Candidato favorito alle imminenti presidenziali, López Obrador punta ad aprire in Messico un corridoio commerciale transoceanico. E intende presentare il progetto alla Cina. Con l’ambizione di competere con il Canale di Panama e sganciarsi dagli Usa. Ma deve prima convincere Xi

Containers in un porto messicano. REUTERS/Edgard Garrido
Containers in un porto messicano. REUTERS/Edgard Garrido

Lo scorso settembre, al vertice dei Brics a Xiamen, il presidente cinese Xi Jinping aveva detto che il Messico rappresentava un «nodo centrale» nella «naturale estensione» della Nuova via della seta in America latina. Una dichiarazione sicuramente interessante, specie se vista alla luce della crescita delle relazioni bilaterali tra Cina e Messico, ma allo stesso tempo un po’ fumosa. Certo, Pechino ha invitato le nazioni latine e caraibiche a partecipare all’iniziativa Belt and Road – uno dei nomi del gigantesco progetto infrastrutturale e commerciale a trazione cinese – e il Messico, in questo senso, avrebbe da offrire un’ottima posizione geografica. Nello specifico, tuttavia, non era chiaro quale potesse essere l’apporto concreto – opere, strutture, vie di collegamento – del Messico alla piattaforma proposta dalla Cina.


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Uno spunto di analisi in questo senso è stato offerto negli scorsi giorni da Andrés Manuel López Obrador, il nazionalista di sinistra candidato, e favorito, alle elezioni presidenziali del prossimo 1 luglio. Il sondaggio più recente lo dà al 37%, con quattordici punti di vantaggio su Ricardo Anaya (23%), a capo di una coalizione di centro-destra e centro-sinistra; José Antonio Meade, rappresentante del Partito Rivoluzionario Istituzionale attualmente al governo, ha raccolto invece solo il 17% delle preferenze. Gli indecisi formano comunque ancora un solido 20% dei votanti intervistati.

Ritenuto più interessato al mercato interno che alla politica e al commercio esteri, Andrés Manuel López Obrador (spesso compresso in Amlo) non ha mai fatto mistero di voler creare un corridoio commerciale che unisca i porti meridionali di Salina Cruz, sulla costa occidentale, e di Coatzacoalcos, che affaccia invece sul Golfo del Messico. Il nome di questa lingua di terra, dove gli oceani Atlantico e Pacifico distano appena duecento chilometri, è istmo di Tehuantepec.

In realtà, non si tratterebbe di una creazione dal nulla quanto piuttosto di un aggiornamento. Amlo si prefigge cioè di modernizzare sia i due porti negli Stati di Oaxaca e Veracruz sia la vecchia linea ferroviaria della regione – la Ferrovia trans-istmica – che oggi giace sottoutilizzata. In aggiunta a questo, e sempre nell’ottica di stimolare la crescita in un Sud depresso, Amlo punta alla formazione di una zona industriale attorno al tratto che generi a sua volta nuovi posti di lavoro. Il progetto verrebbe portato avanti attraverso una combinazione di iniziativa pubblica, privata e sociale.

Più rilevante da un punto di vista geopolitico è stata la precisazione fatta da Gerardo Esquivel, economista e consigliere di Amlo. Esquivel, come riporta il Financial Times, ha detto di voler sottoporre il progetto del corridoio transoceanico da Coatzacoalcos a Salinas Cruz all’attenzione della Cina: “È il tipo di progetto in cui [i cinesi, ndr] vorranno sicuramente investire, perché è progetto infrastrutturale a lungo termine con chiari ritorni positivi”.

Per portare avanti il mastodontico disegno della Nuova via della seta che collegherà Asia ed Europa – oltre sessanta Paesi coinvolti, scrive Simone Pieranni, il 62% circa della ricchezza mondiale –, Pechino sta effettivamente investendo molto proprio nella costruzione di infrastrutture e arterie utili a congiungere gli snodi dei traffici commerciali. Un disegno tanto ambizioso quanto complicato: lo si è visto ad esempio in Pakistan e Nepal, o in Montenegro.

Di questi snodi cruciali, uno dei più importanti per la Cina è il canale di Panamá, da cui passa la rotta pacifica della Nuova via della seta. Nei piani di Amlo ed Esquivel il corridoio lungo l’istmo di Tehuantepec servirebbe proprio da tratta alternativa allo stretto panamense, più di duemila chilometri a sud.

