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Quei 43 giovani messicani svaniti nel nulla

A tre anni dalla scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa nel sud del Messico è ancora incerto il movente e sono sconosciuti i colpevoli. Ecco quello che sappiamo fino ad oggi. 

Un attivista durante una manifestazione per ricordare la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa. REUTERS/Henry Romero
Un attivista durante una manifestazione per ricordare la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa. REUTERS/Henry Romero

Dal 26 settembre 2014 di quarantatré ragazzi messicani non si sa più nulla. Sono gli allievi della Scuola normale di Ayotzinapa, una località rurale nel Messico del sud, che nella notte di tre anni fa sono scomparsi dalla città di Iguala a seguito di un’aggressione dalle dinamiche e dai moventi ancora incerti. L’incertezza sui fatti è dovuta all’atteggiamento volutamente opaco della Procura generale messicana (d’ora in poi PGR), che ha costruito una verità ufficiale di comodo mescolando distorsioni, falsità, omissioni e presunti comportamenti illegali, come più volte denunciato dalla stampa e dalle organizzazioni per i diritti umani in questi lunghi 1095 giorni. Il governo di Enrique Peña Nieto è stato inoltre recentemente accusato di aver spiato con un apposito software tre avvocati dei parenti delle vittime e addirittura il team internazionale che stava indagando in maniera indipendente sul caso. 

Ad oggi, dunque, sappiamo poco o addirittura nulla sulla sorte dei quarantatré studenti scomparsi e sul motivo del loro rapimento, e non abbiamo certezze sull’identità dei colpevoli. Sappiamo però che il “caso Iguala” è una storia che intreccia istituzioni e criminalità, e che si inserisce in un contesto ben più ampio: i desaparecidos messicani sono, ufficialmente, più di trentunomila.

I fatti

Sappiamo, a grandi linee, che il 26 settembre 2014 un centinaio di alunni della Normale di Ayotzinapa avevano dirottato cinque pullman per garantirsi dei mezzi di trasporto in vista di una manifestazione che si sarebbe tenuta il 2 ottobre a Città del Messico. Verso le 21:30 tre di quei bus passano per la piazza principale della città di Iguala e nel giro di una ventina di minuti subiscono tre aggressioni armate da diversi corpi di polizia municipale e da alcuni sicari di un piccolo cartello che porta il nome di Guerreros Unidos; testimoni riferiscono la presenza anche di agenti della polizia federale. Alle 22 viene fermato un quarto pullman in una zona differente della città: i normalisti vengono picchiati dai poliziotti; pattuglie della polizia federale e dell’esercito avrebbero assistito alla scena senza intervenire. Un quarto d’ora dopo si verifica un quinto attacco all’ultimo autobus: alcuni studenti vengono arrestati, altri fuggono e vengono inseguiti dai poliziotti e dai presunti narcos. Alle 23:20 c’è una sesta sparatoria, che la polizia municipale rivolge però – non è chiaro se erroneamente o meno – contro un pullman che trasportava una squadra di calcio. Verso mezzanotte e mezza, gli studenti sopravvissuti improvvisano una conferenza stampa per denunciare l’accaduto: irrompono almeno tre persone non identificate che aprono il fuoco sui presenti.

Il saldo totale delle vittime della notte è sei, tre studenti e tre civili. La lista degli attori coinvolti attivamente o passivamente nella vicenda – sebbene la PGR non riconosca la presenza di tutti questi – include le polizie municipali di Iguala, Cocula e Huitzuco, la polizia statale del Guerrero, la polizia federale, l’esercito e i presunti membri dei Guerreros Unidos.

La cremazione nella discarica

Per le 23:50 tutti e quarantatré i normalisti dispersi si troverebbero nelle mani dei loro rapitori. La PGR, in quella che l’allora procuratore definì «verità storica», ritiene che la responsabilità del sequestro vada ricondotta a cinque sicari dei Guerreros Unidos, che avrebbero poi ricevuto l’ordine di condurli in una discarica nei pressi della vicina città di Cocula per ucciderli e dare infine fuoco ai corpi.

È questo l’episodio più debole e meno convincente di tutta la ricostruzione ufficiale del “caso Iguala”. Il GIEI – il Gruppo Internazionale di Esperti Indipendenti chiamato a svolgere indagini autonome sul caso, che il governo messicano ha però deciso di sollevare dall’incarico un anno fa – ha infatti non soltanto scoperto che le dichiarazioni dei presunti narcos sono state ottenute sotto tortura, ma che nella discarica non possono essersi realizzate tutte le condizioni necessarie ad appiccare un incendio in grado di incenerire un numero così alto di esseri umani.

