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Il Messico affronta Trump guardando alla Cina

Quando lo scorso 11 maggio il Senato americano ha approvato la nomina di Robert Lighthizer a rappresentante per il commercio estero nell’amministrazione Trump, il Messico ha risposto in maniera piuttosto audace: si è detto contento del passo in avanti fatto dagli Stati Uniti verso l’avvio del processo di rinegoziazione del NAFTA – abbiamo una data ufficiale: non prima del 16 agosto –, ma ha fatto anche sapere che a settembre invierà una delegazione in Cina.

Il Segretario di Stato USA Rex Tillerson e il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray. REUTERS/Jonathan Ernst
Il Segretario di Stato USA Rex Tillerson e il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray. REUTERS/Jonathan Ernst

Il motivo della visita è chiaro. «La useremo geopoliticamente come leva strategica, per mandare il segnale che abbiamo molte alternative», ha detto il segretario dell’Economia messicano Ildefonso Guajardo durante il suo intervento al Mexico Business Forum. Alternative al mercato statunitense, s’intende, dove il Messico invia però addirittura l’80% delle sue esportazioni. Questa praticamente totale assenza di diversificazione commerciale è figlia di un’illusione: l’illusione, cioè, che grazie al libero scambio regionale il settore delle esportazioni avrebbe fatto da traino allo sviluppo complessivo della nazione. Il NAFTA ha sì permesso al commercio tra Messico e Stati Uniti di lievitare enormemente – l’export messicano negli USA è aumentato del 637% dal 1993 al 2014, quello americano in Messico del 478%, secondo uno studio del Congressional Research Service – e ha anche garantito una certa crescita al paese, ma assolutamente insufficiente se consideriamo il suo contesto interno.

Donald Trump e la sua volontà di mettere in discussione forse addirittura i presupposti del NAFTA hanno risvegliato bruscamente la classe dirigente messicana dal suo «sogno del primo mondo», costringendola a trovare, appunto, delle alternative. Ormai consapevole di non poter più fare pieno affidamento sul suo primo partner commerciale – per quanto ci siano dispute bilaterali che vanno avanti anche da parecchi anni –, il Messico ha cominciato a guardare al secondo: la Cina.

Il valore complessivo dell’interscambio commerciale tra Messico e Cina – circa 80 miliardi di dollari nel 2015 –non è però paragonabile a quello con gli Stati Uniti, che supera abbondantemente i 400 miliardi l’anno. Tradizionalmente, Messico e Cina non hanno mai stretto legami economici particolarmente rilevanti: negli anni sono sì stati firmati numerosi accordi commerciali, ma dal 1999 al 2016 le imprese cinesi hanno investito in Messico circa 421 milioni di dollari, una cifra tutto sommato modesta; per di più, i due paesi concorrono per il primato nell’esportazione di alcune categorie di merci negli Stati Uniti (soprattutto macchinari, apparecchiature elettroniche e prodotti agroalimentari).

Ma sembra che di recente i rapporti abbiano cominciato a cambiare, complice anche la nuova proiezione globale cinese. Nel 2013 Pechino e Città del Messico hanno siglato un importante patto di cooperazione strategica che ha stimolato gli scambi commerciali: il Messico esporta in Cina tequila, avocado e carne di maiale ed importa prodotti intermedi. La Cina è attualmente il secondo maggiore fornitore dei beni importati dal Messico e il terzo principale mercato di sbocco per il suo export.

Al G20 del 2016 il presidente messicano Enrique Peña Nieto disse che il rafforzamento delle relazioni bilaterali con la Cina costituiva una «priorità», mentre XiJinping si mostrò interessato ad investire nella creazione di zone economiche speciali in Messico. Ma proprio durante il sessennio di Peña Nieto sono stati cancellati due grossi progetti a partecipazione cinese. Nel 2014, a seguito di un’investigazione giornalistica che aveva evidenziato un possibile conflitto di interessi tra lo stesso presidente e un noto imprenditore, il Messico decise di revocare un appalto multimiliardario per la costruzione di un treno ad alta velocità che era stato vinto da un consorzio guidato dalla China Railway Construction Corporation. Dopodiché, pochi mesi dopo, il governo messicano bloccò la realizzazione di un Dragon Mart (una sorta di enorme punto vendita di prodotti cinesi) a Cancún, imponendo anche una tassa di un milione e mezzo di dollari ai costruttori per i danni ambientali provocati nell’area.

Ma non tutto potrebbe essere perduto: i capitali cinesi in America Latina si concentrano infatti principalmente nel settore estrattivo, che è esattamente il genere di investimenti che il Messico ha più intenzione di attrarre. Stando agli ultimi dati disponibili, la Repubblica Popolare Cinese è la terza potenza straniera più presente nel mercato messicano dell’estrazione mineraria, ma la sua quota di partecipazione (5%), sebbene in crescita, è ancora ben lontana da quella statunitense (17%) e soprattutto canadese (65%). La recente liberalizzazione del settore petrolifero messicano, poi, ha subito attirato l’attenzione di Pechino, e lo scorso dicembre la China National Offshore Oil Corporation si è aggiudicata alcuni blocchi esplorativi nelle acque del Golfo del Messico.

La ritirata delle case automobilistiche statunitensi dal Messico, spaventate dallo spettro delle tariffe punitive che Trump ha già agitato qualche mese fa, potrebbe inoltre liberare il campo alle aziende cinesi: la JAC Motors ha promesso un investimento di 210 milioni di dollari per il potenziamento di un impianto nello stato di Hidalgo, mentre il Gruppo BAIC starebbe pensando di aprire in Messico uno stabilimento per la produzione di automobili e veicoli elettrici.

Già da prima che Trump assumesse ufficialmente la presidenza degli Stati Uniti, la Cina non ha perso occasione per presentarsi al Messico come la sua grande alleata in Asia, posizione espressa anche durante l’incontro, a dicembre, tra il consigliere di stato cinese Yang Jiechi e l’allora segretaria degli Esteri messicana Claudia Ruiz Massieu. Resterà da vedere se l’alternativa cinese si rivelerà davvero quella giusta per il Messico.

@marcodellaguzzo

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