendervela”.


Una cosa che non t’aspetti da uno dei più fedeli alleati di Vladimir Putin, ma non è la prima volta che Lukashenko mostra di pensarla diversamente dal suo forte alleato. Soprattutto da quando è scoppiata la crisi in Ucraina.

La Bielorussia non è la Russia, né tantomeno l’Ucraina. Lukashenko governa il Paese praticamente da sempre, con pugno duro, anzi durissimo. L’opposizione è di fatto inesistente, piccoli gruppi di attivisti politici fanno sentire la loro flebile voce solo sul web e dall’estero, e le elezioni finiscono sempre per essere un plebiscito in favore del presidente, che ha modificato la costituzione per poter restare in carica a vita. Eppure all’indomani della rivoluzione di Euromaidan, Lukashenko si è detto subito pronto a collaborare con il governo nato dagli scontri di piazza. “La nostra posizione non è allineata a quella di Mosca. E non stiamo ricevendo pressioni, né dal Cremlino né da nessun altro”. Quando hanno poi cominciato a soffiare i venti del separatismo e ad aleggiare lo spettro della guerra civile, si è appellato più volte all’unità dell’Ucraina contro la soluzione federale. L’esatto contrario di Mosca. “Se l’Ucraina si dividesse in due entità federate, l’est e l’ovest, a qualcuno potrebbe poi venire in mente di prendersene una”, ha detto poi al giornale Belaruskij Partizan.

L’invasione della Bielorussia

Il giorno del giuramento di Poroshenko – che, nonostante le dichiarazioni distensive, ancora non ha ottenuto il riconoscimento dal Cremlino – lui, l’ultimo dittatore d’Europa, sedeva in prima fila accanto a Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio d’Europa, e Dalia Gribauskaite, presidente della Lituania e tra le più forti sostenitrici delle sanzioni alla Russia. Pochi giorni dopo, invece, Lukashenko era ad Astana, capitale del Kazakistan, insieme al suo collega dittatore Nursultan Nazarbayev e al mentore Putin per firmare lo storico accordo sull’Unione economica eurasiatica, passo verso la più profonda unione politica tra i Paesi ex sovietici. Sembrano posizioni inconciliabili. Come sembra inconciliabile un’intervista concessa il 20 maggio all’ormai unico canale dell’opposizione russa Dozhd TV, in cui ha più volte criticato la politica espansionistica di Putin, arrivando a dire che “Se la Russia decidesse di occupare la Bielorussia, non sono tanto sicuro su da che parte starebbero i soldati russi. Un russo non punterebbe mai una pistola contro un bielorusso. Siamo la regione più russofila della nostra grande madrepatria”. AL di là delle dichiarazioni di fratellanza, sembra incredibile sentire Lukashenko parlare di un’invasione russa del suo Paese.

I dittatori ora hanno paura

Sono in molti a ritenere che le dichiarazioni di Putin in difesa dei cittadini russi che si sono trovati a vivere fuori della Russia dopo l’implosione dell’Urss non siano piaciute ai leader dell’Unione eurasiatica. Lukashenko ha definito l’annessione della Crimea “un brutto precedente”, e anche Nazarbayev deve aver subito pensato ai quasi 4 milioni di russi che abitano in Kazakistan. È probabile che Lukashenko abbia passato più di qualche notte insonne dallo scoppio della crisi in Ucraina, agitato dal rischio di un’Euromaidan bielorussa da un lato e dal soffocante abbraccio di Mosca, dall’altro.

Fonti dei servizi di sicurezza, citate dal sito indipendente Belarus Digest, hanno rivelato che le forze di polizia hanno preparato un piano per evitare uno scenario ucraino in Bielorussia, prevedendo le contromisure in caso di massicce manifestazioni e occupazioni di edifici governativi. Nello stesso tempo, però, Lukashenko si è rifiutato di mandare osservatori durante i referendum separatisti in Crimea e nel Donbass, definendoli più volte “insensati”.

Molti vedono le affermazioni di Lukashenko come timide aperture all’Europa, ma è molto più probabile che stia cercando solo di destreggiarsi tra due fuochi. Dimostrare una certa dose di autonomia da Mosca, chiedere prima il ritorno di Janukovich e poi appoggiare il neopresidente Poroshenko, legare il proprio Paese a un’unione politica con la Russia e criticarne la politica estera potrebbero essere nient’altro che espressioni di una strategia di equilibrio. Precario.

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