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In Messico si uccidono giornalisti perché si può

Lunedì 15 maggio sono stati assassinati due giornalisti in Messico. Il primo, Javier Valdez, era un giornalista molto noto e apprezzato per la grande sensibilità: co-fondatore del settimanale Ríodoce, autore di numerosi libri sul narcotraffico e premiato anche dalla Columbia University e dal Committee to Protect Journalists, Valdez è stato assassinato a colpi d’arma da fuoco nella città di Culiacán, nello Stato di Sinaloa. Il secondo, Jonathan Rodríguez, lavorava invece per un piccolo settimanale locale dello Stato di Jalisco ed è stato ucciso mentre viaggiava in auto con sua madre, Sonia Córdova, giornalista anche lei e rimasta gravemente ferita.

Identificatori delle prove accanto al corpo del giornalista Javier Valdez sulla strada in cui è stato ucciso a Culiacan, nello stato di Sinaloa, in Messico, il 15 maggio 2017. REUTERS / Jesus Bustamante
Identificatori delle prove accanto al corpo del giornalista Javier Valdez sulla strada in cui è stato ucciso a Culiacan, nello stato di Sinaloa, in Messico, il 15 maggio 2017. REUTERS / Jesus Bustamante

Con la morte di Javier Valdez e di Jonathan Rodríguez il numero di giornalisti assassinati nel 2017 in Messico sale almeno a sette, e addirittura a otto o a nove – la cifra cambia a seconda dei criteri utilizzati per definire questa professione – secondo altre stime. Secondo ARTICLE19, organizzazione internazionale che si occupa della tutela della libertà di stampa, almeno 105 giornalisti sono stati uccisi in Messico dal 2000 ad oggi, e dal 2003 al 2015 altri ventitré risultano dispersi. Nel 2016 Reporter senza frontiere ha definito il Messico «il paese non in guerra di gran lunga più letale al mondo per i giornalisti», dove i cronisti «non hanno altra scelta se non auto-censurarsi per evitare di essere uccisi».

Siamo soltanto a maggio, ma il 2017 si sta già pericolosamente avvicinando ai numeri del 2016, l’anno più violento per la stampa mai registrato in Messico, con almeno undici omicidi di giornalisti (non si vedeva una cifra simile dal 2010) e oltre quattrocento casi di aggressione documentati. La stragrande maggioranza di questi attacchi – 226 sui 426 totali – è stata perpetrata da funzionari pubblici, e solo una percentuale nettamente inferiore era riconducibile al crimine organizzato: un dato certamente da prendere con le dovute cautele, ma che tuttavia invita a ripensare la fondatezza di quella narrazione semplicistica del Messico che imputa unicamente ai narcos la responsabilità di tutti i mali della nazione, a cominciare proprio dalla violenza. Lo stesso Javier Valdez, intervistato da VICE News, sottolineava che «in Messico può essere più pericoloso investigare la corruzione politica che il narcotraffico».

La morte di Valdez ha spinto numerosi quotidiani e portali di informazione messicani a sospendere, lo scorso martedì, la pubblicazione di notizie – limitandosi a pubblicare o riproporre solo quelle relative alla condizione della stampa in Messico – per protestare contro l’impunità che si registra nel paese per i delitti di questo tipo. Come ha scritto Animal Político, uno dei promotori dell’iniziativa #UnDíaSinPeriodismo (“Un giorno senza giornalismo”) e #NiUnoMás (“Non uno di più”), «in Messico si uccidono giornalisti perché si può, perché non succede niente».

Secondo cifre ufficiali, dal 2010 al 2016 ci sono state 798 denunce di aggressione verso i giornalisti, ma appena tre di queste si sono concluse con una condanna (lo 0,3%) e solo in 107 casi il presunto aggressore ha subìto un processo: l’87% delle segnalazioni sono rimaste inascoltate e le violenze impunite. Neanche il presidente Enrique Peña Nieto dimostra solitamente particolare interesse per la condizione dei giornalisti nel suo paese; in occasione dell’omicidio di Valdez, probabilmente costretto dalla pressione proveniente dai media, ha però voluto esprimere su Twitter le sue condoglianze alla famiglia e l’impegno delle autorità nello svolgimento delle indagini.

L’altra faccia dell’impunità è l’arresto repentino di colpevoli “di comodo” per soddisfare l’opinione pubblica in caso di proteste particolarmente destabilizzanti, come quelle che fecero seguito alla morte del famoso fotoreporter Rubén Espinosa, ucciso il 31 luglio 2015 a Città del Messico. Dell’omicidio di Espinosa e delle altre quattro donne che si trovavano in casa con lui quella notte sono stati accusati tre uomini, la cui presenza sul luogo del delitto è però incerta; per di più, i tre hanno detto di essere stati torturati dalla polizia, e sembrerebbe che l’uomo a capo delle indagini abbia alterato la scena del crimine.

Quando avviate, le investigazioni tendono di norma ad escludere sia le piste che potrebbero coinvolgere dei politici sia ogni legame tra l’omicidio e l’attività giornalistica della vittima, preferendo ricondurre il tutto alla criminalità organizzata fino a colpevolizzare lo stesso defunto, accusandolo di collusione con quegli ambienti.

Martedì 16 i giornalisti hanno manifestato in molte città del Messico per lanciare il loro ¡Ya basta! e chiedere giustizia per la morte di Valdez e di tutti gli altri colleghi meno noti. Lo slogan delle proteste era No al silencio, che riprendeva un tweet scritto da Javier Valdez per ricordare la collega Miroslava Breach, collaboratrice del quotidiano La Jornada assassinata il 23 marzo scorso: «Che ci uccidano tutti, se questa è la condanna per raccontare questo inferno. No al silenzio».

@marcodellaguzzo

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