Per cominciare, tra il 26 e il 27 settembre 2014 a Cocula si sono registrate forti piogge; l’incendio avrebbe poi richiesto molto più tempo di una mezza giornata e oltre venti tonnellate di legna da ardere, avrebbe emanato una quantità di fumo visibile da chilometri di distanza e avrebbe dovuto danneggiare la vegetazione circostante, che invece è rimasta intatta. È insomma impossibile che i quarantatré normalisti siano stati cremati nella discarica: col GIEI concordano anche l’EAAF (una équipe di antropologi forensi argentini nominata perito dai parenti dei normalisti) e José Torero, professore all’Università di Queensland, in Australia, che lo scorso anno ha replicato l’episodio di Cocula bruciando delle carcasse di maiale, osservando come il fuoco non riuscisse a cancellare completamente i resti degli animali.

Le omissioni della Procura e il ruolo delle forze di sicurezza

Nonostante sia stata dimostrata l’impossibilità scientifica del rogo nella discarica, la PGR ritiene comunque che, una volta terminata la cremazione, i narcotrafficanti abbiano chiuso le ceneri dei quarantatré studenti in delle buste che avrebbero poi gettato in un fiume poco distante, il San Juan. È proprio qui che la PGR afferma di aver rinvenuto alcuni frammenti ossei di due normalisti dispersi, Alexander Mora e Jhosivani Guerrero: l’identificazione del secondo è stata contestata, mentre quella del primo non è comunque sufficiente a confermare la sua morte – né tantomeno quella dei suoi compagni.

Il GIEI è riuscito ad entrare in possesso di un video datato 28 aprile 2014 – il giorno dopo si sarebbe svolta la prima perizia ufficiale – che mostrava l’uomo a capo delle indagini,Tomás Zerón, aggirarsi per il fiume San Juan,e dei sacchi simili a quelli che secondo la PGR contenevano i resti inceneriti degli studenti.Zerónsi difese sostenendo di essersi recato sul luogo in compagnia di due rappresentanti delle Nazioni Unite, che però smentirono subito la loro presenza. Il GIEI sostiene insomma che non esistano prove valide per affermare che i normalisti dispersi siano stati anche soltanto condotti alla discarica di Coculao che i frammenti (un dito e un dente) di Mora siano stativeramente ritrovati nel San Juan, e che quindi il fiume sia in qualche modo legato al “caso Iguala”.

È importante sottolineare che nella teoria sostenuta dalla PGR gli studenti rapiti vengono uccisi intorno alla mezzanotte e che i rispettivi cellulari vengono bruciati con loro. Eppure il GIEI è riuscito a scoprire che molti di quei telefoni sono risultati attivi ben oltre quell’orario (uno studente ha inviato un messaggio alla madre all’1:16 di notte) e anche ben oltre quella data. Le localizzazioni indicano poi posizioni diverse dalla discarica in cui avrebbero trovato la morte.

La PGR non ha mai voluto coinvolgere la polizia federale e l’esercito nelle indagini – addirittura impedendo al GIEI di interrogare i soldati del 27° battaglione di fanteria, di stanza proprio nella città di Iguala –, sebbene la loro presenza nelle strade la notte del 26 settembre 2014 sia stata accertata.

I possibili moventi

Quest’ultimo fatto si collega alla domanda forse più grossa di tutto il “caso Iguala”: qual è il movente dietro alla sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa? Secondo la traballante «verità storica», i Guerreros Unidos, con la complicità di alcuni agenti di polizia municipale, avrebbero assalito, rapito e ucciso i normalisti perché li credevano membri della gang rivale dei Los Rojos.

Secondo il GIEI, invece, a motivare l’aggressione agli studenti sarebbe stata una grossa partita di eroina diretta negli Stati Uniti che era stata nascosta in uno dei cinque autobus che i giovani avevano dirottato. Sebbene si tratti di un movente forse non del tutto convincente, è però curioso che la PGR avesse inizialmente conteggiato solo quattro pullman nella sua ricostruzione, riconoscendo l’esistenza di un quinto solo molto più tardi e per di più sottoponendo alle perizie un veicolo diverso da quello effettivamente in possesso dei normalisti la notte del 26 settembre 2014.

La PGR ha anche tralasciato di indagare tutti i possibili legami tra esercito e criminalità. Eppure non sono poche le denunce che parlavano della presenza proprio di un importante militare nei vertici dei GuerrerosUnidos. Inoltre, il GIEI era riuscito a scovarela dichiarazione di un marò messicano che accusava un soldato del 27° battaglione di trafficare armi per conto dei GuerrerosUnidos; dichiarazione che, nonostante le sollecitazioni, non è stata approfondita dalle autorità.

@marcodellaguzzo

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