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Cosa cambia in Messico se vince il "populista" López Obrador

Il partito di governo presenterà alle presidenziali di luglio il tecnocrate José Antonio Meade. Ma il grande favorito nei sondaggi è Andrés Manuel López Obrador, carismatico candidato di sinistra che fa paura a molti, dalla classe media agli imprenditori. Ma soprattutto agli Usa

Il candidato alle presidenziali messicane Andres Manuel Lopez Obrador. REUTERS/Jonathan Ernst
Il candidato alle presidenziali messicane Andres Manuel Lopez Obrador. REUTERS/Jonathan Ernst

Mancano ancora sette mesi alle elezioni presidenziali messicane, ma una cosa è già chiara: la vera sfida sarà tra un tecnico e un populista. Il Pri, il partito di governo, ha finalmente svelato quello che sarà senza ombra di dubbio il suo candidato: si tratta di José Antonio Meade, l’ex-ministro delle Finanze dimessosi proprio lo scorso lunedì, un economista laureato a Yale con fama di funzionario onesto e competente. A Meade verrà assegnata la difficile missione di ottenere più voti di Andrés Manuel López Obrador – il cosiddetto populista di sinistra dato in testa da tutti i sondaggi – e di convincere gli elettori ad appoggiare lo stesso partito che li ha fatti infuriare con i numerosi scandali di corruzione: ben quattro importanti governatori del Pri sono stati arrestati per peculato quest’anno; il tasso di gradimento di Enrique Peña Nieto è del 26% appena, e solo il 2% dei messicani dichiara di avere fiducia nel governo.

Nonostante tutto, José Antonio Meade potrebbe comunque avere qualche possibilità. Non essendo formalmente affiliato al Pri, Meade potrà presentarsi alla popolazione come un tecnico piuttosto che come un politico, sfruttando così il diffuso risentimento verso i partiti tradizionali. Avendo già ricoperto cariche importanti nelle precedenti amministrazioni di centro-destra, sarà inoltre in grado di raccogliere consensi anche al di fuori dei confini del Pri. Ma soprattutto, potendo contare su una buona reputazione pubblica, Meade potrà far leva sulla paura della classe media e imprenditoriale, spaventate dall’ipotesi di una vittoria di López Obrador alle presidenziali.

Tanto il Pri quanto il  Pan (il partito di centro-destra) si trovano concordi nel descrivere López Obrador come un pericoloso demagogo che sovvertirà l’ordine sociale ed economico del Messico fino a far sprofondare la nazione in un caos paragonabile a quello venezuelano: non a caso, Chávez e Maduro sono i due nomi a cui viene più frequentemente associato. Ma niente di tutto questo è reale: il Messico ha già assistito ad una prova di governo di López Obrador – è stato sindaco della capitale dal 2000 al 2005 –, nella quale si è già dimostrato ben lontano dall’estremismo. Dal populismo López Obrador riprende però lo spiccato personalismo, l’antipolitica e la classica retorica del «noi» (il popolo sempre onesto, cui fa da portavoce) contro «loro» (la classe dirigente corrotta).

López Obrador ha già corso per la presidenza, mancandola per pochi punti, nel 2006 e nel 2012, ed è probabile che nel 2018 riuscirà finalmente a conquistarla. È il candidato di gran lunga più popolare (la destra è spaccata in due e la sinistra istituzionale è troppo debole, mentre Meade del Pri è una figura poco carismatica e a molti perfino sconosciuta), nonché il candidato che ha saputo cavalcare meglio l’indignazione dei messicani per la diffusa corruzione politica, e il loro odio per Donald Trump.

Di López Obrador ha paura la classe media, preoccupata dall’instabilità che una sua vittoria potrebbe generare e da una fuga di capitali che farebbe crollare ulteriormente il peso. Di López Obrador ha paura il mondo imprenditoriale nazionale ed internazionale, che teme che il suo progetto statalista e autarchico possa metter fine alla libera concorrenza, specialmente nel settore dell’energia. Di López Obrador hanno paura, infine, gli Stati Uniti, allarmati dalla possibilità di un populista a Los Pinos che trasformi il Messico in un Paese ostile.

Anonimi funzionari del dipartimento di Stato americano hanno recentemente confessato a Reuters di temere che, con López Obrador alla presidenza, la relazione tra Stati Uniti e Messico possa rallentare. Mentre sia il Pri che il Pan hanno detto di voler proseguire nella cooperazione bilaterale sul narcotraffico e l’immigrazione anche dal 2018, López Obrador si è invece detto contrario all’approccio militarizzato contro il crimine organizzato, che il Messico porta avanti da decenni con il sostegno logistico ed economico di Washington.

López Obrador è inoltre riuscito a sfruttare a suo favore la ripresa dell’anti-americanismo in Messico, innescato dall’ostilità di Donald Trump: oggi il 65% dei messicani ha un’opinione negativa degli Stati Uniti, contro il 29% di soli tre anni fa. È andato in California e a New York a difendere i diritti dei migranti messicani, ha detto di voler denunciare le politiche migratorie della Casa Bianca di fronte alle Nazioni Unite e ha promesso che affronterà il processo di rinegoziazione del Nafta con più fermezza di quanta non stia mettendo Peña Nieto.

López Obrador potrebbe colpire anche gli interessi energetici americani in Messico. Oggi gli Stati Uniti sono i primi fornitori di gas e di benzina in Messico, la cui produzione petrolifera è in crisi dal 2004, e grosse compagnie americane come la Exxon Mobil stanno approfittando della liberalizzazione del settore degli idrocarburi per fare grossi investimenti nel Paese. Obrador, oltre a voler costruire nuove raffinerie per ristabilire l’autosufficienza energetica del Messico e ridurre le importazioni di carburante, ha anche detto di voler revisionare i contratti di sfruttamento petrolifero che l’amministrazione Peña Nieto ha già stipulato con gli imprenditori privati.

Molte cose potrebbero cambiare tra Messico e Stati Uniti qualora López Obrador dovesse vincere le presidenziali di luglio. José Antonio Meade, il tecnocrate del Pri, è senza dubbio il candidato preferibile per Washington: un uomo moderato e di vedute liberali, che assicurerà continuità al processo di apertura alle logiche di mercato e all’approccio securitario contro il narcotraffico. Ma non saranno gli americani a votare, e secondo l’ultimo sondaggio Obrador è ancora in testa con il 28,7% delle preferenze; segue Meade con il 23,2%. A parità di onestà – né l’uno né l’altro sono accusati di corruzione –, la scelta finale che i messicani dovranno compiere potrebbe essere proprio tra tecnocrazia e "populismo".

@marcodellaguzzo

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