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Quando sono le donne a cercare di risolvere i conflitti

Se al tavolo del negoziato siedono le donne, la possibilità che la pace duri aumentano, dicono i dati. Così l’Onu ha varato una risoluzione per richiedere sempre la loro presenza. E a Roma è nato un network di mediatrici del mediterraneo. Per curare, ma anche prevenire, raccontano

Se le donne fossero state coinvolte nelle trattative di pace, il corso della Storia sarebbe stato diverso? «Probabilmente sì», risponderebbero le cinquanta donne mediatrici che, a fine ottobre, si sono incontrate a Roma per lanciare il «Mediterranean Women Mediator Network» (Mwmn): un network che ha l’ambizione di promuovere la presenza delle donne nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti.

«Le donne hanno un’esperienza della guerra diversa rispetto a quella degli uomini e se il loro vissuto fosse considerato durante i negoziati di pace, la pace sarebbe più inclusiva e sicuramente più duratura», ha spiegato durante l’evento Magda Zenon, cipriota e attivista politica.

Realizzato dal ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con il Women in International Security Italy (Wiis) e l’Istituto Affari Internazionali (Iai), il network si concentra in particolare sui Paesi del Mediterraneo, dove negli ultimi decenni le guerre civili e regionali hanno devastato interi Paesi: basti pensare alle guerre dei Balcani, la guerra civile algerina, il conflitto Israelo-Palestinese e, più recentemente, la crisi libica e la guerra siriana.

Questi Paesi rientrano in una triste statistica, stilata dalla Banca Mondiale, che dimostra come i metodi tradizionali di mediazione abbiano fallito: secondo questo studio, il 90% dei conflitti scoppiati nel XXI secolo si sono svolti in Paesi che erano già stati in guerra tra gli anni Settanta e gli anni Novanta. «Questo trend ci suggerisce che il vero problema delle guerre civili – si legge nel rapporto – non è tanto fare in modo che non ve ne siano altre, quanto porre fine a quelle che sono già in atto».

Oggi, inoltre, il fatto che la maggior parte dei conflitti sono spesso di tipo interno o transnazionale e con attori anche non-statali, rende ancora più difficile costruire una pace più duratura. Di qui la necessità di ripensare le modalità di mediazione e negoziazione includendo anche la partecipazione femminile.

«Ho lavorato nel peacekeeping per più di vent’anni e ho toccato con mano che le donne hanno un ruolo cruciale nel trasformare i negoziati da semplici accordi politici e militari a strumenti di cambiamento dell’intera società», ha raccontato durante l’evento alla Farnesina Sanan Naraghi-Anderlini, co-fondatrice e direttore esecutivo del Network Internazionale per l’Azione della Società Civile (Ican). Secondo un rapporto dell’Onu, infatti, quando le donne si siedono al tavolo delle trattative le probabilità che l’accordo di pace duri almeno 15 anni aumentano del 35%. Questa costatazione ha fatto si che nel 2000 le Nazioni Unite abbiano firmato la risoluzione 1325 che considera appunto fondamentale la presenza femminile nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti.

Nonostante i buoni propositi, le donne però sono rimaste fino ad oggi una presenza molto rara nelle trattative di pace: se prima dell’approvazione della risoluzione, il nome di una donna era apparso solo nell’11% dei trattati siglati tra ‘90 e il 2000, si è passati ad un esiguo 27% nei trattati firmati tra il 2000 e il 2010.

Questa scarsa presenza femminile si è manifestata, più recentemente, durante i negoziati di Ginevra tra il regime di Assad e i membri dell’opposizione dove, fino al 2016, non si è mai vista nemmeno l’ombra di una donna. Poi le Nazioni Unite hanno creato il Women Advisory Board, un gruppo di 12 rappresentanti femminili della società civile che lavora per segnalare le questioni mancanti all’agenda politica, propone soluzioni e prospettive di genere. «Siamo riuscite a incontrare tutti i membri dell’opposizione ma stiamo ancora aspettando di poter parlare con rappresentanti del regime di Assad», ha spiegato Rajaa Altalli, una delle 12 donne scelte, durante una conferenza sulla società civile siriana a Roma.

Se però il ruolo delle donne è fondamentale nelle trattative, lo è anche nel mantenimento della pace. «I fatti dimostrano che la presenza femminile tra le forze di mantenimento della pace può funzionare da modello per le donne locali, migliorare le relazioni con le comunità colpite, ridurre l’incidenza di stupro perpetrata dalle forze armate e incentivare le denunce di abuso e violenza: è sicuramente più facile confidarsi con qualcuno dello stesso sesso», si legge in un editoriale di Jean-Marie Guerreno, Presidente dell’International Crisis Group.

Negoziazione, mediazione e mantenimento della pace, ma non solo. Le donne, sostiene l’algerina Hafida Benshehida – senatrice, vice-presidente del comitato per i diritti umani e membro del Mediterranean Women Mediation Network – hanno un ruolo essenziale anche nella prevenzione dei conflitti e nei processi di deradicalizzazione. «In un Paese come l’Algeria, dove durante la guerra civile sono state uccise 200 mila persone, sono stati bruciati 140 istituti e sgozzate ragazze di 15 anni davanti alle scuole, a un certo punto è arrivato il tempo della riconciliazione e, nei villaggi dove le famiglie delle vittime conoscevano gli assassini e le famiglie dei terroristi, bisognava fare un lavoro di ascolto enorme. Una delle figure chiave di questo lungo processo è stata la creazione delle murshidat, degli imam donna che sono andate letteralmente a bussare nelle case». Durante i processi di deradicalizzazione, il loro ruolo sociale è stato ed è tutt’ora indispensabile: «nelle nostre famiglie, le donne hanno un’influenza profonda sui figli o sui nipoti ma queste, se devono parlare, ascoltare o confidarsi con qualcuno, lo faranno sicuramente con un’altra donna e non con un uomo. Non si deve però dimenticare che per essere una brava mediatrice bisogna avere una conoscenza eccezionale del contesto storico, sociale e culturale delle regioni in questione» ha concluso la Benshehida.

Se però il ruolo sociale e civile delle donne sembra essere fondamentale per costruire delle società più pacifiche – che in questo caso sembrerebbe voler dire più inclusive – non bisogna però dimenticare che una volta al potere anche le donne hanno provocato guerre o inasprito dei conflitti: basti pensare alle politiche dell’ex segretario di Stato americano Condoleeza Rice in Iraq, a quelle dell’ex primo ministro israeliano Golda Meir nei confronti dei Palestinesi o a quelle dell’ex ministro degli esteri francese Marie Alliot che, all’inizio della rivoluzione tunisina nel 2011, aveva offerto il supporto francese a Ben Ali.

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