Il boom dell'avocado nel mirino dei narcos messicani

Lo stato messicano di Michoacán è il paradiso dell’avocado, diventato oro verde con il boom dell'export verso gli Usa. Tanto da convincere molti migranti a tornare. E ad attirare l’attenzione dei narcotrafficanti. Ma nella “capital del aguacate” hanno imparato a difendersi

Avocado in uno store in Messico. REUTERS/Edgard Garrido
Avocado in uno store in Messico. REUTERS/Edgard Garrido

Tutto cominciò con il caffè. O meglio, con l’estasi della contessa spagnola Fanny Calderón de la Barca per le fertili terre di Uruapan nello Stato di Michoacán (Messico), dove, a metà del 1800, fiorivano rigogliosi gli alberi di pesche e albicocche. Pochi anni dopo, le piantagioni di caffè d’altura riempivano gli occhi e la terra ma avevano bisogno di un po’ di riposo dal sole e, per questo, furono piantati degli “ombrelloni”. Che altro non erano se non degli alberi di avocado. Un po’ alla volta, il prezzo del frutto cominciò ad aumentare, superando quello del caffè e trasformando lo Stato messicano nel paradiso dell’avocado. Il come si sia passati da idilliache piantagioni a usare quello che oggi è conosciuto come l’oro verde per nascondere 800 chili di cocaina, è un racconto tutto messicano: duro, appassionato, pericoloso. E con un finale talmente incerto da poter influenzare persino le scelte di politica migratoria degli Stati Uniti.

Pochi giorni fa, nei consueti pattugliamenti delle forze dell’ordine per le strade di Sonoyta, a pochi metri dalla frontiera con gli Stati Uniti, gli agenti della Sedena (ministero della Difesa) si sono insospettiti durante la revisione di un camion che trasportava un carico di avocado e hanno approfondito i controlli, scoprendo più di 800 chili di cocaina mimetizzati tra i frutti, avvolti in carta carbone e coperti di nylon trasparente, con destinazione Usa, il Paese dove si vende il 60 per cento delle droghe prodotte mondialmente (l’altra regione di maggior consumo è l’Europa, i dati sono del Rapporto mondiale sulle droghe realizzato annualmente dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine Unodc).

Non è la prima volta che gli agenti di frontiera hanno a che fare con la creatività dei trafficanti di droga ma l’uso dell’oro verde non è casuale. Per le organizzazioni criminali che si alternano al comando del territorio, il guadagno ottenuto dall’estorsione ai coltivatori di avocado si aggira intorno ai 100 milioni di dollari.

Niente male per un frutto chiamato in patria “aguacate” (dalla parola azteca “ahuacatl” che probabilmente gli spagnoli confusero con avocado), “palta” in altri Paesi dell’America Latina e al quale ci si riferiva anche come “pera dell’alligatore”, per la sua buccia ruvida e verde scura. Un tesoro verde che oggi porta al suo Paese più di 2,5 miliardi di dollari (circa 46,5 miliardi di pesos messicani, lo stipendio medio nel 2017 era compreso tra i 4.500 e gli 8.000 pesos). Ma non è stato sempre così.

La storia dell’avocado messicano cambia radicalmente nel 1997 quando, con l’Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), entrato in vigore tre anni prima, comincia una forte esportazione verso gli Stati Uniti. Quello che prima era un frutto di nicchia, difficile da reperire, quasi misterioso, viene fortemente promosso dall’Apeam (Asociación de Productores y Empacadores Exportadores de Aguacate de México), che fa la sua più grande scommessa nella pubblicità trasmessa durante il Super Bowl, la finale del campionato della National Football League. È il trampolino di lancio definitivo. Dalle seimila tonnellate di avocado consumate negli Usa tra il 1997 e il 1998, si passa alle più di 800mila del 2017: solo nella domenica del Super Bowl, si mangiano 160 milioni di aguacates. Altre esportazioni sono verso il Giappone e il Canada ma, per ora, restano in totale intorno alle 160mila tonnellate. 

“El Aguacate” è prodotto in 35 regioni del Paese. Solo lo Stato di Michoacán, però, per il suo clima temperato, garantisce una produzione costante durante tutto l’anno. Otto frutti su dieci che arrivano negli USA provengono da Michoacán. Ed è proprio per la sua ricchezza di oro verde che questo Stato è diventato preda di estorsioni, omicidi e incendi forestali: il ministero dell’ambiente della regione afferma che ogni anno si perdono tra i 600 e i mille ettari di bosco a causa dei roghi e che ci sono circa 20mila ettari di piantagioni furtive, ossia legalmente non convertibili in piantagioni di avocado.

Il nemico però più accanito, e temuto, continua a essere la criminalità organizzata. L’interessamento dei narcotrafficanti all’affare miliardario del commercio di avocado ha obbligato i cittadini di Tancitaro, “la capital del aguacate”, a organizzarsi in squadre di auto-difesa. Una “polizia dell’avocado”, armata con fucili d’assalto e composta da cittadini, coltivatori, produttori e poliziotti, che compiono ronde costanti per sorvegliare il territorio. Le altre esperienze di auto-difesa vissute dal Messico a partire dal 2006 - anno in cui l’allora presidente Felipe Calderon dichiarò guerra al narcotraffico con il solo risultato, a oggi, di avere aumentato il livello di violenza nel Paese - non sono state positive. Gruppi di cittadini partiti con le migliori intenzioni sono stati comprati – o minacciati – dalle organizzazioni criminali, divenendo loro alleati. Ma fino a ora a Tancitaro sembra che le milizie “autogestite” stiano dando i loro frutti. La catena produttiva non paga più il pizzo ai narcos e impiega quei soldi nel finanziamento del corpo speciale per la protezione delle piantagioni.

L’avocado messicano, secondo il rapporto della Apeam, crea 70mila posti di lavoro diretti e 300mila indiretti, rappresenta l’80% del consumo negli USA e il 50% delle esportazioni del frutto a livello mondiale. Il portavoce, Ramón Paz Vega, in una dichiarazione sul sito dell’associazione, afferma che quasi 100mila famiglie michoacane hanno raggiunto un livello di vita degno, produttivo, e che non pensano a migrare: «Negli anni ’90 l’organizzazione aveva più lavoratori negli Stati Uniti che qui, oggi invece molta gente sta tornando per restare». 

@GiuliaDeLuca82

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