In Messico non ci sono più i Narcos di una volta

Il sistema del narcotraffico in Messico sta profondamente cambiando. La war on drugs degli ultimi dieci anni non ha pacificato il Paese ma ha minato il sistema dei cartelli polverizzandolo in una costellazione di mini-cartelli, organizzazioni interessate al "mercato locale" e non solo al commercio di droga.

Poliziotti di guardia all'edificio dove Damaso Lopez, soprannominato "The Graduate", è stato arrestato a Città del Messico. 2 maggio 2017. REUTERS / Henry Romero
Poliziotti di guardia all'edificio dove Damaso Lopez, soprannominato "The Graduate", è stato arrestato a Città del Messico. 2 maggio 2017. REUTERS / Henry Romero

Cinque anni fa un funzionario di alto livello del governo statunitense, William Brownfield, che ancora oggi lavora all’Ufficio dei narcotici internazionali, rilasciò una dichiarazione molto interessante durante un’intervista al quotidiano colombiano El Tiempo: toccando di passaggio la situazione del narcotraffico in Messico, Brownfield disse che, a suo dire, stavamo assistendo «all’inizio della fine» dei cartelli. Al tempo, la frase fu accolta con scetticismo e sarcasmo, e probabilmente qualcuno ne riderebbe ancora oggi. In realtà, con le dovute cautele, Brownfield aveva abbastanza ragione.

Ad essere prossimo all’estinzione non è ovviamente il traffico di droga, ma quel sistema criminale oggigiorno associato soprattutto al Messico e cementato nell’immaginario collettivo da serie tv come Narcos o El Chapo che raccontano però – magari anche bene – una realtà che non è più così attuale. Uomini come Joaquín Guzmán e organizzazioni transnazionali come il Cartello di Sinaloa sono il passato: in Messico il presente – e forse anche il futuro – sono piuttosto quei (numerosissimi) gruppi di medio-piccole dimensioni, più grandi di una gang ma molto più minuti di un cartello, che rinunciano al narcotraffico globale per dedicarsi allo spaccio nelle piazze locali, alle estorsioni e ai sequestri con riscatto.

La transizione dal modello “classico” a quello attuale comincia negli anni Novanta. La necessità di proteggere i sempre maggiori ricavi del traffico di droghe spinse i principali cartelli dell’epoca (di Sinaloa, di Juárez, del Golfo, dei Beltrán Leyva...) a dotarsi di milizie proprie, ben addestrate ed equipaggiate: i Los Zetas, ad esempio, in origine braccio armato del Cartello del Golfo, ebbero origine addirittura da disertori dell’esercito messicano. La militarizzazione dei cartelli e la parziale autonomia concessa a questi corpi di difesa finirono col ribaltare gli equilibri interni della criminalità organizzata: i professionisti della violenza acquisirono sempre più peso degli esperti del contrabbando, fino a rivoltarsi contro i padroni e rendersi indipendenti.

La guerra alle droghe lanciata nel 2006 in Messico dall’allora presidente Felipe Calderón e proseguita dall’attuale, Enrique Peña Nieto, sconvolse letteralmente il quadro criminale. Sebbene abbia indubbiamente fallito l’obiettivo di pacificare il Paese, esasperando al contrario la violenza (almeno 170.000 le vittime stimate e oltre 30.000 i dispersi fino ad oggi, pur in mancanza di dati certi), la “narcoguerra” ha decapitato e portato al disfacimento cartelli un tempo molto potenti. Quelli del Golfo, dei Beltrán Leyva, di Juárez e di Tijuana, ma anche gli Zetas, la Familia Michoacana e i Cavalieri Templari, o non esistono più o sono stati ridotti ad ombre di grandi nomi. Tra gli arresti e gli omicidi eccellenti compiuti durante gli anni della “narcoguerra” basterà citare quelli dei quattro fratelli Beltrán Leyva (Arturo, Alfredo, Carlos e Héctor), di El Chayo, di La Tuta, di Miguel e Omar Treviño Morales. E ovviamente di El Chapo Guzmán, ora detenuto negli Stati Uniti, il cui Cartello di Sinaloa è stato privato anche del suo successore – Dámaso López, catturato il 2 maggio scorso – ed è attualmente flagellato da lotte intestine per il potere che potrebbero avviarlo lungo il sentiero del declino dopo decenni di egemonia pressoché indiscussa.

La terribile war on drugs messicana ha avuto l’effetto di inflazionare la frammentazione dei gruppi criminali. Per ogni cartello crollato nascevano a volte anche decine di nuove organizzazioni. Piccole, senza i contatti e le capacità tecniche ed economiche necessarie per accedere al narcotraffico internazionale e quindi attive soprattutto nei rapimenti, nelle estorsioni, nei furti di combustibile, nei traffici di minerali, merci contraffatte ed esseri umani. L’identità di queste organizzazioni è molto diversa da quelle dei cartelli storici, di cui però rivendicano l’etichetta per questioni di prestigio: mostrano più interesse per i mercati locali che per quelli esteri; i loro membri sono criminali e non narcos in senso stretto, dato che hanno relegato il commercio di droghe ad uno soltanto dei tanti campi in cui operano, spesso neanche il principale.

Difficile dire se si tratti di una buona notizia. Per lo Stato messicano è certamente preferibile avere a che fare con organizzazioni più piccole, meno organizzate e meno solide di un tempo, incapaci di impensierire i vertici federali. D’altra parte, questi “mini-cartelli” che cartelli non sono costituiscono una minaccia quotidiana per la sicurezza della popolazione che abita nei loro territori, infiltrandosi anche nelle istituzioni municipali e nei corpi di polizia. I dati nazionali restituiscono questo aumento della violenza in tutto il paese: nel 2016 ci sono stati quasi 24.000 omicidi (+15,3% rispetto al 2015) e giugno 2017 è stato il mese con il più alto numero di morti degli ultimi vent’anni.

Sebbene minacciati di estinzione, i cartelli (r)esistono ancora. El Mayo, uno degli storici leader del Cartello di Sinaloa, è sempre a piede libero. E il Cartello Nuova Generazione di Jalisco (CJNG), sorto di recente e guidato dall’elusivo El Mencho, è oggi senza dubbio l’organizzazione criminale più potente in Messico: il suo territorio si estende su quasi la metà di quello messicano, mentre Sinaloa si ritira; i suoi traffici arrivano fino all’Asia e all’Oceania; il suo arsenale bellico gli ha permesso in passato di abbattere un elicottero militare. Ma il CJNG rappresenta l’eccezione, non la regola: niente dura per sempre, neanche i cartelli messicani.

@marcodellaguzzo

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