Macedonia: la deriva di Gruevski agita la piazza e preoccupa la comunità internazionale

Si dice che Nikola Gruevski alla politica non pensasse affatto. Al crollo della Jugoslavia, quello che sarebbe diventato il più influente leader della Macedonia moderna pensava in realtà di andarsene in Cecoslovacchia e darsi al cinema. Non lo fece, “rimanendo anzi in patria a studiare economia”, e diventando a soli ventinove anni Ministro delle Finanze : “per il partito (il conservatore VMRO-DPMNE), uno come Gruevski fu l'uomo giusto, nel posto giusto e al momento giusto”, scriveva Tim Judah in un ritratto pubblicato nel 2011 dall'Economist.

Skopje, Macedonia - A girl shouts anti-government slogans in front of the Archaeological Museum in Skopje, Macedonia May 7, 2015. Several hundred people demanded the resignation of Prime Minister Nikola Gruevski, who was accused by the top opposition leader of trying to cover up the death of a 22-year-old man, who was beaten to death by a police officer during a post-election celebration in 2011. REUTERS/Ognen Teofilovski

“Fu lui a iniziare il processo di deregolamentazione dell'economia e a restituire le proprietà che erano state nazionalizzate dai comunisti. Con la fine del regime e la Macedonia indipendente, Gruevski era il volto nuovo che il VMRO-DPMNE aspettava per rinnovare la propria immagine. In pochi, tuttavia, avrebbero scommesso che egli sarebbe arrivato a prendere il controllo assoluto del proprio partito” e a vincere quattro elezioni consecutive.

Dopo avere ricoperto per nove anni la carica di primo ministro, Nikola Gruevski potrebbe essere giunto ora al capolinea. Da febbraio, infatti, il suo governo si trova al centro di un grande scandalo, da quando cioè il leader dei socialdemocratici all'opposizione (SDSM), Zoran Zaev, ha cominciato a rendere pubbliche delle intercettazioni (delle 'bombe', così le chiamano i media macedoni) che testimoniano il deterioramento della democrazia nel Paese. Tra le rivelazioni fatte da Zaev, spicca la decisione di Gruevski di intercettare illegalmente più di 20.000 persone “pericolose per la stabilità del governo” (principalmente attivisti e politici dell'opposizione) e, soprattutto, i tentativi fatti per coprire la responsabilità diretta della polizia nell'assassinio del giovane Martin Neshkovski nel 2011.

È stata quest'ultima notizia, lo scorso 5 maggio, a spingere centinaia di abitanti della capitale a riunirsi spontaneamente davanti al palazzo del governo per chiedere le dimissioni del premier, prima di essere dispersi dalla polizia. La folla è cresciuta giorno dopo giorno. Il culmine di queste manifestazioni dovrebbe essere previsto per questa domenica, data in cui Zaev ha annunciato “una grande protesta nazionale” per convincere Gruevski a lasciare.

Ma difficilmente il premier mollerà. Per cercare di calmare la piazza, ha già costretto alle dimissioni tre funzionari tra i più contestati (Gordana Jankulovska, Ministro degli Interni; Sašo Mijalkov, direttore dei servizi segreti; e Mile Janakieski, Ministro dei trasporti). Ma i manifestanti non sono soddisfatti. Secondo i suoi oppositori, il governo sarebbe anche direttamente implicato negli scontri di Kumanovo dello scorso fine settimana: le autorità avrebbero strumentalizzato un'azione di polizia contro dei presunti “terroristi” kosovari albanesi per sviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle proteste. L'azione di polizia, degenerata in 48 ore di guerriglia urbana, ha avuto un bilancio pesantissimo, con 22 morti e 37 feriti. E il fatto che molti suoi dettagli non siano chiari non aiuta a corroborare la versione ufficiale fornita dal Governo.

“Terroristi” provenienti “da un Paese confinante” (ma c'è anche chi ha accusato esplicitamente il Kosovo, che si trova a poche decine di chilometri da Kumanovo) “allo scopo di destabilizzare la Macedonia”, è stata la spiegazione fornita dalle autorità, che pur di conservare il potere sembrerebbero essere disposte a giocare la carta delle divisioni etniche tra Macedoni slavi e Albanesi, che rappresentano circa un quarto della popolazione totale. Divisioni che, nel 2001, condussero il paese sull'orlo della guerra civile.

Sulla battaglia di Kumanovo, avvenuta proprio nel giorno della tradizionale grande parata militare di Mosca, e sul destino del governo Gruevski si sono immediatamente manifestate le tensioni esistenti nella comunità internazionale. L'ambasciata statunitense ha espresso “la preoccupazione crescente” nel constatare che “il governo non ha finora risposto alle accuse che emergono dalle rivelazioni” dell'opposizione. E ha messo in discussione “l'impegno della Macedonia a rispettare i principi democratici”. Mentre i media di Albania, Kosovo e Serbia davano sfogo alle proprie pulsioni scioviniste (i primi lamentando il complotto a danno dei propri connazionali; quelli di Belgrado invece agitando lo spettro della “grande Albania”), il Cremlino ha invece “espresso preoccupazione per gli eventi di Kumanovo”, ma anche “per le proteste, organizzate da ONG pagate dall'occidente” al fine di dare luogo a uno scenario “simile a quelli delle note 'rivoluzioni colorate'”, come in Ucraina e Georgia.

Al coro si è aggiunto anche il commissario all'allargamento dell'UE, Johannes Hahn, che ha definito “molto seria” la situazione in Macedonia. Una dichiarazione che è parsa quasi venata di malafede, dopo che negli ultimi anni Bruxelles non sembrava essersi preoccupata granché della svolta autoritaria di Skopje, preferendo anzi elogiarne i progressi in campo economico e la capacità di attrarre investimenti stranieri. Per l'Unione Europea, fino a due settimane fa, la Macedonia era un esempio virtuoso, la cui integrazione era soprattutto tenuta a freno dalla Grecia e dalla ben nota diatriba sul nome ufficiale da adottare (Macedonia o Former Yugoslav Republic Of Macedonia). Non sembrava importare particolarmente il fatto che Gruevski facesse approvare il bilancio dello Stato chiamando la polizia in parlamento per cacciare i deputati dell'opposizione. Né, tanto meno, che venissero ritirati i documenti a Zoran Zaev, con l'accusa di “avere tramato un colpo di stato” rendendo note le intercettazioni ai danni del governo. Da quando i cittadini macedoni hanno scelto di scendere nelle piazze, però, difficilmente l'Europa potrà continuare a fare finta di nulla.

@RodolfoToe

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