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La violenza dei narcos spacca il Messico: serve l'esercito o il perdono?

Dopo dieci anni di guerra alla droga, la crisi securitaria è più grave che mai. Malgrado il flop della militarizzazione, una nuova legge affida l’ordine pubblico all’esercito. La sinistra invece apre all’amnistia per i capi dei cartelli. Ma anche la pax mafiosa oggi è un azzardo

La polizia protesta contro una legge che militarizza la lotta al crimine nel Paese con che cartelli dicono: "No alla militarizzazione nel Paese" fuori del Senato a Città del Messico. Messico, 5 dicembre 2017. REUTERS / Carlos Jasso
La polizia protesta contro una legge che militarizza la lotta al crimine nel Paese con che cartelli dicono: "No alla militarizzazione nel Paese" fuori del Senato a Città del Messico. Messico, 5 dicembre 2017. REUTERS / Carlos Jasso

Le indagini statistiche restituiscono un Messico mai così violento da decenni, con quasi 24.000 omicidi solo nei primi dieci mesi del 2017. I sondaggi dicono che l’insicurezza è, comprensibilmente, la principale preoccupazione dei messicani. Ma la politica è quanto mai divisa sulle risposte da dare a questo bisogno di protezione dei cittadini: il Pri (il partito di governo) e i conservatori vorrebbero continuare ad affidare la pubblica sicurezza all’esercito, la sinistra si oppone, mentre Andrés Manuel López Obrador ha proposto di concedere l’amnistia ai capi del narcotraffico per assicurare la pace nella nazione.

La legge sulla sicurezza interna (Ley de Seguridad Interior) è stata approvata con grande fretta dalla camera bassa del Congresso lo scorso 30 novembre, e il senato potrebbe esprimere il suo assenso questa settimana. Si tratta di una legge che in sostanza affida ai militari le attività di tutela dell’ordine pubblico, formalizzando una situazione che di fatto è già realtà da undici anni.

È dal 2006 – da quando cioè l’allora presidente Felipe Calderón diede inizio alla guerra armata contro il narcotraffico, ancora in corso – che il Messico ha delegato all’esercito il mantenimento della sicurezza interna, lasciando agire i militari al di fuori della loro area di competenza. I soldati sono addestrati ad eliminare i nemici, non ad arrestare i criminali, e infatti i risultati di una decade di militarizzazione della sicurezza sono pessimi: gli abusi verso la popolazione sono aumentati, duecentomila persone sono morte e oltre trentamila sono scomparse, la violenza si è estesa anche in Stati prima pacifici e lo scorso ottobre è stato il mese con il più alto numero di omicidi degli ultimi vent’anni. La politica ha scelto di affidare ai soldati compiti propri delle forze di polizia perché ritiene queste ultime inefficienti e corrotte. Ma anche l’esercito è implicato in numerosi episodi di rapimento e di esecuzione extragiudiziale (la sparizione dei quarantatré studenti di Ayotzinapa, i massacri di civili di Tlatlaya, Apatzingán e Calera), mentre i casi di tortura riconducibili alle forze armate sono cresciuti del 600% dal 2003 al 2013.

Trasformando l’eccezione (la presenza delle truppe per le strade) in regola, la Ley de Seguridad Interior non risolve – e anzi disincentiva le istituzioni a porvi rimedio – uno dei problemi principali del Messico: la mancanza di corpi di polizia competenti, sia a livello nazionale che locale.

Tra i critici della legge ci sono anche la Commissione interamericana dei diritti umani e l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein, che l’ha definita «molto preoccupante» a causa di alcune ambiguità che potrebbero permettere al presidente di disporre arbitrariamente delle forze armate e a queste di agire in maniera autonoma senza essere soggette al controllo delle autorità civili. La Ley de Seguridad Interior afferma ad esempio che i diritti umani potranno essere sospesi in caso di «gravi perturbazioni dell’ordine pubblico», o che nessuna manifestazione verrà considerata una minaccia a patto che sia «pacifica», senza però esplicitare chiaramente il significato di queste espressioni. Il timore è che questa vaghezza possa trasformare la legge in uno strumento politico nelle mani del presidente, permettendogli di reprimere con facilità qualsiasi protesta antigovernativa.

D’altra parte, Andrés Manuel López Obrador – il cosiddetto populista di sinistra dato per favorito alle presidenziali di luglio 2018 – propone una soluzione completamente diversa alla crisi securitaria. Respingendo l’approccio militaristico contro la criminalità organizzata, lo scorso 2 dicembre López Obrador ha dichiarato di star valutando la possibilità di concedere l’amnistia ai capi del narcotraffico per garantire la pace in Messico. La proposta è stata attaccata e criticata da tutto lo spettro politico: c’è chi l’ha giudicata una negazione della giustizia, chi una delegittimazione dello Stato, chi una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime.

Al di là delle questioni etiche, sul piano politico López Obrador potrebbe faticare a conciliare l’ipotesi di un’amnistia ai criminali con la sua posizione intransigente nei confronti della diffusissima impunità, una realtà che suscita parecchia indignazione nella popolazione e che finora è riuscito a capitalizzare. Sul piano pratico, invece, la sua proposta merita di essere esaminata attentamente.

Non è anzitutto scontato che un’amnistia possa bastare a pacificare il Messico. In El Salvador la tregua del 2012 con le bande criminali diede risultati soltanto parziali e limitati nel tempo: nel 2016 il tasso di omicidi era del 20% più alto rispetto al 2011. In Colombia, il patto con le Autodifese unite nel 2003 ebbe più successo ma alcuni guerriglieri smobilitati finirono poi per unirsi alle gang.

Difficilmente replicabile appare anche la vecchia pax mafiosa tra il Pri e i boss del narcotraffico: un accordo tra istituzioni e criminalità è possibile solo se le parti contraenti sono in numero limitato, come notava bene Alejandro Hope, uno dei maggiori esperti di sicurezza in Messico. Oggi lo scenario criminale messicano non è più formato da poche e grandi organizzazioni, ma da decine di gruppi minori nati con la “decapitazione” dei cartelli storici. Negoziare una pace con una tale quantità di attori, ognuno con i propri interessi particolari, è estremamente complicato se non addirittura infattibile. D’altra parte, scendere a patti con alcuni gruppi soltanto finirebbe col provocare una reazione violenta da parte delle fazioni escluse dall’accordo. La formula Olvido no, perdón sí («Oblio no, perdono sì») propugnata da López Obrador forse non si concilia con l’attitudine predatoria di queste neo-organizzazioni, che con le loro attività – estorsioni e sequestri, e solo in misura minore traffico di droga – costituiscono una minaccia diretta alla vita e alla proprietà dei cittadini messicani.

Nonostante la proposta di un’amnistia non sembri adattarsi particolarmente bene al contesto del Messico odierno, López Obrador ha ragione ad insistere sulla necessità di un cambio di strategia. Un ripensamento dell’approccio attuale contro la criminalità organizzata e il narcotraffico, tutto incentrato sulla forza bruta, deve passare necessariamente per un rientro dei militari nelle caserme. Ma la Legge sulla sicurezza interna, al contrario, vuole dare all’esercito un ruolo ancora più centrale di quello che possiede già.

@marcodellaguzzo

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