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Marocco, incalza il dibattito per cambiare la legge sull’aborto

Se la ricorderà per tutta la vita la data del 16 marzo il dottor Chakib Chraibi, il ginecologo marocchino diventato l’icona della battaglia per la legalizzazione dell’aborto. Se la ricorderà per tutta la vita perché quel giorno il re Mohammed VI ha spronato tutti i partiti politici in parlamento a una riflessione per emendare la legge sull’interruzione di gravidanza, considerata discriminante per le donne.

Photo REUTERS/Youssef Boudlal

Le norme che la regolano sono ancora l’eredità del Protettorato e del codice penale francese, e sono intransigenti: chiunque abbia procurato l’aborto può essere punito con una condanna da uno a cinque anni di carcere, che diventano dieci o addirittura venti se si causa la morte della paziente. E’ consentita l’interruzione solo nel caso in cui la gravidanza metta in pericolo la salute fisica della futura mamma. "In teoria dovremmo denunciare tutte le donne che arrivano in ospedale con i postumi di un aborto, anche se fallito. Così come dovremmo denunciare le madri single che vengono per partorire, perché da noi aborto e sesso fuori dal matrimonio sono vietati. Ma se veramente lo facessimo, le donne smetterebbero di cercare aiuto e si lascerebbero morire, abbandonando i neonati nei cassonetti dell’immondizia, come ancora oggi succede spesso", spiega il medico a Jeune Afrique.

 In trenta anni di servizio all’ospedale universitario di Rabat, Chakib Chraibi ha accumulato un tale numero di esperienze e testimonianze da fugare qualsiasi dubbio sull’opportunità della battaglia all’insegna della legalizzazione, che oggi porta avanti anche attraverso l’associazione contro l’aborto clandestino. "KT, 19 anni, è morta dopo 48 ore di degenza al reparto maternità perché si era procurata un aborto con un oggetto contundente. BS, 19 anni, è morta anche lei in ospedale dopo 48 ore per un tetano causato da oggetti contaminati usati per interrompere la gravidanza. RT invece è deceduta in poche ore, avvelenata da un abuso di farmaci". L’elenco è lungo e in crescita continua perché si conta che in Marocco ogni giorno si facciano tra i seicento e gli ottocento aborti.

 "Quando una donna vuole interrompere la gravidanza, proverà a farlo in qualsiasi modo" spiega Chraibi a Liberation. E ricorda la storia di una sua paziente che per liberarsi di una gravidanza indesiderata aveva ingerito del veleno per topi finendo in terapia intensiva per tre settimane, senza riuscire poi nel suo intento.

Nel 2007 Chraibi decise di avviare una campagna di sensibilizzazione attraverso il quotidiano Telquel, sul quale pubblicò un appello in cui invitava le autorità religiose e i politici a intraprendere un dibattito per rivedere la legge sull’aborto in  base alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, di cui il Marocco è membro, e per le quali la salute è uno stato di benessere fisico, sociale e mentale. Ed è questo il punto: "se si può interrompere una gravidanza pericolosa per la salute fisica della donna, è arrivato il momento di dare il giusto peso anche alla salute mentale, perché una maternità indesiderata può avere un impatto devastante sulla psiche femminile" chiarisce il ginecologo. Per il quale ci sono anche ragioni economiche e sociali che la legge ha il dovere di considerare.

 Amina, per esempio, vive nella città di Salé, non lontano da Rabat, a 21 anni decise di abortire dopo che il ragazzo con cui era fidanzata da diversi anni scomparve alla notizia della gravidanza. Amina, una musulmana praticante, non aveva preso in considerazione la possibilità di interrompere la gravidanza, finché non ha rischiato di perdere il lavoro a causa del pancione. E così, nonostante l’avanzato grado della gestazione, un ginecologo la fece abortire per quattrocentocinquanta euro. Oggi lavora ancora ma quella scelta l’ha segnata per sempre.

 Per ogni donna che vuole abortire ci sarà sempre un medico disposto ad aiutarla clandestinamente, onerosamente, e spesso in condizioni igieniche e sanitarie pericolose. Come è successo a Laila, che per quattrocento euro qualche anno fa ha abortito nella cucina di casa del suo ginecologo, distesa su una sdraio di plastica e con le braccia legate. L’intervento le procurò un’emorragia interna che fu costretta a curare in una clinica privata per altri seicento euro.

 Tre anni fa, nel mese di Ottobre 2012, la nave della ONG Women on Waves attraccò provocatoriamente in Marocco per offrire la possibilità di abortire in condizioni adeguate. Nessuna donna osò salire sull’imbarcazione, ma l’eco che l’iniziativa ebbe tra la società civile e i media servì comunque a spargere i semi di un dibattito.

 Chraibi sostiene che ufficiosamente sia i politici che gli ulema condividono le sue idee sulla necessità di emendare la legge, ma ufficialmente le cose cambiano e la libertà di pensiero si lascia addomesticare da ragioni di opportunità politica.

Ecco perché il 16 marzo per gli attivisti della campagna sull’aborto è stata una data storica: perché in quel giorno il dibattito ha acquisito una legittimazione istituzionale che nel lungo periodo potrebbe finalmente produrre qualche cambiamento.

@Seregras

 

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