Con il massacro di 40 civili s’impenna lo scontro tra gruppi tuareg e la costola sahariana di Daesh. In palio c’è anche il controllo dei traffici di droga, armi e migranti nei territori del nord abbandonati da Bamako, che la missione Onu non riesce a stabilizzare

Un soldato francese controlla una casa touareg vicino a Tin Hama, Mali, 20 ottobre 2017. REUTERS / Benoit Tessier
Un soldato francese controlla una casa touareg vicino a Tin Hama, Mali, 20 ottobre 2017. REUTERS / Benoit Tessier

Oltre quaranta civili tuareg sono stati uccisi in poco meno di 24 ore da miliziani legati allo Stato Islamico nel Grande Sahara (Isgs). La carneficina è avvenuta in due diversi attacchi, che la settimana scorsa hanno colpito gli accampamenti di Aklaz e Awakassa, stanziati nella regione di Menaka, nel nord-est del Mali.


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Tutte le 43 vittime degli attentati appartenevano alla comunità Idaksahak e molto probabilmente sono state oggetto di una rappresaglia alle ripetute incursioni contro le basi jihadiste lanciate da due gruppi armati tuareg, Gatia (Gruppo di autodifesa Tuareg Imghad e alleati pro-Bamako) e Msa (Movimento per la salvezza di Azawad), talvolta sostenuti dalla forza di pace a guida francese Barkhane e dall’esercito maliano.

Il capo tribale degli Idaksahak, Sidigui Ag Hamadi, ha dichiarato all’Afp che «tra le vittime ci sono anche bambini e anziani». La presenza di anziani e minori tra le persone decedute è stata confermata alla France Presse dal governatore di Menaka, Daouda Maigasaid, dopo precise informazioni ricevute dai funzionari locali di Andéramboukane.

Anche la Coalizione dei movimenti dell’Azawad (Cma), principale alleanza che riunisce i gruppi del Nord, si è rammaricata per la spirale di violenza nella zona di Menaka, che sta colpendo maggiormente le popolazioni civili, e ha condannato quelle che ha definito «azioni abominevoli e disumane, invitando i gruppi politici e militari della regione a prendere provvedimenti per garantire la sicurezza civile».

Due settimane fa, il portavoce della locale missione di peacekeeping delle Nazioni Unite aveva dichiarato di aver ricevuto informazioni affidabili riguardo l’esecuzione sommaria di almeno 95 persone, avvenuta durante alcuni attacchi contro gli estremisti islamici nella regione di Menaka, operati da una coalizione di gruppi armati tuareg, compresi Msa e Gatia. Tuttavia, entrambi i gruppi hanno categoricamente smentito qualsiasi coinvolgimento.

Territori senza legge

Ampi tratti del Mali nord-orientale rimangono ancora territori senza legge, nonostante l’accordo di pace siglato il 20 giugno 2015 tra il governo di Bamako e i ribelli tuareg della Cma. Mentre, dopo la firma dell’intesa, la violenza si è estesa anche al Burkina Faso e al Niger.

Da notare, che sia il Gatia che l’Msa sono contrari all’attuazione del processo di pace raggiunto nel giugno 2015 poiché, in quanto filo-governativi, si oppongono all’autonomia o alla separazione dell’Azawad.

C’è anche da ricordare che i jihadisti accolsero l’accordo di pace come una sorta di tradimento da parte degli ex ribelli tuareg con i quali inizialmente si erano coalizzati per formare un fronte unico contro il governo di Bamako. Un’unione consolidata dal fatto che gli estremisti islamici volevano il crollo delle istituzioni e l’instaurazione di un nuovo Stato nel nord del Mali basato sulla sharia, mentre i ribelli aspiravano alla nascita di uno Stato tuareg indipendente.

Le difficoltà della Minusma e l’insorgenza dell’Isgs

Nel clima generalizzato di violenza, non sembra sortire grandi effetti neanche la presenza della Minusma, la missione multidimensionale integrata istituita dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2100 del 25 aprile 2013, per sostenere il processo politico di transizione e stabilizzare il nord del Mali.

Fin dalla sua istituzione, la missione di peacekeeping, definita dal Washington Post l’operazione più pericolosa al mondo per i caschi blu, ha dimostrato evidenti difficoltà nel fermare l’insorgenza delle decine di gruppi jihadisti armati attivi nell’area.

Nella regione di Menaka è particolarmente attiva la costola sahariana dello Stato Islamico, che si è dimostrata capace di sfruttare le tensioni locali tra gruppi etnici - come quelle tra tuareg e fulani - per seminare discordia e richiamare nuovi combattenti tra le sue file.

Alla base delle violenze nella remota regione, oltre all’atavica rivalità tra tuareg e fulani, che vantano una tangibile presenza nelle fila dell’Isgs, c’è il controllo dei traffici di droga, armi e migranti in transito per il nord del Mali e il dominio dei territori abbandonati da Bamako.

Da tutto ciò traspare un quadro critico, nel quale si sta alimentando l’instabilità nella regione saheliana anche alla luce di possibili convergenze tattiche tra l’Isgs e alcune formazioni estremiste islamiche, che prima gravitavano nell’orbita qaedista, come la Brigata Salahadin guidata dall’emiro Sultan Ould Bady.

Uno dei punti di forza della fazione sahariana dello Stato Islamico è di essere un’eterogenea alleanza di estremisti di varia provenienza guidata da uno jihadista di lungo corso come Adnan Abu Walid al-Sahrawi, che da ormai tre anni sta cercando di espandere la sua influenza nel Sahel.

Lo testimonia l’estensione dell’attività del gruppo anche ai rapimenti, come quello dell’operatore umanitario tedesco Jörg Lange, sequestrato lo scorso 12 aprile da un gruppo armato di miliziani fulani, legati all’Isgs nei pressi del villaggio di Ayrou, in Niger.

Un’azione che denota un ulteriore salto di qualità operativo da parte del gruppo fedele all’ex Califfato, poiché finora i sequestri nell’area erano prerogativa dei gruppi legati ad al-Qaeda o di Boko Haram, mentre l’Isgs era concentrato su incursioni armate e attentati.

@afrofocus

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