L’idea di una arteria trans-istmica in Nordamerica, seppur ancora in stato embrionale, potrebbe non dispiacere affatto a Pechino. Il costo di realizzazione dell’opera è stimato sui 7 miliardi di dollari solo nel primo anno e Amlo assicura di voler dare inizio ai lavori il prima possibile, già dal primo giorno di governo. Bisogna però tener conto di un paio di cose.

La prima è che per la Cina il canale di Panamá è fondamentale e probabilmente insostituibile. Pechino non è soltanto il secondo utilizzatore al mondo dello stretto ma è anche il maggiore investitore nel Paese, dove partecipa alla costruzione di porti e terminali utili al suo disegno geopolitico e commerciale. La presenza e il peso economico e politico di Pechino a Panamá sono fortissimi e per la repubblica centroamericana questo legame è così importante da averla spinta, un anno fa, a rompere i rapporti diplomatici con Taiwan e ad avviarli invece con Pechino in nome del riconoscimento di “una sola Cina”. Nella migliore delle ipotesi per il Messico, la Cina vedrebbe dunque nell’istmo di Tehuantepec una tratta aggiuntiva o complementare al canale di Panamá ma di certo non sostitutiva.

La seconda: mentre a Panamá i cinesi sono ben piantati, in Messico hanno già visto naufragare alcuni importanti progetti infrastrutturali, nonostante l’amministrazione Peña Nieto si fosse fin da subito prefissata di rafforzare i legami sino-messicani.

Ad esempio, a fine 2014 il governo di Enrique Peña Nieto ha deciso di revocare un appalto da 3,7 miliardi di dollari per la costruzione di un treno ad alta velocità nel Messico centrale, che era stato precedentemente vinto da un consorzio guidato dalla China Railway Construction Corporation. Si trattò di una decisione praticamente obbligata, dopo lo scandalo sollevato da un’inchiesta giornalistica che aveva rivelato dei presunti trasferimenti di denaro tra un imprenditore collegato al consorzio e la famiglia del presidente. Il progetto di una linea ad alta velocità da Città del Messico a Querétaro è stato poi abbandonato del tutto l’anno successivo.

O ancora, nel 2015 sempre il governo messicano ha bloccato la costruzione di un Dragon Mart – una sorta di grande centro commerciale per prodotti cinesi – a Cancún per questioni di impatto ambientale, cancellando un progetto da 180 milioni di dollari.

Il timore di ulteriori perdite potrebbe quindi far desistere la Cina dall’investire nuovamente nelle grandi opere in Messico. A ciò si aggiunge l’incertezza sui contratti di sfruttamento petrolifero – la China National Offshore Oil Corporation si è aggiudicata all’asta diversi blocchi – che l’amministrazione Amlo potrebbe voler revisionare in caso di vittoria.

Allo stesso tempo, è però pur vero che negli ultimissimi anni sia l’interesse di Pechino per il Messico, sia gli investimenti, sono cresciuti. Come riporta uno studio dell’Atlantic Council, dal 2014 al 2016 la Cina ha investito oltre 4 miliardi di dollari in una quarantina di progetti in Messico, soprattutto nei settori automobilistico ed estrattivo/energetico: un dato “notevole”, secondo il think tank americano, considerato che in nessun anno precedente erano mai stati stretti più di cinque accordi.

Allinearsi alla Nuova via della seta cinese vorrebbe dire, per il Messico, sganciarsi dagli Stati Uniti, alleato relativamente recente – i legami bilaterali hanno iniziato a farsi forti dall’entrata in vigore del libero scambio, nel 1994 – ma oggi assolutamente cruciale. Circa l’80% delle esportazioni messicane è diretto verso Washington e una grossa percentuale del Pil della nazione dipende dall’interscambio con il vicino a nord. Ma Donald Trump, con la sua retorica e soprattutto con il suo approccio protezionista – i negoziati del Nafta a rischio implosione continuo, i dazi sull’alluminio e l’acciaio –, sta mettendo in pericolo i rapporti commerciali e forzando il Messico a guardarsi intorno in cerca di nuovi partner.

Con il mandato di Peña Nieto ormai vicino alla fine, bisognerà aspettare le mosse del prossimo presidente, che dopo il voto di luglio si insedierà il 1° dicembre, per avere una visione più concreta del riorientamento messicano: innanzitutto se ci sarà davvero, quanto sarà drastico, quale direzione prenderà. Allora forse si capirà anche se le parole di Xi Jinping sul Messico come “nodo centrale” erano state profetiche o soltanto retoriche.

@marcodellaguzzo

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